Affitti brevi nel mirino della Ue, che propone limiti nelle città

di Gabriele Rosana, Bruxelles
Bruxelles presenta l’Affordable Housing Act: c’è il criterio dello “stress abitativo” per procedere mettendo limiti. Saranno poi i singoli comuni a scegliere come intervenire
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September 9, 2026
Affitti brevi nel mirino della Ue, che propone limiti nelle città
Le case di Amsterdam
Una serie di paletti comuni per regolare gli affitti brevi in tutta l’Unione europea. E dare a città ed enti locali gli strumenti per misurare lo “stress abitativo” dei quartieri, con l’obiettivo di limitare, se necessario, il fenomeno dei B&B in pieno centro storico prenotati con un clic su piattaforme online come Airbnb o Booking, o le seconde case lasciate vuote nelle località turistiche più frequentate. La Commissione Ue ha presentato una proposta di regolamento sull’edilizia abitativa a prezzi accessibili (in inglese, “Affordable Housing Act”), primo provvedimento normativo da quando - due anni fa - Bruxelles ha deciso di occuparsi del tema Casa, complice il pressing di un’alleanza di sindaci alle prese con gli effetti dell’”overtourism” e con scarse risorse per l’edilizia sociale e popolare. «Siamo nel bel mezzo di una crisi abitativa e per questo dobbiamo agire», oltretutto visto che «più della metà degli europei», interpellati da un sondaggio dell’Eurobarometro, «ritiene che la mancanza di alloggi a prezzi accessibili sia un problema serio e urgente», ha detto il commissario Ue al ramo, Dan Jørgensen. «Chi ha un lavoro ordinario, come infermieri, insegnanti o agenti di polizia, molto spesso non riesce a vivere nel luogo in cui presta servizio. Ma una casa non è una merce sul mercato; è un diritto umano e un elemento che garantisce sicurezza, protezione e dignità», ha aggiunto. I numeri aiutano a comprendere la mole del problema: nell’ultimo decennio, ha ricordato Jørgensen, gli affitti nelle capitali hanno fatto registrare significativi balzi in avanti, dal +59% di Berlino al +103% di Lisbona; mentre in alcune città le case sfitte arrivano a rappresentare il 20-30% del totale. Ma a Bruxelles maneggiano il dossier con i guanti di velluto, riconoscono che i B&B «per alcuni sono fonte di entrate», e ricordano a più riprese che non c’è una competenza diretta dell’Ue a legiferare sulla Casa. Responsabili per la questione sono, semmai, gli Stati e le autonomie locali. E infatti le regole Ue non introducono obblighi validi per tutti. Al contrario, creano le condizioni perché a intervenire siano le amministrazioni territoriali, se lo vorranno e nel modo che riterranno più opportuno. La Commissione punta, però, a fare la sua parte, offrendo ai Comuni una sorta di “scudo” Ue per difendere le eventuali restrizioni dai ricorsi (anche in Italia, ad esempio, il tema è finito davanti alla Corte costituzionale).
La principale novità è la metodologia comune per definire se un’area si trova sotto “stress abitativo”. Nel dettaglio, dati alla mano, bisognerà stabilire se per comprare un’abitazione di dimensioni standard servono almeno otto anni di reddito medio pro capite. Sopra questa soglia, scattano nuove verifiche: toccherà capire qual è stata la crescita del rapporto nell’arco dei 10 anni passati e se, senza correttivi, la tendenza sia destinata a proseguire nei tre anni successivi. Tuttavia, se per acquistare casa ci vogliono più di 10 anni di reddito, allora non saranno necessari ulteriori esami, e basterà questo dato da solo a far concludere che effettivamente la zona si trova in una situazione di forte “stress abitativo”.
In concreto, ciascuna città potrà a quel punto decidere come muoversi in base alle specificità del territorio. Bruxelles lascia carta bianca sulle misure che potrebbero essere adottate dai Comuni: dalla fissazione di un tetto al numero di notti prenotabili ogni anno fino allo stop alla concessione di nuove licenze per locazioni turistiche, passando per la limitazione dei periodi di sfitto prolungati o ancora per la possibilità di riservare l’acquisto di nuove abitazioni solo a chi vi avrà la propria residenza principale. E ciò perché, se affitti brevi e seconde case «non sono la causa profonda del problema, possono senz’altro aggravarlo», insistono dalla Commissione, visto che «si trovano perlopiù concentrati in aree in cui lo “stress abitativo” è ai massimi livelli».
Per Jaume Collboni, sindaco di Barcellona, tra i promotori dell’alleanza delle città insieme a Roma e Parigi, «le politiche abitative sono la principale forma di disuguaglianza sociale in Europa» e l’iniziativa Ue «riconosce che la casa serve anzitutto per viverci e non per generare profitti». Prima di diventare definitivo, però, l’”Affordable Housing Act” dovrà essere approvato dai governi riuniti nel Consiglio e dall’Europarlamento. Ed è già scontro politico. Sulle barricate salgono già le forze di governo in Italia: FdI, Lega e FI fanno fronte comune e parlano di «attacco alla proprietà privata», promettendo battaglia in Aula contro quello che Confedilizia considera «un provvedimento liberticida». Fatica a trovare una posizione condivisa, invece, il Campo largo. «Tutelare la casa giustifica limiti al mercato», dicono soddisfatti dal Pd, mentre il M5S avverte che è troppo poco: la stretta Ue «è deludente e rischia di restare solo sulla carta». E se l’Associazione italiana gestori affitti brevi (Aigab) vede il rischio di un «disastro per il comparto dell’ospitalità», Federalberghi butta acqua sul fuoco ricordando che «non c’è alcun obbligo» generalizzato di intervento.

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