Sei milioni di ritorni forzati nell'Afghanistan in crisi profonda

di Lucia Capuzzi, inviata a Guzara (Afghanistan)
Le persone rientrano dopo essere state per anni in Pakistan e Iran. Il flusso ha un impatto enorme sull’economia, schiacciata dall’isolamento. Gli ospedali sono sovraffollati, con costi dei farmaci raddoppiati
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August 11, 2026
Uomini con capo coperto seduti su tappeti dentro una costruzione con assi di legno
Un gruppo di “ritornati” nel distretto di Guzara si riunisce dentrobla moschea, la costruzione meno precaria del villaggio/ Capuzzi
Non ha pareti la “stanza” di Abu Bakr e Abu Sar: il muro portante è un telo di stoffa, il soffitto una distesa di canne intrecciate. Al centro, da una carrucola, pende un cesto di paglia: la loro culla. Là dormono, incredibilmente placidi, i due gemellini di tre mesi: i primi “indigeni” di questo fazzoletto senza nome di terra riarsa dall’afa torrida dell’occidente afghano. Gli altri componenti delle 35 famiglie residenti – per un totale di qualche centinaio di persone – sono approdati a gennaio dal Pakistan a Guzara, distretto a dieci chilometri a sud di Herat, in Afghanistan. I «ritornati», li chiamano. «In realtà, sono nato a Quetta, dall’altra parte del confine – racconta Burjan, 40 anni, padre di Abu Bakr e Abu Sar –. Non sono semplicemente rientrato. Come gli altri, sono stato costretto a farlo. La vita in Pakistan era diventata insostenibile: i nostri bimbi non potevano andare a scuola, all’ospedale non ci davano assistenza. A dicembre hanno iniziato a distruggere le case dei vicini, anche loro profughi. Così siamo partiti prima che ci cacciassero». Dalla stretta decretata dalle autorità di Islamabad nel 2023, oltre 2,5 milioni di afghani hanno lasciato lo Stato confinante. «Ho vissuto in Pakistan per quarant’anni. Non so più qual è il mio Paese», racconta il 66enne Murat Khan. La riunione con i rappresentanti della comunità si svolge nella piccola moschea, l’unica pseudo-costruzione. Per il resto, ci sono solo baracche di stracci e recinti in cui sonnecchia qualche pecora deperita. L’elettricità non arriva, l’acqua nemmeno. La fontana più vicina è a un chilometro di distanza, da percorrere a piedi data l’assenza di mezzi di trasporto. A fornire i servizi igienici di base è Action Aid, impegnata in un ampio programma di distribuzione di kit e, soprattutto, costruzione di latrine. «E dire che abbiamo investito tutti i risparmi nella colletta per raggiungere l’equivalente di 54mila dollari e acquistare questo terreno. Sono partito senza nulla a 23 anni – dice Juma Gul –. Ora ne ho 61 e sono rientrato di nuovo senza nulla. Vorrei solo trovare un lavoro». Ma l’occupazione è un miraggio nell’Emirato islamico, non riconosciuto dal mondo e tagliato fuori dai circuiti bancari internazionali. La gran parte dei rimpatriati fa il manovale nell’edilizia, settore in pieno exploit grazie a un mix poco trasparente di soldi pubblici, capitali della diaspora, investimenti cinesi e turchi. Dal ritorno al potere, cinque anni fa, i taleban hanno realizzato 450 chilometri di strade e annunciato, per quest’anno, altri 233 interventi in infrastrutture per un totale di 29 milioni di dollari. «Costruiscono con lo stesso slancio con cui, in vent’anni di guerra, facevano saltare qualunque cosa», è l’amara battuta diffusa fra gli afghani. Impossibile, però, assorbire la manodopera in eccesso. Al giro di vite pachistano, si è sommato quello dell’Iran che ha cancellato i permessi temporanei e, solo nel 2025, ha rimandato indietro oltre due milioni di persone. La gran parte attraverso il passaggio di Islam Qala, a un centinaio di chilometri da Guzara, dove ormai i «ritornati» sono il 15 per cento dei residenti.
In totale, l’Afghanistan si è ritrovato oltre sei milioni di rimpatriati in meno di tre anni secondo i dati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim): una crescita degli abitanti del 13 per cento. La popolazione di Kabul, anche se non ci sono stime ufficiali, è quasi raddoppiata. Gli scontri con Islamabad e la chiusura dall’ottobre scorso del confine, nonché la crisi in atto nell’Iran in guerra con gli Usa, non hanno fermato il flusso che va avanti al ritmo medio di cinquemila persone alla settimana. Una pressione smisurata e potenzialmente destabilizzante per una nazione in cui il conflitto su larga scala è finito nel 2021 ma la pace non è ancora cominciata. «C’è una stabilità relativa in termini di sicurezza che convive con una crisi umanitaria profondissima – sottolinea Claudio Miglietta, responsabile in Afghanistan di Medici senza frontiere (Msf), presente in otto province –. Buona parte della popolazione è allo stremo. Lo tocchiamo con mano ogni giorno nei nostri ospedali. Da gennaio, in particolare, abbiamo notato un aumento anomalo dei bimbi ricoverati per complicazioni causate dalla malnutrizione acuta grave: un terzo in più rispetto agli ultimi tre anni. Necessità a cui la sanità fa sempre più fatica a rispondere. Il sistema viene da anni di sottofinanziamento cronico a cui si aggiunge ora la riduzione della cooperazione internazionale». Oltre 400 centri di salute hanno dovuto chiudere e i malati si riversano negli ospedali, sovraccaricandoli. «La scorsa settimana sono passato in una clinica pubblica di Kabul. Per una capacità di 360 posti c’erano 800 pazienti. In un letto ho visto tre bambini», racconta Jan, medico di Emergency nella capitale, dove è situato il principale dei centri chirurgici dell’organizzazione fondata da Gino Strada. Nell’ospedale, specializzato nella cura dei traumi, arrivano tra i dieci e i venti nuovi casi al giorno. «In gran parte sono feriti da armi da taglio, proiettili o vittime di incidenti stradali – prosegue il dottor Jan –. Al calo degli attacchi bellici, è seguito un aumento della violenza privata – liti, furti, aggressioni – per le durissime condizioni socio-economiche. Ad aggravarle la chiusura della frontiera pachistana, il principale punto di approvvigionamento.
Il costo delle merci è schizzato. A cominciare da quello del materiale medico e dei farmaci, il cui prezzo è quasi raddoppiato mentre la qualità nettamente calata. Il fatto è che prima i fornitori erano India e Pakistan. Ora arrivano da Uzbekistan e Tagikistan che hanno un’industria farmaceutica molto meno consolidata. Se le medicine sono poco efficaci, il rischio di complicazioni aumenta e così il flusso di malati sugli ospedali, portandoli al collasso». «Perfino nei centri per disabili del Paese (sempre meno, purtroppo) la richiesta è aumentata nonostante la riduzione degli incidenti causati dalle mine – conclude Alberto Cairo, fisioterapista, arrivato in Afghanistan all’indomani della ritirata sovietica, nel 1990, a lungo collaboratore della Croce Rossa Internazionale e, al momento, presidente della Ong Nove –. Soprattutto la cura di bimbi che soffrono paralisi cerebrali anche per problemi durante il parto: sono oltre un quarto dei nuovi pazienti che necessitano di riabilitazione fisica». Il fenomeno oltretutto potrebbe esplodere. Le donne possono lavorare come medico, infermiera e ostetrica ma non possono formarsi per diventarlo. La carenza di personale inizia a farsi sentire, specie con l’afflusso repentino di «ritornate», la metà del totale. Il personale femminile è l’unico autorizzato a curare le malate. Mentre queste ultime crescono, il primo si fa sempre più esiguo.

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