La legge elettorale e quella tentazione plebiscitaria
La corsa a costruire un vincitore rischia di mettere in secondo piano il Parlamento, la rappresentanza e la partecipazione. In una fase storica in cui sempre meno cittadini vanno alle urne

Quarantadue? No, meglio quaranta o quarantuno. Al massimo quarantotto, ma almeno trentotto. Se non fosse un argomento serio, che riguarda il fondamentale e sempre meno esercitato diritto di voto dei cittadini, la fotografia che regala il dibattito sulla legge elettorale assume tinte quasi esilaranti. Il vestito uscito dalla sartoria appena due mesi fa, ci si è accorti dopo le ferie, non calza più a pennello, colpa – manco a dirlo – del generale “guastatore” cresciuto nei sondaggi, nel frattempo. Siamo stati appesi anche a un altro interrogativo della maggioranza: meglio sgonfiare l’elettorato di Vannacci con un turno unico, appellandosi al “favore” che si rischia di fare altrimenti alle opposizioni; o meglio rilanciare l’ipotesi del ballottaggio (che ora sembra tramontata) per recuperare in un secondo momento i voti in libera uscita di Futuro nazionale? Ma, al netto del monito del Consiglio d’Europa attraverso la cosiddetta “Commissione di Venezia” – sollecitato dal Quirinale e ampiamente disatteso – di evitare cambi di legge elettorale a meno di un anno dal voto, il dibattito nel centrodestra ha una sua linearità.
Un confronto che tuttavia è gravato da un macroscopico vizio di fondo, sottolineato efficacemente su queste colonne da Agostino Giovagnoli: si trascura che stiamo decidendo sull’elezione del Parlamento e non del Governo, con tutto quel che ne consegue, essendo e Camere chiamate non solo a dare e togliere la fiducia all’esecutivo, ma anche a eleggere il capo dello Stato e a nominare i rappresentati negli organi di garanzia e anche a cambiare, se del caso, la Costituzione. Funzioni incompatibili con le forzature proposte nei meccanismi di rappresentanza.
Giova ricordare ancora una volta che con questi livelli di partecipazione al voto si sta parlando di garantire a una coalizione che intercetti il consenso di un cittadino su quattro o poco più, il controllo assoluto del Parlamento, con quel che ne consegue. Se poi aggiungiamo il nome del candidato premier da indicare prima del voto – la precisazione sulle prerogative “salve” del capo dello Stato non cambia le cose – si completa un quadro che vede non solo il Parlamento, ma anche il Quirinale, relegati in un ruolo subalterno.
Sono i rilievi venuti da una folta e autorevole schiera di costituzionalisti, che l’opposizione ha fatto propri, e giunti a questo punto non si sa se ci sarà il tempo da parte della Consulta per pronunciarsi prima del voto. Ma allora, è soprattutto il dibattito fra le opposizioni sulle primarie a risultare incomprensibile, e per niente allineato alle premesse. Iniziato già all’indomani del referendum sulla giustizia, dal quale era emersa inaspettata una voglia di partecipazione dei giovani in larga misura ancora non intercettata, esso – a bene vedere – non fa altro che andarsi a infilare nella forzatura che denuncia: quella di rendere plebiscitarie, con una sorta di premierato di fatto, le prerogative che la Costituzione assegna al Quirinale e al Parlamento di designare e votare il candidato premier. A parte le mille complicazioni di una consultazione del genere (che ha senso in un sistema bipolare consolidato, molto meno in un sistema complesso come il nostro) essa finisce per validare uno schema che relega il capo dello Stato, nella formazione del governo, a un ruolo sostanzialmente notarile, e una coalizione che si autodefinisce come alleanza in difesa della Costituzione qualche dubbio dovrebbe porselo al riguardo, se non si vuol dare la sensazione che quest’idea per cui chi vince (con un robusto “aiutino” del sistema di voto) alla fine prende tutto, abbia contagiato anche chi a parole la contesta duramente. Se, una volta approvata la legge un nome dovrà esser proposto per forza di cose, si dovrebbe trattare di un’indicazione massima, non vincolante, rinviando all’esito del voto e al ruolo “maieutico” del Capo dello Stato il superamento di conflitti fra forze politiche diverse difficilmente componibili prima. Mentre le primarie esprimerebbero un verdetto non più eludibile, nonostante tutti i dubbi di partenza, alla luce del fatto che la maggioranza degli elettori solitamente non si lascia coinvolgere in quello che considera uno scontro fra opposte “tifoserie”.
Stesso ragionamento sulle preferenze e sulla restituzione del diritto di scelta agli elettori, che incidono sul tema più cruciale: l’elezione di un Parlamento “forte” collegato al volere dei cittadini. Non si possono denunciare le liste bloccate e poi dare la sensazione che i parlamentari “nominati”, in fondo, stanno bene a tutti i leader e ai loro “cerchi magici”. In questo senso l’emendamento congiunto che le opposizioni hanno presentato per introdurre le preferenze è una novità importante, che potrebbe contribuire a riaprire la discussione sul nodo fondamentale di favorire il ritorno alle urne.
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