Quelle voci dal carcere e le persone oltre le loro colpe

"Quello che non hai sentito" è il libro scritto da Marco Erba che racconta 18 storie vere raccolte tra detenuti e operatori. La prefazione di Marta Cartabia
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September 10, 2026
Quelle voci dal carcere e le persone oltre le loro colpe
Il VI raggio del carcere di San Vittore
Esce per Ares Edizioni “Quello che non hai sentito” di Marco Erba, un libro sul mondo del carcere attraverso le voci di chi lo vive ogni giorno. Diciotto storie, diciotto volti, raccolti in presa diretta tra detenuti e operatori, per raccontare un universo spesso confinato alla cronaca e ai suoi stereotipi. Ci sono persone che hanno commesso reati gravi, agenti della polizia penitenziaria, educatori e altri professionisti impegnati nei percorsi di reinserimento. Storie diverse, che parlano di errori, dolore, consapevolezza e possibilità di ricominciare. Erba non cerca assoluzioni: lascia che siano le persone a raccontarsi, nella convinzione che ascoltare significhi restituire complessità a chi è stato ridotto alla propria colpa. Pubblichiamo qui di seguito un testo tratto dalla prefazione.
Queste storie, come tutte le storie, possono essere parziali, eccessive, difensive, talvolta manipolatorie. Può accadere che uno o molti dettagli non siano veri, che i ricordi siano deformati, che le responsabilità vengano attenuate o giustificate nel racconto di chi parla. Non ho ascoltato direttamente le testimonianze qui raccolte: leggere il libro, come scriverne la prefazione, non significa assentire a tutte le posizioni che ne emergono; dare voce non significa assolvere, così come ascoltare non significa giustificare e accogliere un racconto non significa trasformarlo in verità processuale: significa, più semplicemente e più radicalmente, riconoscere che chi ha commesso il male, chi lo ha subito, come chi lo ha amministrato professionalmente nella forma difficile della pena, resta dentro una storia umana che non può essere ridotta al freddo dispositivo di una sentenza, per quanto necessaria. E tuttavia, il libro mostra che il cambiamento, quando avviene – e, purtroppo, non sempre avviene – è un cammino possibile che può essere offerto a tutti anche quando non tutti lo percorrono nello stesso modo, con la stessa chiarezza e tenacia.
Il dolore evocato da Calamandrei – quel «mistero inesplicabile della vita umana» che forse trova una sua ragione soltanto quando il dolore di un uomo può servire a risparmiare il dolore ad altri uomini – attraversa queste pagine in forme diversissime. È il dolore dei detenuti, certo, ma anche quello degli operatori, dei familiari, delle vittime che restano dietro le quinte e che proprio per questo non devono essere dimenticate. È il dolore di chi ha perso tutto, di chi ha sbagliato, di chi non ha avuto strumenti per capire il male dentro cui cresceva, di chi ha trovato solo nel carcere l’ultima possibilità di fermarsi. È anche il dolore di chi, come la direttrice Diana – che ne ha anche vissuto uno molto personale che le «ha indicato la strada» – sente il peso di una responsabilità che tiene insieme sicurezza e trattamento, rigore e fiducia, legalità ed empatia.
«Dirigere un carcere – dice – è un compito delicatissimo: deve tenere insieme sicurezza e trattamento», perché «con la sola sicurezza il carcere non può stare in piedi: serve anche il trattamento». E il trattamento, parola che può suonare tecnica o persino inquietante, è in realtà «il senso del carcere»: scuola, lavoro, incontri, attività educative, percorsi di responsabilizzazione, relazioni capaci di rimettere una persona davanti a una nuova possibilità di sé.
Questa è una delle intuizioni più forti del libro: la pena non si misura soltanto in anni, mesi, giorni; si misura anche nella qualità del tempo che viene offerto a chi lo deve attraversare. Un tempo vuoto diventa facilmente rancore, affiliazione criminale, ulteriore abbrutimento, mentre un tempo abitato si può trasformare in riflessione, apprendimento, cura, responsabilità. Non c’è nessuna garanzia, naturalmente, perché nel bene, come nel male, non esiste automatismo: ma senza questa possibilità il carcere si riduce alla pura sottrazione di libertà, di relazioni, di futuro. E una pena che non lascia intravedere il futuro tradisce la sua ragion d’essere costituzionale.
Certo, la dimensione contenuta del carcere qui raccontato non è un semplice dettaglio organizzativo, poiché in un piccolo istituto, che il libro giustamente non identifica, più agevolmente le relazioni possono essere curate, i volti possono essere conosciuti e le fragilità possono essere intercettate. Il comandante Saverio lo esprime chiaramente: l’edificio è piccolo, i detenuti sono pochi, e questo permette al personale di «curare le relazioni» senza essere distratti dai problemi aggiuntivi creati da numeri molto alti e, troppo spesso, dall’immane sovraffollamento che assorbono ogni energia a scapito del trattamento che rischia di rimanere lettera morta.
Molti detenuti raccontano questo passaggio come decisivo: l’essere stati guardati non soltanto come colpevoli, ma come persone ancora capaci di una risposta. Maurizio, per esempio, dopo aver ricordato l’onestà poverissima e luminosa dei suoi genitori, riconosce di aver visto per anni il mondo «attraverso gli occhiali deformati del dolore, della rabbia». Il carcere, dice, gli è servito a capire che quello che faceva «era una follia», ma la «consapevolezza non arriva di punto in bianco. Si cambia un pezzettino ogni giorno, solo se trovi il posto giusto e le persone giuste». (…)
La fiducia non è il contrario della responsabilità, ma la condizione per cui questa diviene possibile, grazie all’apertura di credito alla persona. Si tratta, dunque, di chiedersi se la giustizia, dopo aver riconosciuto il male e stabilito una pena, possa limitarsi a custodire un corpo dietro una porta chiusa o debba cercare di restituire alla società una persona diversa.
È precisamente l’orizzonte disegnato dall’Articolo 27 della Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»: poche parole, ma esigenti fino a essere vertiginose. Diana dice di rileggerle come un mantra quando si abbatte, e di trovarvi la forza per ripartire. Il dettato costituzionale diventa così una sfida, una domanda concreta posta ogni mattina a chi apre e chiude i cancelli, organizza le attività, visita un detenuto in infermeria, insegna italiano, ascolta una confessione, valuta un permesso, contiene una crisi, prova a distinguere fra fermezza e durezza, fra prudenza e paura, fra legalità e vendetta.
La vendetta, infatti, è una delle tentazioni permanenti del discorso pubblico sulla giustizia. Quando diciamo «bisogna fare giustizia», non sempre intendiamo la stessa cosa. C’è una domanda di giustizia che nasce dal dolore delle vittime e merita rispetto assoluto, ma c’è anche una domanda più torbida, più istintiva, che vorrebbe delegare allo Stato il compito di far soffrire chi ha fatto soffrire, chiedendo così una soddisfazione che ha sempre il fiato corto. (…)
Per questo il carcere, se fedele alla Costituzione, non può essere pensato come un universo separato dal mondo. È anzi uno specchio particolarmente duro della società che lo produce. Dentro vi finiscono anche persone che dovrebbero essere altrove: in luoghi di cura, in comunità terapeutiche, in percorsi di sostegno psichiatrico o sociale, in contesti educativi capaci di arrivare prima della pena. Il carcere diventa così il deposito di ciò che non siamo stati capaci di vedere in tempo. E gli operatori penitenziari, compresi gli agenti della polizia penitenziaria, raccolgono ogni giorno dolore, rabbia, violenza, disagio, fallimenti familiari e istituzionali.
La scuola, il lavoro, la cura medica, la relazione con gli agenti e con gli educatori appaiono in queste pagine non come attività accessorie, ma come forme concrete di restituzione alla vita, come testimoniano le voci di Valeria, l’insegnante, o di Marina, l’educatrice, o di Beatrice, medico. (…)
Il libro si chiude con un’affermazione potente: la giustizia è una possibilità. Nel suo capolavoro, La valle dell’Eden, John Steinbeck suggella le sue riflessioni sul male e sulla libertà con una parola ebraica tratta dalle vicende di Caino narrate nella Genesi: timshel, che in una discussione tra alcuni protagonisti del libro viene interpretata come «tu puoi».
Una possibilità. Tu puoi dominare il male, puoi non restare per sempre inchiodato al passato. Il carcere, per rimanere fedele alla Costituzione e alla dignità della persona, dovrebbe essere proprio questo: non il luogo in cui il male viene nascosto allo sguardo di chi sta fuori, ma il luogo in cui una società intera osa ancora dire a chi ha sbagliato, senza mentire sul male e senza dimenticare chi lo ha subito: «Tu puoi».
Professoressa ordinaria di Diritto costituzionale, Università Bocconi; Presidente emerita della Corte costituzionale

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