«Vogliamo votare senza più limitazioni»: le storie degli studenti
A colloquio con i giovani oggi “costretti” per andare ai seggi a non partecipare alle lezioni, schiacciati tra impegni di studio (ma non solo) costo della vita e viaggi in aereo e treno spesso difficili da sostenere. «Dire la nostra sui temi politici è un dovere civico, è giusto che la politica oggi ascolti anche la nostra voce»

C ’è chi deve fare un viaggio di circa cinque ore tra treno veloce e auto; chi, con un regionale dovrebbe farcela in un’ora, che diventano sempre almeno due a causa dei disagi sulla rete; chi può optare per un bus e un viaggio di sei ore solo per l’andata e chi, in auto o in treno, dovrebbe comunque preventivare 10 ore di percorso a tratta. Per tutti loro l’aereo non è quasi mai un’opzione, soprattutto per via dei prezzi, che per le tratte più lunghe sono quasi sempre di centinaia di euro. L’ostacolo economico e le difficoltà logistiche, che non si conciliano con le lezioni da seguire e gli esami da sostenere, sono le principali motivazioni che spingono ogni volta la maggior parte degli studenti fuori sede a non partecipare al voto, nonostante esercitare questo diritto inalienabile, e un dovere civico, sia per loro – secondo alcune delle definizioni usate dai testimoni ascoltati da Avvenire – «non solo un atto formale», bensì «uno strumento per incidere sul futuro» e sui «problemi che colpiscono direttamente noi fuori sede», qualcosa di «doveroso ed essenziale» per «una vera partecipazione democratica».

Eppure, da quando sono all’università, alcuni di loro non hanno mai potuto votare o lo hanno fatto di rado, costretti a superare gli ostacoli posti tra loro e il proprio diritto. Come Alessandro Di Marcoberardino, 21enne abruzzese di Montesilvano (Pescara), che studia Giurisprudenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e per tornare durante l’ultimo referendum «ho speso intorno ai 70 euro di treno». Le agevolazioni per i biglietti ci sono, ma per lui come per altri lo sconto che si riceve spesso non vale la trafila da fare. Il problema principale per Alessandro, però, è stato che «tra andata e ritorno alla fine mi sono dovuto prendere un paio di giorni, saltando anche una lezione di un seminario che stavo seguendo». Quando è riuscito a votare direttamente a Milano, come fuori sede nel 2025, «è stato tutto molto più semplice e poterlo fare sempre sarebbe un enorme vantaggio», commenta a proposito della possibile riforma della legge elettorale.

Va detto, però, che le aspettative di questi giovani vanno verso un’ulteriore semplificazione e standardizzazione. «Quando era stata data la possibilità di votare fuori sede, io non l’ho potuto fare comunque perché il mio Comune di origine è piccolo e faceva fatica a fornire la documentazione necessaria in tempo», ci dice a tal proposito Maria Pia Bruno, 23 anni, che studia Ingegneria Medica a Tor Vergata, Roma, ed è originaria di Villapiana (Cosenza). Maria Pia, in tutti questi anni, non è mai riuscita a rientrare per votare, nonostante ci tenga molto, perché «500 chilometri non sono pochi e se sei fuori per studiare le priorità sono gli esami, per avere le borse di studio e pesare il meno possibile sui genitori». Tornare per un voto, per quanto importante, significherebbe inoltre dover rinunciare necessariamente ad altri impegni che Maria Pia ha preso con sé stessa e con la sua nuova comunità di riferimento: «Sono educatrice nei percorsi post cresima e coinvolta in attività della parrocchia. Non capisco perché noi fuori sede dobbiamo interrompere tutto per votare. Il mio non è un caso isolato».

Anche per il suo conterraneo di Saracena – Leonardo Viola, 22 anni, studente di Economia e Finanza alla Sapienza di Roma – votare nella terra natia è stato sempre impossibile «per via del caro vita al quale siamo sottoposti e i costi dei mezzi». Per chi è così distante da casa «l’opzione andata e ritorno in bus, che ho valutato per spendere meno, è infattibile, mi ci vorrebbero in totale 12 ore». Come per altri intervistati, prevedere il voto dei fuori sede costituirebbe per lui la possibilità di poter orientare finalmente le politiche su temi che lo riguardano, appunto «il caro vita o il costo degli affitti».

Attraversare meno chilometri non vuol dire non avere problemi. Lo racconta Giada Franzoso, 21 anni, che frequenta Scienze dei Beni Culturali alla Cattolica di Milano ed è originaria di Strambino (Torino). Tralasciando il fatto che «i treni regionali sono strapieni e rischi di non riuscire a prenderli, a maggior ragione quando sono carichi di chi torna per votare, e che ci mettono sempre almeno il doppio del tempo previsto», per lei la sfida maggiore è stata un’altra: «Per votare mi sono dovuta assentare sia dal lavoro da babysitter e nelle ripetizioni che dalle altre attività legate allo studio». Giada vive al Collegio Paolo VI e sospendere la propria quotidianità vuol dire anche «venire meno al patto formativo del Collegio, che implica un impegno attivo nelle iniziative che organizza». Ed è proprio in una di queste iniziative che ha potuto notare il paradosso di «quante mie compagne sono state molto coinvolte nei dibattiti sull’ultimo referendum, ma venendo da regioni più lontane non hanno nemmeno potuto tenere in considerazione la possibilità di votare».

Quello che chiedono tutti è un sistema per votare nella città in cui vivono, a prescindere dalla residenza. «Ma deve essere un sistema semplice e non come quelli delle elezioni europee del 2024 e del referendum che si è tenuto nella primavere del ‘25 su cittadinanza e lavoro», spiega infine Paolo Zeppola, 23enne di Lecce appena laureato in Giurisprudenza alla Bicocca di Milano, che ha votato in entrambe le occasioni e con l’associazione di universitari che ha co-fondato, Democraseeds, promuove una maggiore partecipazione dei giovani alla democrazia. Un gruppo che già solo con la sua esistenza – insieme alle varie testimonianze raccolte – non fa che confermare il desiderio dei giovani di avere più voce, anche attraverso il voto.
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