«Lo sfruttamento elevato a sistema»: così morì Singh nei campi di Laterza

Il bracciante è deceduto 2 anni fa: arrestati i due datori di lavoro, padre e figlio. L’indagine ha portato a galla anche caporalato e inquinamento. I carabinieri: «I lavoratori erano sprovvisti di qualsiasi tutela. Lavoravano più di dieci ore al giorno per meno di 3 euro all’ora»
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July 17, 2026
«Lo sfruttamento elevato a sistema»: così morì Singh nei campi di Laterza
Rajwinder Sidhu Singh ci ha rimesso la vita nel maggio 2024, ma non era l’unica vittima dello sfruttamento nelle campagne di Laterza. Anzi, è stata proprio l’indagine scattata dopo la sua morte a scoperchiare un sistema di illegalità diffusa che ha portato all’arresto dell’imprenditore agricolo di Laterza Giovanni Giannico e del figlio Carlo. L’inchiesta per omicidio colposo aggravato, che vede in tutto quattro indagati, riguarda anche presunti episodi di caporalato e immigrazione clandestina, oltre a uno sversamento abusivo di liquami all’interno del Parco regionale Terra delle Gravine. L’ordinanza di custodia cautelare è stata firmata dal gip Mariano Robertiello su richiesta dei pm Francesco Ciardo e Filomena Di Tursi.
E così, due mesi dopo il barbaro omicidio del bracciante Bakari Sako, il far west di Taranto torna sotto i riflettori. Il lavoro dei carabinieri ha portato alla luce, ancora una volta, uno scenario di violenze e soprusi subiti quotidianamente dai migranti. «Un modello organizzativo elevato a sistema di sfruttamento, finalizzato alla massimizzazione del profitto» è l’impietosa istantanea scattata dal colonnello Marcello Robustelli, comandante del Gruppo tutela del lavoro di Napoli, che ha condotto le indagini. Un quadro nel quale, secondo gli accertamenti investigativi, i lavoratori sarebbero stati privati delle tutele fondamentali: «Erano lavoratori in nero, compresa la vittima, con tutto ciò che questo comporta non solo in termini di tutela del lavoratore, ma anche di evasione fiscale e previdenziale».
Un modo di portare avanti l’attività imprenditoriale senza badare alle regole, alla faccia degli sforzi compiuti da sindacati e attivisti per la difesa della legalità nei campi. «Gli indici di sfruttamento indicati dalla norma erano presenti praticamente tutti quanti - ha aggiunto il comandante - dalle violazioni reiterate sulle retribuzioni e sui salari fino alle più elementari violazioni della normativa sulla sicurezza». Tra gli aspetti evidenziati anche la mancanza di formazione e sorveglianza sanitaria: «Un lavoratore non formato è chiaramente un lavoratore potenzialmente più esposto agli incidenti».
Il comandante provinciale dei carabinieri di Taranto, colonnello Antonio Marinucci, è entrato ancora più nello specifico, descrivendo «un sistema di sfruttamento di persone che vivevano in condizioni disagiate e venivano retribuite con somme veramente di poco conto, sotto i tre euro l’ora, per oltre dieci o dodici ore al giorno».
È su questo sfondo che è maturata la morte di Singh, in balìa dei suoi oppressori e alla fine anche di se stesso. Secondo la ricostruzione investigativa, il bracciante sarebbe deceduto in seguito a un gravissimo trauma toraco-addominale riportato dopo essere stato sbalzato da una pala caricatrice che avrebbe urtato una barriera in cemento tipo “New Jersey”. L’indiano avrebbe assunto una quantità esagerata di alcolici e si sarebbe trovato seduto sul sedile di un mezzo risultato privo di sistemi di ritenuta quali cinture di sicurezza o altri dispositivi. Per questo sarebbe caduto a terra. Il muletto, obsoleto e con organi meccanici esposti, avrebbe inoltre esposto l’operatore a rischi di impigliarsi, subire ustione ed eventuali scosse elettriche.
La vittima, irregolare sul territorio nazionale e priva dell’abilitazione alla conduzione della pala meccanica, avrebbe trasportato rifiuti plastici destinati, secondo l’ipotesi accusatoria, alla successiva combustione. L'indagine era scattata dopo l'arrivo del corpo senza vita all'ospedale di Castellaneta, dove l'imprenditore avrebbe inizialmente riferito ai sanitari che il lavoratore si era sentito male. Le successive verifiche investigative delinearono invece uno scenario ritenuto dagli inquirenti ben più ampio, sfociato nell'inchiesta conclusa con le misure cautelari.
Ma non è finita, perché l’indagine ha aperto anche un inquietante fronte ambientale. Secondo la ricostruzione della Procura di Taranto, le strutture autorizzate per lo stoccaggio dei reflui zootecnici non sarebbero state sufficienti a contenere gli scarti dell'allevamento. Per questo, gli indagati avrebbero realizzato un sistema parallelo formato da canali, vasche e tubazioni per convogliare i liquami fuori dalle aree consentite. I rilievi, effettuati anche con droni, avrebbero documentato un canale che, attraversando cumuli di letame, terminava in un lago artificiale ricavato in un’area sottoposta a vincoli di vario tipo. Secondo gli investigatori, nel bacino confluivano senza alcun trattamento i liquami delle stalle. Le analisi avrebbero evidenziato il superamento dei limiti di tossicità, con presenza di fosforo, metalli e altre sostanze inquinanti. Il lago, lungo circa 120 metri e largo fino a 45, sarebbe stato sbarrato da una diga abusiva e avrebbe alterato un habitat frequentato da specie protette. A valle, infine, era stata realizzata una discarica abusiva di circa 21 mila mq destinata all'essiccazione e al riutilizzo dei reflui come concime. Per la bonifica dell'area, secondo le stime degli investigatori, serviranno circa 1,6 milioni di euro.

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