Gentiloni: «La Ue è finita sotto assedio. Apra al debito comune per competere»

L’ex premier e commissario: «Serve dar vita a un bilancio vero. L’Ue è nata per la pace e la difesa comune è la risposta più efficace. Obiettivi green da rivedere, ma fermarci ora sarebbe un altro favore alla Cina. Non si neghi che Putin è una minaccia, prosegua il sostegno a Kiev. Il no di Meloni a Safe? Non è un buon affare»
Google preferred source
July 19, 2026
Gentiloni: «La Ue è finita sotto assedio. Apra al debito comune per competere»
Paolo Gentiloni
Paolo Gentiloni, lei ha lasciato due anni fa la “stanza dei bottoni” Ue: in 24 mesi l’Unione ha fatto o no passi avanti?
È cambiato il mondo nel frattempo. A inizio 2025 è arrivato il ciclone Trump - risponde l’ex premier ed ex commissario europeo per gli Affari economici e monetari - e l’Europa, che già prima doveva fronteggiare la guerra d’invasione russa all’Ucraina e il dumping cinese sulle merci, ora deve fare i conti con il disimpegno americano e il sostegno Usa ai diversi sovranismi. Oggi è una Ue sotto assedio.
Nell’Ue oggi si discute soprattutto di spese militari. Non è un controsenso per un’Unione nata come simbolo di pace nel mondo?
L’Europa nasce come grido “mai più la guerra”. Per questo ha ricevuto un Nobel per la pace e promuovere la pace resta la sua missione. Col passaggio da Cee a Ue sono nati obiettivi di difesa e di politica estera comune che, però, in 25 anni sono rimasti solo parole. Ora i fatti mondiali cambiano la prospettiva. Il garante della nostra difesa – gli Usa – questo ruolo non lo svolgerà più. Abbiamo davanti tre strade: possiamo implorare Trump – e in parte lo stiamo facendo -, possiamo scegliere la via del riarmo dei singoli Paesi che hanno però capacità di bilancio molto diverse, con la Germania che farà 190 miliardi di euro di spese militari nel 2029, oppure puntare sulla difesa comune. Che ha tre vantaggi: è difensiva, evita squilibri interni all’Europa ed è molto più razionale ed efficiente. Certo, il consenso dell’opinione pubblica va costruito. Per ora abbiamo solo il fondo da 150 miliardi per i prestiti Safe.
A proposito: l’Italia ancora non ha attivato questi prestiti. Come valuta questo ritardo?
Non mi sembra un buon affare la scelta della premier Giorgia Meloni che da un lato promette, per non dispiacere Trump, aumenti ingenti della spesa militare e dall’altro non usa uno strumento che ci farebbe risparmiare 3/400 milioni di interessi e ci eviterebbe di acquistare dagli Usa i 2/3 dei nuovi armamenti.
Intanto si discute se la Russia sia o no una minaccia per l’Europa.
È un dibattito molto italiano, all’estero non lo vedo. Il fatto che Putin non abbia raggiunto Kiev è frutto del gran coraggio e dei sacrifici ucraini e dei 210 miliardi dati loro dall’Europa per resistere. Con la logica di chi non vede questo problema le mire di Putin si sarebbero avverate. Chi ignora questa minaccia dimentica che l’Ucraina è Europa, anche se formalmente non fa parte della Ue: Kiev è più vicina a Milano di Atene. E dimentica il discorso di Putin alla conferenza di Monaco nel 2007, quando fece capire che voleva ripristinare l’area d’influenza già sovietica. L’attacco del 2022 è stato contro l’art. 51 della Carta Onu e contro l’idea che non si modificano con la forza i confini. Serve una pace giusta e duratura, con un cessate il fuoco sulle attuali linee del fronte, che gli ucraini sono disposti ad accettare, ma la Russia rifiuta ancora. Per questo è necessario che prosegua il sostegno a Kiev.
L’Unione Europea appare un colosso solo di facciata e sconta un grave ritardo tecnologico rispetto a Usa e Cina. Chi la preoccupa di più?
Preoccupano entrambe, anche se non metto sullo stesso piano la democrazia Usa e l’autocrazia cinese. C’è una competizione che provoca forte tensione anche sui mercati, è difficile prevedere chi avrà la meglio e non si possono escludere correzioni sui valori di Borsa. L’Ue non partecipa alla gara a pieno titolo, ma non tutto è perduto: è già accaduto nella storia che alcune grandi innovazioni messe a punto altrove siano poi state rilanciate con grande efficacia in Europa. Qui per di più è in ballo la sovranità europea: c’è bisogno allora di fondi comuni per obiettivi comuni. L’emissione di eurobond come nel 2020 non può restare una parentesi.
L’Ue ha fallito sulla politica industriale?
Non dobbiamo vivere questo ritardo, che si traduce in minor produttività e minor crescita, come una bocciatura totale dell’Europa: ci sono molti campi dove restiamo migliori, la sanità, l’istruzione, lo stato di diritto, anche la sicurezza. Scelgo tutta la vita il modello economico-sociale europeo.
Da un po' si è cominciato a discutere del quadro finanziario Ue 2028/34, mentre nel 2027 incombono importanti elezioni in alcuni Paesi membri, a partire da Francia e Germania. Teme conseguenze anche sul bilancio?
Il bilancio Ue è la fotografia di un’incompiuta. Chiediamo all’Unione di risolverci problemi, si discute tanto ma su molto poco: stiamo parlando di un importo pari all’1% del Pil europeo, un bilancio Ue paragonabile a quello del Portogallo, con una capacità di spesa irrisoria rispetto al 26% del bilancio federale Usa e al 46% della media della spesa statale dei singoli paesi Ue. Fa bene la Commissione a proporre nuovi fondi per la competitività e il clima, ma parliamo sempre di un piccolo orticello da redistribuire. Non se ne esce senza la logica del debito comune: è fuori dal mondo che l’Ue debba essere la sola entità planetaria senza debiti.
Anche perché incombono sfide enormi come quella dell’intelligenza artificiale.
Sì, come stiamo facendo per le piattaforme social dobbiamo porci il problema di come regolare l’IA. E registro con piacere che dopo l’enciclica "Magnifica Humanitas" di papa Leone XIV sono meno scontate e frequenti le posizioni di chi dice che regolare l’IA sia una tipica follia brussellese.
Non scontiamo però anche politiche errate decise a Bruxelles, penso a esempio al sistema Ets sulle emissioni e al regolamento sulle “case green”?
Dobbiamo distinguere fra la sostanza del Green Deal e le singole decisioni. Ci sono proposte da correggere, del resto le versioni iniziali già inglobavano delle clausole di revisione. Serve più flessibilità. La correzione messa in campo venerdì sugli Ets penso sia equilibrata. Non dimentichiamo però nemmeno, come provano queste settimane, che stiamo dentro una grave crisi climatica, che taluni tendono invece a ignorare. Far finta di nulla è irresponsabile verso il pianeta e sarebbe un suicidio per l’economia europea.
Lo stop dal 2035 ai motori termici senza creare prima un “campione” europeo delle batterie non è stato, a esempio, un grave errore?
Lo stop al 2035 è già stato rivisto. Quella sul campione europeo delle batterie è una critica sacrosanta. Da rivolgere però agli Stati membri che ragionano spesso con logiche troppo nazionali. Ciò detto, viviamo in mercati aperti: se noi ci fermiamo del tutto su certi obiettivi, non è che si ferma il mondo. E faremmo un altro favore alla Cina, che in questi anni ha sì inquinato, ma ha pure lavorato tanto sulle nuove tecnologie “green”. Per competere bisogna anche correre.
Per chiudere, la ripresa della crisi a Hormuz coi raid Usa e l’Iran che annuncia la sospensione degli impegni presi è molto preoccupante?
Assolutamente. L’azione di fine febbraio non ha prodotto alcun risultato. Rischia di divenire la più grave sconfitta diplomatico-militare degli Usa, quello siglato era un memorandum di malintesi più che d’intesa. Trump cerca di porre fine al conflitto che ha provocato, ma non sa come uscirne e vedo due attori che preferiscono invece una guerra, almeno a bassa intensità: l’israeliano Netanyahu e il regime iraniano.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire