«L’uguaglianza? È solo un’illusione».
L’approdo dei sovrani tecnologici

I tecno-monarchi trovano spazio nella sfiducia verso la mediazione democratica. Le differenze diventano “verità antropologiche”
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September 15, 2026
«L’uguaglianza? È solo un’illusione».
L’approdo dei sovrani tecnologici
Peter Thiel (insieme
a Elon Musk) rappresenta un potere tecnologico che guarda con diffidenza alla mediazione democratica / Ansa
Nel suo Le origini del totalitarismo , Hannah Arendt osservava che quando guerra, inflazione e disoccupazione dissolvono i legami sociali tradizionali, le persone diventano più sensibili al fascino di movimenti capaci di offrire una visione del mondo totale. Una sola premessa, un’unica causa del male, una sola via di salvezza. Non serve forzare il paragone con il presente per riconoscere quanto quell’intuizione resti inquietante. Anche oggi un ordine che si sgretola lascia cittadini disorientati, che hanno smesso di credere alle promesse di ieri e sono più disponibili ad ascoltarne di nuove. Un vuoto politico, del resto, raramente rimane vuoto. Prima o poi viene occupato. È nello spazio aperto dal fallimento delle promesse precedenti che prendono forma progetti ambiziosi e inquietanti. Progetti che attendevano ai margini il momento in cui le condizioni storiche li avrebbero resi presentabili e perfino desiderabili.
È dentro questo vuoto che va collocato l’approdo tecno-monarchico dei nostri anni. L’idea che la democrazia sia troppo lenta e litigiosa e che solo un potere concentrato e verticale, più simile a quello di un amministratore delegato, possa affrontare l’età dell’emergenza permanente. È una risposta distorta ma potente alla difficoltà delle democrazie nel promettere un futuro prospero e sicuro. Non è solo un ritorno dell’autoritarismo arcaico, è una vicenda più ambigua. Una parte della nuova destra globale non nasce soltanto contro il liberalismo di mercato. Nasce anche dentro la sua storia, anche se come discendenza illegittima. Qui occorre cautela. Il neoliberalismo viene spesso raccontato come un percorso lineare che da Hayek e Friedman, attraverso l’azione politica della Thatcher e di Reagan, attraverso la deregolamentazione globale, arriva oggi fino ai miliardari libertari della Silicon Valley. È una genealogia efficace ma semplicistica. Rischia di attribuire a Hayek ciò che appartiene ad alcune radicalizzazioni successive del suo pensiero. Hayek non è il padre della tecnomonarchia. La sua preoccupazione riguardava la concentrazione del potere politico e l’illusione che una società complessa potesse essere governata razionalmente da un pianificatore centrale. Il mercato, per lui, non era solo garanzia di efficienza; era un limite epistemico all’arroganza del potere.
Il problema, dunque, non è fare di Hayek il capro espiatorio. È capire che cosa accade quando alcune sue intuizioni vengono separate dalla cornice liberale-costituzionale e consegnate a epigoni più attratti dall’uscita che dal limite. In Hayek la diffidenza verso la democrazia resta dentro il costituzionalismo liberale. Nei suoi discendenti estremi, quella diffidenza diventa sospetto verso la cittadinanza stessa. Quinn Slobodian, nel suo Hayek’s Bastards. Race, Gold, IQ, and the Capitalism of the Far Right (Zone Books, 2025), offre una chiave di lettura preziosa proprio perché non riduce questa storia a una successione lineare. I “bastardi di Hayek” non sono eredi fedeli. Sono figli illegittimi. Prendono dal maestro il lessico dell’evoluzione, della tradizione, dell’ordine spontaneo, della critica alla giustizia sociale, ma lo piegano verso una direzione che Hayek avrebbe probabilmente guardato con sospetto. Slobodian li chiama “bastardi” perché ricadono proprio in quegli errori che Hayek stesso aveva denunciato: lo “scientismo” e la “pretesa della conoscenza”. Questo “new fusionism” non si fonda più sulla vecchia alleanza tra libertarianismo economico e conservatorismo religioso, ma sulla saldatura tra mercato e natura. Il mercato non viene più giustificato soltanto perché efficiente. Viene presentato come il rivelatore di differenze profonde. Se alcuni prosperano e altri restano indietro, non c’entrano le istituzioni, la storia, il potere o la fortuna. C’entrano differenze naturali profonde che non si può far altro che riconoscere ed accettare.
È qui che la promessa egualitaria della democrazia viene colpita al cuore. La si svuota a monte, sostenendo che l’uguaglianza è un errore antropologico. Alcuni sarebbero più adatti al mercato, più disciplinati, più pronti alla libertà. Altri sarebbero dipendenti, portatori di disordine e inefficienza. La disuguaglianza, così, smette di apparire come un problema da correggere e diventa una verità da riconoscere. Il nuovo fusionismo non rifiuta la globalizzazione, semplicemente la rende selettiva. Capitali, merci, piattaforme, profitti, dati e diritti di proprietà devono continuare a circolare. Ad essere fermate sono invece alcune persone. Non il mercato mondiale, ma la sua promessa universalistica. Così la globalizzazione diventa gerarchica e si apre verso l’alto mentre si chiude verso il basso.
È in questo paesaggio che acquistano potere i tecno-monarchi. Trovano un terreno preparato da decenni di sfiducia nella mediazione democratica. Quando Peter Thiel scrive di non credere più nella compatibilità tra libertà e democrazia, dà voce a una tentazione di più vasta portata: liberare il potere economico dalla lentezza dei molti. Elon Musk ne offre una versione diversa ma convergente: il fondatore come sovrano operativo, l’impresa come giurisdizione e la piattaforma come campo d’azione. La tecno-monarchia non abolisce la democrazia con un colpo di Stato. La svuota per sostituzione. Dove prima c’erano la deliberazione, i diritti e la sovranità pubblica, ora vengono introdotte le dashboard, gli utenti, i termini di servizio e le infrastrutture proprietarie. Il potere non si presenta più con il volto antico del tiranno. Si presenta come efficienza, innovazione e l’immancabile promessa della sicurezza.
Questo è l’approdo. Non la fine della democrazia, ma la sua lenta sostituzione con forme di sovranità proprietaria. La monarchia della paura nasce qui, esattamente nel punto in cui l’uguaglianza smette di essere una promessa incompiuta, e diventa un’illusione da correggere; nel punto in cui l’insicurezza collettiva rende desiderabile non solo l’uomo forte al comando, ma il comando privato di un sovrano efficiente. È qui che il vuoto politico di cui parlava la Arendt viene occupato da un nuovo potere che si presenta come necessità tecnica e destino naturale.
(7 - continua)
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