Nella voce di Alessio Boni rivive il terremoto del Friuli

Debutta il 25 luglio
a Gorizia per Mittelfest “Era di maggio”, il concerto narrativo con l’attore scritto
dal poeta Flavio Santi.
Il sisma del 1976 è visto attraverso gli occhi
di un ragazzino
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July 19, 2026
Nella voce di Alessio Boni rivive il terremoto del Friuli
L’attore Alessio Boni / Angelo Trani
C'è un tempo che continua a vivere nei ricordi, anche quando non lo si è vissuto direttamente. E c'è una memoria che attraversa le generazioni, sedimentandosi nei racconti di famiglia fino a diventare quasi esperienza personale. Nasce da qui Era di maggio , il concerto narrativo e spettacolo teatrale che debutterà il 25 luglio al Teatro Verdi di Gorizia, in coproduzione tra Orchestra La Corelli e Mittelfest 2026, nell'ambito del festival in programma dal 16 al 26 luglio a Cividale del Friuli che il direttore artistico Giacomo Pedini dedica al tema della paura. Sul palco la voce narrante di Alessio Boni darà corpo al testo scritto da Flavio Santi, accompagnato dalle musiche originali di Damiano Drei eseguite dall'Orchestra La Corelli diretta da Jacopo Rivani, con la regia e la messinscena curate da Giacomo Pedini. Il racconto riporta il pubblico al maggio del 1976. Un ragazzo è seduto in classe mentre l'estate sembra già bussare alle finestre. Il professore parla di miti e divinità antiche, ma la mente corre al fiume, al pallone, agli amici, alla radio che trasmette Lucio Battisti, gli Abba, la sigla di Sandokan . Un universo quotidiano che nel giro di pochi istanti, verrà travolto dal terremoto del Friuli del 6 maggio.
Per Flavio Santi, scrittore e poeta friulano, il sisma rappresenta una ferita mai del tutto rimarginata. «È stata una mia ossessione. Sono cresciuto in Piemonte, ma mio padre era friulano. Siamo stati fortunati, non abbiamo avuto morti in famiglia. Però ricordo le pareti che tremavano e il legame con Coloredo di Montalbano, vicino all'epicentro».
Una memoria indiretta, ma potentissima. «Ho tentato di ricostruire una memoria che in realtà non possiedo personalmente, ma che ho ricevuto attraverso i racconti degli altri. Ricordo le baracche dopo il terremoto, i miei nonni che vivevano in uno spazio minuscolo. Da bambino mi sembrava quasi una cosa magica. Ricordo i lunghi viaggi in Cinquecento dal Piemonte al Friuli e la casa ricostruita». Da questi frammenti nasce un testo che intreccia memoria privata e storia collettiva. Sullo sfondo c'è una tragedia che provocò quasi mille vittime, ma Santi sceglie di raccontarla attraverso lo sguardo di un adolescente. «Volevo narrare quel dramma dal punto di vista di un ragazzino come tanti. A pagare il prezzo più alto sono sempre i più fragili: gli anziani, chi non riesce a mettersi in salvo».
Ma Era di maggio è anche il ritratto di una comunità capace di rialzarsi. «I friulani furono straordinari. Prima le tendopoli, poi la terribile scossa di settembre. Ma ci fu una capacità organizzativa enorme. Furono coinvolte le comunità locali e soprattutto ci fu ascolto. Il commissario Zamberletti si mise in dialogo con il territorio. È il dialogo che permette di ricostruire».
Per lo scrittore il terremoto del Friuli continua a parlare anche al presente. «È un'esperienza universale. Quando sento parlare di un sisma torno sempre con il pensiero al Friuli. Ci ricorda che davanti alla natura siamo piccoli e vulnerabili». Accanto alla dimensione storica emerge anche la nostalgia per un'Italia diversa. «Era un Paese meno frenetico, più lento. Un ragazzo aveva davanti a sé tutta l'estate. Oggi corriamo continuamente. Dalla civiltà contadina dovremmo recuperare la pazienza e il rispetto per la natura».
Quando Alessio Boni ha letto il testo è stato immediatamente conquistato dalla sua forza evocativa. «Mi ha preso subito. Flavio descrive la scuola, i compagni di banco, il Friuli, le canzoni e le immagini di un'infanzia che è stata anche la mia. In pochi secondi mi sono ritrovato dentro un enorme amarcord».
Ciò che lo ha colpito maggiormente è il tono scelto dall'autore. «La storia avrebbe potuto facilmente scivolare nel patetico. Invece non succede mai. È un ragazzo che racconta semplicemente la sua vita. Poi, all'improvviso, tutto viene spazzato via. Senza retorica, senza enfasi». E aggiunge: «Mi piace pensare che alla fine diventi quasi una preghiera laica. Quel ragazzo potrebbe essere ciascuno di noi».
Boni conserva anche un ricordo personale di quel maggio del 1976. «Avevo dieci anni e vivevo a Bergamo. A un certo punto la casa ha iniziato a tremare. Mio padre è corso fuori con mio fratello, io invece sono andato verso l'acquario. Ero convinto di dover salvare i miei pesci. Mio padre mi ha trascinato nel piazzale». Nei giorni successivi arrivarono le immagini dei telegiornali e la mobilitazione nazionale. «Ricordo i camion con gli aiuti e soprattutto la dignità dei friulani. Una forza che sento vicina anche alla cultura bergamasca: non piangersi addosso e rimboccarsi le maniche». È questo il cuore di Era di maggio : trasformare una tragedia collettiva in una riflessione sul tempo sulla fragilità umana. Conclude Boni: «Non abbiamo più tempo per vivere davvero. Questo spettacolo ci ricorda invece la preziosità di ogni istante».

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