Afghanistan: «La repressione intermittente dei taleban sta modificando l'ingegneria sociale del Paese»

L'oppressione operata dal regime avviene contro le comunità, più che contro i singoli. Così i gruppi di appartenenza e le famiglie finiscono per controllare e disciplinare i propri membri. Lo spiega in questa intervista Stefan Smith, della Missione Onu di assistenza in Afghanistan (Unama)
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August 10, 2026
Donne con il velo sedute l'una davanti all'altra, in fila, di spalle
Alcune studentesse fanno lezione in una "scuola segreta" di Herat / Lucia Capuzzi
«Abbiamo sconfitto l’America, possiamo farlo con qualunque altro Paese». L’enorme scritta, accanto a una malridotta bandiera a stelle e strisce, si dilata per il muro candido dell’ex ambasciata Usa a Kabul, appena dopo l’aeroporto. È stato tra i primi segni del “nuovo corso”, anche architettonico, cominciato il 15 agosto 2021. All’epoca, tanti fra gli analisti scommettevano sulla sua rapida implosione sotto il peso dell’ostracismo internazionale e dell’interruzione dei finanziamenti su cui si era retta, per due decenni, la Repubblica. Cinque anni dopo, però, l’Emirato islamico è ancora in piedi. «Né ci sono segni evidenti di collasso», spiega Stefan Smith, responsabile della comunicazione strategica della Missione Onu di assistenza in Afghanistan (Unama).
A cosa si deve la stabilità del regime? I taleban sono stati creati nel 1994. Si tratta, dunque, del movimento più longevo nella storia dell’Afghanistan moderno. La sua ideologia si è mantenuta costante e l’enfasi sull’obbedienza ne ha preservato l’unità. Dal 2021 ha iniziato la complessa trasformazione da gruppo armato in governo. Un processo tuttora in atto, di cui non possiamo prevedere la conclusione.
Per quale ragione? Vi sono delle sfide latenti, la cui evoluzione potrebbe contribuire a un cambiamento. L’economia, in primo luogo: resta di pura sussistenza ma non riesce a ripartire. L’isolamento internazionale non aiuta. Seppure siano sanzionati i singoli governanti e non il Paese nel suo insieme, l’Afghanistan è fuori dal circuito bancario globale. Questo rende il trasferimento di capitali, il commercio e gli investimenti estremamente complicati mentre gli effetti del riscaldamento globale, a cui è particolarmente sensibile, causano enormi perdite al settore primario, da cui dipende la gran parte della popolazione. La sua crescita costante, inoltre, accelerata dai rimpatri dalle nazioni confinanti, complica ulteriormente la situazione. Nessuno degli elementi elencati, di per sé, è sufficiente per mutare il sistema.
Quali fattori contribuiscono al mantenimento dello status quo? Il controllo del territorio, innanzitutto, e l’assenza di un’opposizione politica o armata organizzata. A questo si aggiunge un elemento dirimente: la profonda stanchezza degli afghani dopo 47 anni di guerra e la paura di un nuovo conflitto. C’è, tuttavia, un malcontento profondo per le restrizioni delle libertà personali, delle donne ma non solo. L’inedita protesta di massa dello scorso 9 giugno ad Herat contro le norme sull’abbigliamento femminile ne è stata un segnale… I decreti e divieti emanati negli ultimi due anni indicano una stretta progressiva. Il punto è che non sempre e non ovunque i taleban li implementano con lo stesso rigore. Molto dipende dalle autorità locali. Spesso, inoltre, alcune aree vengono impiegate come laboratorio per studiare la reazione a certe misure. È il caso di Herat. A volte possono commettere errori di calcolo. In generale, tuttavia, hanno messo a punto un sistema di vigilanza efficace, basato sull’auto-regolazione delle comunità e delle singole famiglie.
Che cosa intende? I taleban reprimono in modo intermittente, punendo più che i singoli la comunità di appartenenza. Per evitarlo, dunque, quest’ultima finisce per “disciplinare” essa stessa i propri membri. Il controllo, dunque, diventa capillare. Un sistema che, nel lungo periodo, può riconfigurare l’ingegneria sociale del Paese.
L’impegno di Avvenire per un’informazione giornalistica che si faccia prossimità con le persone si traduce in gesti concreti. Con “Guerre dimenticate” sosteniamo un progetto di solidarietà: “Myanmar: vite dimenticate”. Promosso dalla Fondazione Avvenire, si propone di restituire un futuro ai profughi birmani dei campi di Ban Mai Nai Soi e Ban Mae Surine, situati oltreconfine in Thailandia. Gli interventi, rivolti a 2.000 persone, riguardano l’assistenza sanitaria e l’istruzione per bambini e ragazzi fuggiti dalla guerra. È possibile contribuire attraverso questo link.

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