Perché con le nuove regole Ue sul clima la ceramica italiana è a rischio
di Estefano Tamburrini, Modena
Il sistema Ets per la riduzione dei gas serra costerà al distretto di Sassuolo 120 milioni l’anno Il presidente Verdi: «Misure senza strumenti, pronti a pagare la logica del tutto e subito». A rischio ci sono 40mila posti di lavoro

Doveva essere il «fiore all’occhiello della politica climatica europea». O almeno così lo assicurava la Commissione UE che, nel 2015, attraverso Direzione generale per l’azione per il clima, la presentava come «pietra angolare» della strategia per «diminuire gas a effetto serra». E sulla carta l’Ets, l’Emission trading system, risulta impeccabile, poiché - stando alla Direttiva europea 2003/87 - prevede «lo scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra nella comunità al fine di promuovere la riduzione di dette emissioni secondo criteri di efficacia dei costi ed efficienza economica». I risultati non mancano, là dove l’Agenzia europea dell’ambiente parla di una diminuzione del 51% delle emissioni di gas serra prodotti dagli impianti fissi e industriali coperti dalla misura lanciata nel 2005, nella sua prima versione. Tuttavia, per le imprese del Distretto Ceramico di Sassuolo, l’Ets equivale a «correre una maratona con una zavorra da venti chili sulle spalle». Così lo spiega Giuseppe Verdi, presidente della Federazione Europea della Ceramica e amministratore delegato di Italcer Group, per il quale «misure senza strumenti rischiano di lasciare un deserto alle loro spalle».
Parlando ad Avvenire, Verdi insiste sull’urgenza di un esame di realtà da parte di Bruxelles, là dove l’Ets sarà affrontabile «una volta che le nuove tecnologie saranno disponibili». Non è questo però lo scenario attuale, se si tiene conto della domanda di energia del comparto con i forni tenuti a raggiungere 1.200 gradi celsius. «Il gas - osserva Verdi - risulta al momento l’energia più sostenibile, in termini reali». Per le imprese, l’Ets è una «tassa» che costa 70 milioni di euro annui (circa 80 euro per ogni tonnellata rilasciata). E con i nuovi Benchmark, cioè parametri di riferimento, il Distretto si appresta a pagare 120 milioni di euro annui. I nuovi parametri, in vigore dal 2026 al 2030, rischiano di «punire chi produce e chi lavora in Europa», sostiene il presidente di Confindustria Ceramica Augusto Ciarrocca. Inoltre, sempre secondo Verdi, la logica del “tutto e subito” rischia di favorire la concorrenza sleale dei competitors di Cina, India e dei Paesi emergenti che non sono tenuti a rispettare particolari vincoli ambientali e, in molti casi, vengono sovvenzionati dai loro governi. «Senza accordi di portata globale - spiega - le emissioni che si riducono in Europa vengono immediatamente compensate dai competitors, che invadono i nostri mercati senza il rispetto delle medesime regole». Sarebbe la battuta d’arresto definitiva per un settore che, in pochi anni, è passato da produrre 600 a 300 milioni di metri quadri. Tuttora, quello ceramico rappresenta il settimo distretto italiano, con oltre 5 miliardi di euro in export. «Il mercato è rimasto stabile - osserva Verdi -, ma altrove i concorrenti crescono». Altro rischio da non sottovalutare è quello della delocalizzazione, là dove buona parte delle aziende sono già in sofferenza e, con regole punitive, «si guardano bene dal fare ulteriori investimenti nel settore». È sempre il caso del Gruppo Italcer, tra i poli leader globali è la multinazionale austriaca Wienerberger AG. Cercando di sopravvivere, diverse imprese ricorrono allo spegnimento prolungato dei forni, che può durare anche quattro settimane, mentre i programmi di Cassa integrazione hanno raggiunto circa 6mila addetti diretti.
«Il rischio è quello di fare la fine del settore automotive - commenta Verdi citando gli esempi della Volskwagen e della Maserati -: si è cercato di fare una transizione veloce, provocando la perdita di migliaia di posti di lavoro e altre ferite sociali difficili da rimarginare». Eventuali analogie potrebbero colpire anche 40mila famiglie diretta e indirettamente coinvolte nella filiera della ceramica. «Sarebbe un peccato perdere le competenze che la ceramica, il prodotto più sostenibile dell’edilizia, poiché potrebbe durare anche cinquant’anni, andasse perduto». Di qui il termine «paradosso» coniato dall’imprenditore nel parlare delle «forzature» su una filiera che, negli ultimi anni, «ha fatto di tutto per abbattere gli sprechi di energia». Italcer ha addirittura brevettato un sistema che le permetterà di «utilizzare il calore per produrre precipitato di calcio» eliminando la totalità delle emissioni. «Per l’implementazione - dice -, ci vorranno da due a tre anni, ma l’Europa non tiene conto dei processi».
Non mancano le preoccupazioni del governo italiano, della regione e delle amministrazioni locali. «Persino a Bruxelles ammettono che abbiamo ragione», osserva. In effetti, la Commissione Ue aveva annunciato aperture per il periodo 2026-2030 ma i vincoli rimangono altamente penalizzanti per le imprese. Verdi, che si ritiene «europeista convinto», chiede perciò «maggiore pragmatismo e aderenza alla realtà» alla Commissione Ue, tenuta a scongiurare la «tempesta perfetta» in un contesto già segnato dal caro energia. La crisi è tale da mettere imprese e sindacati dalla stessa parte della barricata. «Parliamo dell’identità produttiva del territorio - ha detto Rosamaria Papaleo, Cisl Emilia Centrale, sottolineando che 40mila posti di lavoro sono a rischio -, di competenze costruite in generazioni e di una bandiera mondiale del Made in Modena».
Il viaggio negli impianti di cogenerazione di Sassuolo
Percorrendo il Distretto ceramico, si contano almeno trenta impianti di «cogenerazione». Bruciando gas, ogni impianto produce elettricità e calore utile all’essiccazione delle materie prime minerali. L’energia prodotta viene consumata in fabbrica. Nulla va sprecato, in poche parole. La produzione degli impianti vale metà del fabbisogno elettrico delle imprese. «Se li spegnessimo, o se li dovessimo fermare, qualche aria condizionata andrebbe spenta a Sassuolo e dintorni, mettendo a repentaglio la tenuta della rete elettrica», commenta ad Avvenire Giorgio Romani, presidente del Gruppo Romani S.p.A Industrie Ceramiche e vicepresidente di Confindustria Ceramica. La rete elettrica viene quindi sollevata e le imprese riducono le emissioni complessive del sistema produttivo. «Parliamo di una tecnologia matura, molto diffusa nel territorio, che risponde alla richiesta di sprecare meno energia possibile», spiega Romani. «I ceramisti - rivendica -, abbiamo fatto tutto ciò che l’Europa ci chiedeva». Tuttavia, l’Emission trading system (Ets) non riconosce il metodo della cogenerazione come parametro per il rilascio di quote gratuite di Co2, calcolate solo sule polveri atomizzate prodotte. «Eppure - commenta Romani - la cogenerazione permette che una quota del gas impiegato produca energia elettrica con livelli di emissioni più bassi della media del parco di generazione italiano».
La cogenerazione consuma meno dell’abbinamento tra caldaia separata ed elettricità di rete. «Il paradosso è che la tecnologia che consuma meno energia è quella che viene trattata peggio - denuncia il presidente di Romani S.p.A -. E non è un mero dettaglio tecnico ma un disincentivo a fare la cosa giusta». Romani sottolinea che il settore ceramico «non ha alternative al gas» e la transizione «non può avvenire nell’immediato». Qualcuno ha già provato elettrificare i forni, ma senza riuscire a coprire l’intero fabbisogno energetico. «Il gas è oggi lo strumento più pulito a disposizione - ribadisce -. L’idrogeno? Non esiste a livello industriale». Non manca la disponibilità all’adozione del gas o biometano, ma è una scelta che spetta al fornitore d’energia, tenuto a collocarlo nei tubi. Romani, a nome del Distretto, chiede il riconoscimento, ai fini delle quote gratuite Ets, dell’energia elettrica autoprodotta e autoconsumata da impianti di cogenerazione ad alta efficienza.
«Prima di chiederci ulteriori tagli alle quote gratuite - suggerisce -, l’Europa corregga queste contraddizioni nel proprio sistema». Altrimenti, si rischia che la transizione ecologica viene pagata due volte: «una per fare gli investimenti giusti, una per le regole sbagliate che non li riconoscono», avverte Romani. Inoltre, in assenza di adeguate politiche pubbliche, gli stessi cogeneratori potrebbero rimanere indietro, divenendo meno competitivi rispetto all’acquisto di energia elettrica in rete. Va tenuto conto dell’insieme di sforzi compiuti dal settore ceramico, anche in passato, con la riduzione del 56% delle emissioni di Co2 che finivano nell’atmosfera, mantenendo quote di produzione costanti. Inoltre, le imprese del Distretto riciclano oltre il 90% delle acque, delle polveri e dei residui rilasciati durante il ciclo di produzione. E nel caso di Romani Spa si parla addirittura del 100%. «Difficile fare di più, dopo aver riempito i tetti di fotovoltaico, sostituito tutti i forni e adottato altre misure di tutela dell’ambiente» è lo sfogo di Romani, che con l’aumento del costo delle Ets vede a rischio gli investimenti nel territorio. «Se non si cambia saremo costretti a delocalizzare - lamenta Romani -. E ne va anche dell’innovazione, perché al momento di investire quattro o cinque milioni di euro in impianti non sappiamo più se farlo in Italia o all’estero». L’imprenditore però assicura che «non è questo lo spirito di Sassuolo, dove gli imprenditori sono concorrenti di giorno e amici di sera e hanno tutti a cuore il territorio».
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