Dopo 23 anni gli Usa hanno lasciato l'Iraq: tutta l'epopea dall'inizio (e tutti i nodi che restano)

Via definitivamente i 2.500 soldati americani che rimanevano nel Paese. Per il Pentagono la responsabilità della sicurezza ora «spetta al governo»
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October 1, 2026
Dopo 23 anni gli Usa hanno lasciato l'Iraq: tutta l'epopea dall'inizio (e tutti i nodi che restano)
Le forze di sicurezza irachene sfilano durante le "Giornate della sovranità": quattro giorni di celebrazioni per il ritiro Usa / ANSA
«Ci sono tre tipi di persone a questo mondo, le pecore, i lupi e i cani da pastore. Alcuni preferiscono pensare che nel mondo il male non esista, e se mai si affacciasse alla loro porta non saprebbero come proteggersi. Quelle sono le pecore. E poi ci sono i predatori, che usano la violenza per sopraffare i deboli. Quelli sono i lupi. E poi ci sono quelli a cui Dio ha donato la capacità di aggredire e il bisogno incontenibile di proteggere il gregge. Questi individui sono una specie rara, nata per affrontare i lupi. Sono i cani da pastore». In "American sniper "di Clint Eastwood, il patriarca americano spiega così ai due figli, reduci da una rissa scolastica, la legge fondamentale dell’essere umano e della storia. Uno di loro diventerà soldato, cecchino dalla mira infallibile, cane pastore nel polveroso e maligno Iraq strappato alla dittatura di Saddam Hussein. Se si esclude qualche nobile e sovversiva deroga, Hollywood ha sempre raccontato le proprie, remote guerre ordinandole sul piano cartesiano del suo rozzo manicheismo. L’eccezionalità americana si solleva sul male e sul bene interpretando la violenza come necessità morale.
Ieri, dopo più di 23 anni e quattro presidenti passati alla Casa Bianca, gli ultimi 2.500 soldati Usa rimasti hanno abbandonato l’Iraq. Feriti dall’attacco dell’11 settembre, nel marzo 2003 gli Stati Uniti lanciavano l’operazione “Libertà irachena”, secondo capitolo, dopo l’Afghanistan, della più vasta “guerra al terrore”. La necessità di riaffermare l’egemonia seguita al collasso dell’Urss, l’ineluttabile contagio democratico sulle satrapie regionali immaginato dai neoconservatori e il vasto libero mercato conseguente, gli eterni interessi dell’industria bellica ed estrattiva e poi, naturalmente, il bene dell’umanità, minacciata dalle armi di distruzione di massa del regime iracheno, concentrate nella celebre fiala piena di polvere bianca (feticcio dell’antrace) esibita dal segretario di Stato Colin Powell all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Nessuno strumento per l’apocalisse sarebbe mai stato trovato nei rugginosi arsenali di Saddam. Sotto i colpi dell’inarrivabile supremazia tecnologica l’esercito iracheno si arrende in 40 giorni. Ben altra sfida sarebbe stata mantenere l’ordine e imporre la democrazia fra le strade e le sterminate distese aride dell’antica Babilonia. Paul Bremer III, scelto dal presidente Bush come governatore del nuovo Paese vassallo, commette il più fatale degli errori enucleando dall’apparato statale tutti i collaboratori del regime. “De-baathificare”, si disse allora con suggestivo termine esotico riferito al partito Baath, nato negli anni ’40 con propositi panarabi e socialisti e mutato in Siria e in Iraq in dittature oligarchico-familiari. Almeno 400mila soldati, prevalentemente sunniti, vengono spediti a casa senza compenso. Così molti funzionari del regime. L’asse del potere si sposta sulla maggioranza sciita, tenuta in subalternità per decenni.
La mossa perfetta per incendiare gli antichi rancori sopiti fra le pieghe del complesso tessuto sociale, sfacciatamente ignorato, superficialmente esasperato da Washington. Le cellule di al-Qaeda, comandate dal giordano Abu Musab al-Zarqawi, non aspettavano altro che il dispiegarsi dell’anomia per germogliare. In un decennio sarebbero cresciute fino a occupare un terzo del Paese sotto il vessillo dell’ultimo acronimo raggiunto: Daesh, lo Stato islamico in Iraq e Siria. Unici veri vincitori i curdi del Pdk e dell’Upk, discesi da nord dopo le promesse tradite di Bush padre, durante l’operazione “Desert storm”, nel 1991. A loro l’autonomia tanto attesa, e la presidenza nel nuovo sistema confessionale mutuato dal Libano, trinceratosi nella “green zone” di Baghdad mentre l’ingegneria demiurgica di Bremer, supportata da un terzo delle truppe necessarie, si sfalda nel labirinto della guerra urbana. Nel 2007 l’iniezione di 30mila uomini, “Surge”, contribuisce a creare il relativo, illusorio assestamento che nel 2011 permetterà a Obama di ordinare il disimpegno. Tre anni dopo un nutrito gruppo di consiglieri americani (“Operazione Inherent Resolve”) torna in Iraq per coordinare la guerra allo Stato islamico, distesosi da Ramadi fino alle porte della capitale, e a Kobane, difesa eroicamente dai curdi siriani.
L’epopea irachena è costata agli Stati Uniti 4.500 morti, 30mila feriti e, calcola uno studio della Brown University, circa 3 trilioni di dollari. Difficile percorrere la geografia e i nomi del profitto. Secondo la Ong Iraqi body count i morti civili dal 2003 al 2017 sono stati almeno 200mila. I risultati ottenuti per il bene dell’ordine internazionale campeggiano prepotenti nella cronaca.
«La responsabilità principale di affrontare le restanti sfide alla sicurezza dell’Iraq spetta ora al governo iracheno», ha dichiarato ieri il capo del Pentagono Sean Parnell, inserendo fra queste ciò che avanza dello Stato islamico e le milizie sciite alleate all’Iran. Un addio morbido, compìto, non imbarazzante quanto quello lanciato in fuga da Saigon e Kabul. Il ritiro degli ultimi soldati americani, chiusi in caserme e alberghi per timore dei droni iraniani, è «una vittoria storica per la resistenza islamica e gli iracheni onorevoli, e una devastante sconfitta del progetto americano», ha affermato pochi giorni fa Abu Mojtaba al-Yasiri, comandante della Resistenza islamica in Iraq, una delle numerose milizie sciite affiliate a Teheran, corpo armato della nemesi storica. Sono state le Forze di mobilitazione popolare (Pmf), arcipelago di gruppi affiliato all’Iran, a dare sul terreno il contributo iracheno più importante alla vittoria su Daesh, tornato ora alla sua silenziosa e attendista presenza sotterranea. Il premio è arrivato con l’assimilazione al ministero dell’Interno di un esercito eterogeneo che gli analisti calcolano in circa 200mila uomini. Oggi solo alcune milizie hanno accolto l’invito del governo guidato dal premier Ali Falih al-Zaidi, imposto da Washington dopo sei mesi di stallo post-elettorale e deciso a portare a termine il disarmo dei gruppi paramilitari. La velleitaria e simbolica consegna delle armi, immaginata per il 30 settembre, è stata posticipata sine die.
L’Iraq è diviso fra Washington e Teheran, che fra le maglie del discorso diplomatico in atto fa emergere con costanza l’obiettivo di lungo termine: il disimpegno degli Usa dal flagellato Medio Oriente, stimolato nella guerra cominciata il 28 febbraio con le ritorsioni asimmetriche che hanno preso di mira tutti i partner regionali, le petromonarchie cresciute all’ombra dello scudo americano. L’approccio “chirurgico” applicato dalle presidenze Trump, nemico elettorale delle “guerre perenni”, ha evitato i costi umani, non quelli economici e politici dell’ennesimo pantano mediorientale. L’influenza americana nella regione, il “progetto” combattuto nei decenni da attori che via via hanno cambiato forma e ideologia, è attivo quanto traballante a Hormuz, in Iraq, Siria, Libano e Palestina. La sempiterna, disinvolta disposizione al caos degli imperi. Torna alla mente il giornalista Muntadhar al-Zaidi, il quale durante la conferenza del 14 dicembre 2008 a Baghdad scagliò entrambe le scarpe al presidente Bush: «Questo è il bacio di addio del popolo iracheno, cane!», gridò mancando il bersaglio, sorprendentemente reattivo. Di certo non intendeva cane da pastore

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