Il caso Ranucci, la sinistra e il vizio del garantismo selettivo (che può finire col costare caro)

Difendere l’inchiesta non significa trasformarla in una sentenza, così come invocare le garanzie soltanto quando riguardano i propri interlocutori rischia di trasformare un principio di civiltà giuridica in uno strumento di parte. E politicamente, alla lunga, il conto può essere salato
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August 19, 2026
Sigfrido Ranucci
Sigfrido Ranucci
Ho sempre guardato con attenzione, e spesso con apprezzamento, al giornalismo di Sigfrido Ranucci e della sua squadra, pur senza nascondermi alcuni eccessi che talvolta ne hanno accompagnato il metodo e il linguaggio. Il giornalismo d’inchiesta costituisce, infatti, una componente essenziale di ogni democrazia matura: ne rivela le zone d’ombra, sollecita il controllo dell’opinione pubblica, misura il grado effettivo di trasparenza delle istituzioni e della politica. Ma altrettanto essenziale, in un ordinamento democratico e liberale, è la presenza di una solida cultura delle garanzie. Il garantismo non è un ornamento retorico, né una formula da invocare a convenienza: è un principio di civiltà giuridica. Proprio per questo colpisce che esso appaia oggi meno radicato nelle file della sinistra, mentre talvolta sembra emergere — non sempre senza ambiguità o strumentalità — nel linguaggio di una destra di governo. La vicenda giudiziaria che coinvolge Ranucci — rispetto alla quale, proprio in nome del valore universale del garantismo, non intendo qui formulare alcuna valutazione sulla responsabilità penale dei soggetti interessati — pone dunque alla sinistra un problema reale. Non un problema giudiziario; un problema politico e culturale. Ed è un problema dal quale non sarà semplice uscire indenni, perché potrebbe incidere anche sul consenso di quell’area larga e composita che molti auspicano possa costituire un’alternativa di governo.
Il punto critico dell’affaire Ranucci risiede nella confusione, spesso alimentata ad arte, tra piani che dovrebbero restare nettamente distinti: l’inchiesta giornalistica, l’attività informativa dei servizi di sicurezza, l’indagine di polizia giudiziaria, le indagini preliminari e, infine, il giudizio penale. Occorre allora rimettere ordine. Il giornalismo d’inchiesta ha il compito di sollevare dubbi, di scavare nelle pieghe dell’amministrazione e della politica, di segnalare opacità, incompatibilità e conflitti d’interesse, di reclamare trasparenza e, quando necessario, di censurare condotte pubbliche o private che abbiano riflessi sulla sfera pubblica. Ma il risultato di un’inchiesta giornalistica non può né deve mai assumere il valore di un giudicato. Può fondare una valutazione politica, può orientare il dibattito pubblico, può offrire elementi utili all’attività di polizia giudiziaria e, nei limiti e con le garanzie previste dal codice di rito, anche all’avvio di un’indagine preliminare. Non può, tuttavia, trasformarsi in una sentenza anticipata. Le attività informative dei servizi di sicurezza condividono con il giornalismo d’inchiesta alcuni tratti esteriori, ma ne differiscono radicalmente per finalità, responsabilità istituzionale e regime di controllo. Esse dovrebbero essere orientate, al riparo da logiche di parte, alla prevenzione di gravi minacce per la collettività e alla tutela della sicurezza nazionale, consentendo all’Esecutivo, sotto il controllo democratico del Parlamento, di fronteggiare eventuali manovre illegittime di centri di potere interni o esterni. Anche tali attività, tuttavia, non possono mai tradursi in una condanna né fondare, di per sé, provvedimenti limitativi della libertà o dell’iniziativa dei soggetti coinvolti.
Vi è però un terreno comune che l’inchiesta giornalistica e l’attività informativa di prevenzione non possono abbandonare: quello dell’attendibilità, della verificabilità e, nei limiti propri di ciascun ambito, della trasparenza delle fonti. Un’inchiesta giornalistica non può reggersi soltanto su fonti opache, non verificate, politicamente orientate o portatrici di interessi confliggenti. Allo stesso modo, una “velina” dei servizi non può essere costruita su dichiarazioni anonime, ispirate dall’obiettivo di produrre discredito politico o mosse dalla prospettiva di un vantaggio economico. In entrambi i casi è indispensabile un controllo critico: il lettore e il cittadino devono essere messi nelle condizioni, per quanto possibile, di comprendere l’origine delle informazioni e di valutarne l’affidabilità. Quando questi mondi si sovrappongono e si confondono, il risultato diventa pericoloso: la commistione tra informazione, intelligence, lotta politica e suggestione giudiziaria produce un materiale tossico per la vita democratica. Diverso ancora è il terreno delle indagini di polizia giudiziaria e delle indagini preliminari, che si muovono entro un perimetro normativo rigoroso e sono assistite da garanzie processuali a tutela dell’indagato. Anche la comunicazione dei loro esiti deve avvenire con prudenza, nel rispetto della disciplina vigente e, soprattutto, della presunzione di innocenza. La sentenza penale, poi, appartiene a un ulteriore livello di accertamento e acquista stabilità solo con il passaggio in giudicato.
Perché, allora, queste distinzioni non hanno trovato adeguato spazio nel metodo Ranucci e perché oggi generano imbarazzo soprattutto a sinistra? Perché troppo spesso si è lasciato scivolare il piano dell’inchiesta verso quello dell’accertamento giudiziario. Perché fonti non verificabili o politicamente orientate sono state talvolta adoperate come strumenti di delegittimazione dell’avversario. Ma, soprattutto, perché si è smarrito il senso più autentico del garantismo. Essere garantisti non significa assolvere preventivamente, né voltarsi dall’altra parte di fronte a fatti politicamente rilevanti. Significa, più semplicemente e più seriamente, distinguere il giudizio politico dal giudizio penale. Un fatto può avere un peso politico tale da imporre ai partiti una valutazione severa, anche sul piano morale e deontologico; ma non può mai trasformarsi in una condanna anticipata, priva delle garanzie proprie dell’accertamento processuale. Se la sinistra saprà liberarsi da ogni riflesso giustizialista e recuperare un garantismo critico, coerente e non di comodo, potrà trasformare questa vicenda in un’occasione di maturazione politica. Se invece continuerà a invocare le garanzie solo quando riguardano i propri interlocutori e a dimenticarle quando colpiscono l’avversario, sarà destinata a ritrovarsi, ancora una volta, prigioniera delle proprie contraddizioni.

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