Il paganesimo contemporaneo si alimenta della lotta con Dio
Oggi assistiamo a fenomeni striscianti di consumo che rimandano a tipologie antiche. Ma occorre fare i conti anche con realtà più prossime, come il marxismo

I lettori più pazienti fra quelli che hanno seguito nei giorni scorsi le avventure delle parole “pagano” e “paganesimo” (QUI e QUI gli articoli) si saranno spesso confrontati, nel nostro lessico quotidiano – molto comune specie nell’omiletica delle nostre messe domenicali, con tali termini usati per indicare vizi e difetti della nostra società, condivisi magari fra gli stessi credenti e magari perfino tra quelli che non si vergognano di mostrarsi osservanti. Il “paganesimo”, in forme magari diverse da quello che incontriamo nei libri di scuola o in certi spettacoli, si presenta soprattutto in contrasti di estrema opposizione: è quello “residuale”, “superstizioso”, delle immaginette, dei gadget di tipo sacro, in quelle che decenni fa i nostri austeri professori di religione a scuola – gente in abito talare – definivano ancora con dotta citazione scolastica vanae observantiae, come quella di farsi il segno della croce prima di cominciar a mangiare (in certi ambienti ancora semplice segno di buona educazione) o di biascicare una giaculatoria se un povero gatto nero ti attraversa la strada, o di passar di chiesa per accendere una candelina all’altare della madonna la mattina degli esami; oppure, al contrario, la pessima abitudine di “nominare il Nome di Dio invano” (e basta poco: anche esclamare “oddio!” se si scivola per strada) o addirittura di bestemmiare. Poi ci sono il “paganesimo di massa”, quello dei cinema, dei concerti, delle partite di calcio, dei fan delle attrici e dei campioni sportivi; e quello degli usi quotidiani come l’abitudine consumistica di riempirsi di compere inutili nei Centri Commerciali. Il “paganesimo” ostentato nei gesti e negli indumenti indossati, infine, è uno dei più tipici della “società opulenta”, e non sembra che la crisi attuale lo metta in crisi. Si diventa virtuosi e parsimoniosi solo dinanzi a ciò che non c’interessa.
Questo è il “paganesimo strisciante” dei nostri giorni: e non sembra certo avviato ad entrare in crisi. Ma del “paganesimo” tale al livello storico-sociologico, come quello illustrato dal libro di Carolina Lanzani, e di quello residuale dell’età antico-medievale, di cui è ancora piena la nostra memoria inconscia, nessuno si cura.
Viceversa, non è lontano il giorno nel quale cominceremo a occuparci del nostro passato prossimo: ch’altro non è se non il presente che comincia a sapere un po’ di stantio e che tra poco diventerà passato remoto. È sempre più frequente, ad esempio, imbatterci in espressioni anche rigorose e ponderate di critica alla democrazia rappresentativa occidentale e ai suoi lati meno condivisibili; e tutte le volte che l’anticonformismo si trasforma in una regola ostentata e magari in una moda, quello è segno certo che i tempi stanno per cambiare. È allora che il nostro presente sta diventando passato prossimo e che bisogna cambiar registro o prepararci a remare in vigorosa controcorrente.
È quanto c’invita a fare Aldo Rizza, filosofo cattolico allievo di Carlo Mazzantini e di Augusto Del Noce, in un libro il titolo del quale potrebbe sembrare lo sfogo di uno studioso conservatore in vena di antimodernità (e non sarebbe il solo...) mentre invece è una storia certo non asettica – al contrario! -, comunque equilibrata rivolta a cogliere le radici più profonde e forse nascoste ma anche più forti della cosiddetta Modernità; che di solito si definisce educatamente come «il tempo delle scelte individualistiche», o quello «della regressione del senso comunitario a vantaggio dell’individualismo», o magari «del processo di secolarizzazione»; se non addirittura «del tramonto (e/o della fine) del teocentrimo e dell’affermazione dell’antropocentrismo». Tutte discrete definizioni, anche alquanto sorvegliate. Che però Aldo Rizza, nel titolo del suo libro, preferisce definire così (papale papale: se volete, appunto nel senso di Leone XIV) : L’uomo moderno in lotta contro Dio. Per una fenomenologia della rivoluzione e dell’ateismo (Iusto – Libreriauniversitaria.it edizioni, pagine 384, euro 19,90).
In realtà, un libro che fa riflettere. A ciò invitano del resto sia il dialogo serrato dell’autore col suo maestro Del Noce (rispetto al quale mai, nemmeno una volta, si ricorda Renzo De Felice: il che è strano, specie nelle molte e dense pagine dedicate all’interpretazione – una volta tanto non demonologica – del fenomeno fascista), sia la partecipata e mai distrattamente concorde postfazione di Giuseppe Feyles, il che ci conduce in un’area frassatiana che non va mai sottovalutata.
Qualcuno parlerà, con sollievo o con preoccupazione, di un “ritorno a Marx”. Certo, l’abuso che del Gigante di Treviri si è sconsideratamente fatto nella seconda parte del XX secolo farebbe quasi sperare in una finalmente riequilibratrice Marx-Renaissance, se non altro per liberare il filosofo di Das Kapital da certe sue maldestre rivalutazioni “da destra”, ancora più deleterie della noiosa scolastica di sinistra che alcuni decenni fa scendeva dall’autoreferenzialistico Olimpo delle cattedre e oggi rimonta dai bassifondi di un attardato ribellismo sedicente “resistenziale”. Il fatto è che ha tutte le ragioni Rizza a rimpiangere la fine dell’ateismo “scientifico” marxiano (chi non ricorda le sussiegose cattedre universitarie sovietiche dedicate a “filosofia e ateismo”!) a vantaggio di un nihilismo davvero volgare in tutti i sensi possibili del termine, quello che ha invaso il nostro beato Occidente cavalcando un diffuso analfabetismo di ritorno e che non ha nulla nemmeno alla lontana da spartire con i suoi supposti “padri nobili”, Dostoevskji e Nietzsche... e nemmeno con Noam Chomsky.
Il fatto è che il titolo, caratteristica del quale è il tentativo non sempre riuscito di abbracciare in una visione generale storia e sociologia, filosofia e politica, religione e costume, rivoluzione e dissoluzione, rende in sintetica misura buona ragione a se stesso e alla sua tesi di fondo. L’“Eccezione occidentale” ha rappresentato un titanico attacco al cielo; la trasformazione dell’antico equilibrio di un globo “a compartimenti stagni” in un’“economia-mondo” e la volontà dell’homo oeconomicus occidentalis di soggiogare tutta la realtà a quella dell’onnipotenza del danaro e di costruire una società profondamente ingiusta sul presupposto insincero e fallimentare della costruzione di oligarchie fondate sul prevalere dell’arbitrio dei pochi più forti ha finito con il gettare la maschera e a ribadire così, lo voglia o no, l’antico ed eterno principio sulla base del quale non esiste società umana che possa ambire di costruirsi su un presupposto che non sia divino. E’ così che la rivolta dell’Uomo moderno contro Dio è l’esatto contrario della lotta di Giacobbe con l’Angelo. E, come si comincia a intravedere, si concluderà con qualcosa di molto peggiore di una slogatura.
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