Tra business e geopolitica, gli Stati Uniti avanzano verso l’accordo con l’Arabia per il nucleare civile

Sarebbe imminente l’annuncio di un’intesa che permetterebbe alla monarchia di essere libera nel processo di arricchimento dell’uranio per il programma nucleare civile, da avviare in futuro grazie alla tecnologia americana. Una possibilità che consentirebbe al Paese di procedere alla costruzione di ordigni atomici
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July 22, 2026
Bandiere si alternano in primo piano, alzate in cima ad aste. Sono alcune bianche e rosse, altre verdi.
Le bandiere statunitense e saudita per le strade di Riad / REUTERS
Dopo quasi un ventennio di corteggiamenti, promesse ed esitazioni, un accordo per rinsaldare la storica, utilitaristica amicizia fra Stati Uniti e Arabia Saudita, logorata negli ultimi mesi dall’avventurismo della presidenza Trump e dai missili iraniani. È imminente, riportano il Wall Street Journal e il New York Times, l’annuncio di un’intesa che potrebbe permettere alla monarchia del Golfo di essere libera nell’amministrare il processo di arricchimento dell’uranio necessario ad alimentare i reattori del programma nucleare civile avviato in un prossimo futuro grazie alla tecnologia americana. Una possibilità che consentirebbe all’Arabia Saudita di procedere alla costruzione di ordigni atomici, prospettiva inquietante per il futuro di una regione perennemente minacciata dallo spettro della guerra generale.
La convenzione fra Washington e Riad rientra solo parzialmente nella formula del cosiddetto “Accordo 123”, stretto dagli Usa con ben 51 governi e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica secondo ferrei principi orientati a impedire la diffusione delle armi nucleari. Un chiaro esempio della formula che oggi sembra accantonata, impostasi come il “gold standard” della non-proliferazione, è l’accordo siglato nel 2009 dall’Amministrazione americana con gli Emirati Arabi Uniti. Alla ricca petro-monarchia venne imposto un “protocollo aggiuntivo” caratterizzato dall’obbligo di sottoporsi a ispezioni accurate e dal severo divieto di ottenere qualsiasi infrastruttura utile alla produzione di testate atomiche. Il primo memorandum d’intesa firmato da Washington e Riad sulla cooperazione nucleare civile risale al 2008. L’eterna dilazione, distesa lungo quattro presidenze americane, è stata causata sia dal mancato compromesso sulla non-proliferazione che dal tentativo Usa, durante i mandati del primo Trump e di Biden, di legare la cessione delle tecnologie nucleari a un avvicinamento diplomatico fra Arabia Saudita e Israele, allargamento degli Accordi di Abramo propedeutico a un nuovo e pacificato equilibrio regionale.
I negoziati sono ripresi nell’aprile del 2025, e hanno subito un’accelerazione in novembre, poco dopo il “cessate il fuoco” di Gaza, per giungere oggi a una probabile chiusura nonostante il caos innescato dall’aggressione israelo-americana all’Iran. In un’intervista del 2018 il principe ereditario Mohammad Bin Salman dichiarò di esser «senza dubbio» pronto a fornire il suo Paese di armi nucleari in risposta al possibile ottenimento della bomba da parte della Repubblica islamica. Parole pronunciate ben prima del riavvicinamento fra le due nazioni, favorito dalla Cina nel 2023, e delle ritorsioni iraniane di marzo e aprile che ancora, da oltre dieci giorni, colpiscono il Golfo, ma non l’Arabia Saudita. Se risulta ancora difficile inquadrare con chiarezza l’accordo nucleare nel più che fluido contesto regionale, certi sono i vantaggi dei contraenti. Gli Stati Uniti venderanno per 30 anni strutture e conoscenze, avendo già incassato da Riad la promessa di almeno 600 miliardi di dollari di investimenti in terra americana. L’energia atomica, e la quiete geopolitica che si va sotterraneamente, pericolosamente costruendo, servirà ai sauditi per l’implementazione di “Vision 2030”, il piano del principe ereditario Mohammad Bin Salman per trasformare l’Arabia Saudita da rentier-state in un ricco centro logistico, finanziario e turistico.
In Israele sono state le voci dell’opposizione all’esecutivo di Benjamin Netanyahu a esprimere, nel contesto della battaglia pre-elettorale, inquietudine per la possibile proliferazione degli armamenti atomici, e a descrivere l’accordo come ennesimo segnale del logoramento diplomatico fra Washington e Tel Aviv. «Se lo vogliono per propositi pacifici, per necessità energetiche, possiamo gestirlo», ha affermato invece il ministro dell’Economia Nir Barkat, attento nel sottolineare come il processo di normalizzazione con Riad sia «ancora sul tavolo». «Dobbiamo occuparci di ciò che rimane dell’asse iraniano, e cogliere l’opportunità per gli accordi di pace», ha dichiarato appena una settimana fa il premier Netanyahu.

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