Confessioni estorte, sentenze senza prove, esecuzioni: cosa sta succedendo (nel frattempo) in Iran

Da marzo 59 uccisioni di detenuti politici: 29 erano stati arrestati nelle proteste di dicembre Human Rights Watch: «L’Onu faccia pressione per sospendere la pena capitale»
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September 13, 2026
Una studentessa in una protesta all’università di Teheran
Una studentessa in una protesta all’università di Teheran / ANSA
Solo cinque settimane sono trascorse dall’arresto del diciannovenne Saleh Mohammadi al momento della sua esecuzione, avvenuta di fronte «a un gruppo di persone a Qom», dunque in pubblico. In meno di quattro mesi, Sasan Azadvar Jonaqani, 21 anni, è stato arrestato, condannato e ucciso anche se – riferiscono gli estratti della sentenza pubblicati dall’agenzia di stampa giudiziaria Mizan – le autorità iraniane non hanno ritenuto che fosse colpevole di omicidio. È stato mandato al patibolo per avere «dichiarato guerra a Dio», per «aver partecipato attivamente alle rivolte» e «aver aggredito e lanciato pietre contro le forze di sicurezza».
Le autorità iraniane di Teheran stanno eseguendo condanne a morte «illegalmente ogni settimana» di «manifestanti e dissidenti politici, in quello che costituisce un attacco incessante al diritto alla vita», denunciano Human rights watch (Hrw) e il Centro Abdorrahman Boroumand per i diritti umani in Iran, con sede a Washington. In soli cinque mesi, tra il 18 marzo e la fine di agosto, al patibolo sono finite almeno 59 persone con accuse di natura politica e legate alla sicurezza nazionale. Di queste, 29 erano state arrestate nelle proteste di dicembre e gennaio e altre tre in relazione alla mobilitazione “Donna, Vita, Libertà” del 2022. In 16 dei 29 casi, i reati per cui è stata chiesta la pena capitale non comportavano accuse di omicidio. In almeno 10 dei restanti 13 casi, lo Stato ha sollevato accuse di coinvolgimento in uccisioni o incidenti mortali anche per interi gruppi di imputati, senza stabilire il ruolo di ciascuno. Molti avevano 18 o 19 anni, altri poco più che 20. Per alcuni l’esecuzione è arrivata senza preavviso a famiglie o avvocati, senza il conforto di un’ultima visita. Fra le accuse, quelle di aver danneggiato palazzi pubblici e governativi, utilizzato Molotov, bloccato strade collaborando con «Stati ostili» e operando «per conto del regime sionista» e degli Stati Uniti.
Sono le formule previste dalla legge sullo spionaggio, adottata in tutta fretta dopo l’inizio della guerra “dei dodici giorni” tra Israele e Iran, nel giugno 2025. Le campagne di diffamazione contro i manifestanti li etichettano come «truppe di terra di un colpo di stato statunitense-israeliano», rei di aver «fornito un terreno fertile e un pretesto» per gli attacchi contro l’Iran.
Hrw e il Centro Boroumand hanno esaminato prove, messaggi audio dei detenuti, video di “confessioni” estorte, nonché dichiarazioni ufficiali e annunci di esecuzione dell’agenzia di stampa della magistratura. Hanno anche intervistato avvocati ed ex compagni di cella. «Giorno dopo giorno, le autorità iraniane mandano i manifestanti, compresi gli adolescenti, al patibolo sulla base di “confessioni” ottenute sotto tortura e dopo procedimenti gravemente iniqui, troppo brevi per stabilire la colpevolezza anche per un reato minore, figuriamoci per reati capitali», ha dichiarato Bahar Saba di Hrw. «Il messaggio è chiaro: le proteste saranno represse con brutalità, sia con i proiettili nelle strade sia con esecuzioni pubbliche dopo processi farsa». Gli autori del report sono anche riusciti a visionare tre sentenze, di solito non accessibili. «Dimostrano che i verdetti sono privi di motivazione, non affrontano i fatti o non fanno riferimento alla difesa , comprese prove a discarico o testimonianze presentate dai difensori», scrivono i ricercatori. «In un caso, una fonte informata ha riferito che le stesse prove presentate dallo Stato dimostravano che gli imputati non si trovavano sulla scena del reato quando è stato commesso». La condanna a morte è stata pronunciata lo stesso. Il Centro Boroumand e Hrw chiedono che gli Stati membri dell’Onu esercitino con urgenza pressioni su Teheran affinché sospenda tutte le esecuzioni. Secondo un’altra organizzazione citata nel report, solo nel carcere di Isfahan oltre 70 manifestanti sarebbero in attesa del patibolo.
Nel caso di Benyamin Naghdi, 26 anni, la Corte suprema ha confermato la decisione del Tribunale rivoluzionario di Shiraz che lo aveva condannato per aver utilizzato un estintore come lanciafiamme improvvisato contro le forze di sicurezza che transitavano in moto durante le proteste, il 3 gennaio. In un’intervista, l’avvocato di Naghdi ha affermato che, malgrado nessuno fosse rimasto ferito, Naghdi era stato inizialmente accusato di tentato omicidio. Tuttavia, dopo le indagini preliminari, è stato invece incriminato e condannato a morte per «corruzione sulla terra» e per «aver dichiarato guerra a Dio».

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