La guerra delle petroliere infiamma Hormuz: cosa sta succedendo nella guerra tra Iran e Usa
Missili balistici iraniani colpiscono due navi militari Usa e otto cargo: l’attacco più grave del conflitto. I pasdaran estendono la “propria” zona dello Stretto fino a Oman e Mar Arabico

Spezzare il blocco. Riavviare le esportazioni di petrolio. In sintesi, alzare la posta, per dimostrare agli Usa di avere ancora il controllo dell’arma-Hormuz. A quasi sei mesi e mezzo dall’inizio del conflitto, per l’Iran non si tratta di una strategia quanto di una pressante necessità. Le esportazioni di greggio sono di nuovo semi-paralizzate in seguito all’offensiva lanciata da Donald Trump alla fine di agosto, dopo alcune settimane di relativa distensione, in cui il flusso era passato da due milioni a quasi 9 milioni di barili. L’impatto pesa come un macigno sull’economia di Teheran, già in affanno. Inflazione e disoccupazione galoppano mentre la valuta crolla.
Per far fronte alla crisi, il governo ha appena aumentato i prezzi del carburante, acuendo il malcontento sociale. Un tasto dolente, su cui – i pasdaran ne sono ossessionati – potrebbe far leva Israele per sostenere una rivolta. Del resto, da Tel Aviv giungono parole poco rassicuranti. Appena qualche giorno fa, il ministro della Difesa, Israel Katz, ha detto di avere «ancora del lavoro da fare per mettere fine agli al regime. Da qui, la reazione muscolare: in risposta alla distruzione da parte statunitense di cinque navi, nella notte tra martedì e mercoledì, le forze iraniane hanno centrato con missili balistici dieci imbarcazioni americane: due navi militari e otto cargo per il trasporto di greggio, tra cui una che conteneva due milioni di barili di olio combustibile. Un marinaio a bordo della “Hercules Star”, ancorata al largo di Dubai, è morto. Un altro membro dell’equipaggio risulta disperso. L’attacco iraniano più grave dal 28 febbraio. La “guerra delle petroliere”, l’hanno chiamata. Un gioco al massacro in cui gli ayatollah sanno che anche Washington ha molto da perdere. Specie ora, con il voto di midterm alle porte. L’aumento repentino ed esponenziale del prezzo del greggio lo dimostra: il barile ha oltrepassato la soglia – non solo simbolica – dei cento dollari, tornando ai livelli di luglio. a benzina, negli Usa, ha raggiunto il picco di 5,94 dollari al gallone: un dato politicamente rilevante a due mesi dal voto. Teheran ripete che è solo l’inizio. I suoi missili hanno colpito ancora obiettivi Usa nella zona di Al-Azraq, in Giordania. Le Guardie rivoluzionarie, inoltre, hanno definito una nuova e più ampia zona di interdizione marittima, estesa fino al Golfo Arabico al largo di Chabahar, nell’estremo lembo della costa iraniana vicino al confine con il Pakistan. «Ogni nave che attraverserà lo Stretto sarà soggetta a sanzioni», ha tuonato il portavoce dei pasdaran, Hossein Mohebi. E ha minacciato un’escalation «senza precedenti» in caso di una contro-offensiva da parte di Washington: «Se il nemico ci attaccherà due o tre volte, noi lo centreremo almeno venti».
Una variante di quanto dichiarato da Mohammed Bagher Ghalibaf, capo negoziatore iraniano e presidente del Parlamento, che domenica aveva detto: «L’era delle “risposte proporzionate” è finito». Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha minimizzato: «Sarà l’Iran a perdere delle petroliere, ogni volta che proverà a colpire le navi statunitensi». Sulla stessa linea il premier israeliano Benjamin Netanyahu che, dal Monte Hermon, area della Siria occupata dai militari di Tel Aviv, ha assicurato: «Siamo molto vicini ad abbattere il regime terroristico in Iran. Quando lo faremo, l’intero asse crollerà».
Nel frattempo, però, uno dei principali proxy di Teheran – la milizia yemenita degli Houthi – continua a martellare l’Arabia Saudita per conquistare Bab el-Mandeb, lo sbocco cruciale del petrolio di Riad. L’attaccco di due giorni fa a una serie di infrastrutture petrolifere, ha scatenato la rappresaglia saudita, con una trentina di raid su quattro province sotto controllo degli Houthi: Taiz, Hodeida, Jawf e Marib.
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