La tenda nel lago, le docce nei parcheggi, i krapfen nei rifugi: cronaca dell'estate “cafona” sulle Dolomiti
di Francesco Dal Mas, Cortina D'Ampezzo
Mentre divieti e controlli si moltiplicano, albergatori, scrittori e ambientalisti chiedono una svolta culturale: la montagna non è un luna park, ma un territorio fragile, abitato e da rispettare

Ai piedi di quanto resta del ghiacciaio della Marmolada c’è il lago Fedaia, mezzo vuoto in queste settimane, perché l’acqua è stata rilasciata per l’irrigazione della pianura. Ebbene, i turisti non trovano di meglio che accamparsi sul greto sassoso - denuncia Aurelio Soraruf, gestore di rifugi sulla “regina” delle Dolomiti - nonostante per l'attività (se ce ne fosse stato bisogno...) esista un divieto del Comune trentino di Canazei. Un base jumper sloveno s’è lanciato, con una specie di paracadute, dal ponte della strada che attraversa il canyon dei Serrai di Sottoguda, nel comune bellunese di Roccapietore, sfidando una profondità di 400 metri, tra due pareti a strapiombo distanti poche decine di metri l’una dall’altra. Il Comune di Cortina è stato costretto, alla vigilia di Ferragosto, a varare in tutta fretta un’ordinanza che vieta agli improvvisati “campeggiatori” di van (e non solo) di denudarsi e lavarsi nei parcheggi del centro. «E tanti altri ancora sono gli abusi, per cui - ci dice l’assessore comunale Stefano Ghezze - vogliamo restituire eleganza alla città». La Provincia di Belluno e la Regione Veneto hanno inviato le guardie forestali per vigilare lungo i sentieri che salgono a rifugi, parchi, laghi. Lungo il ripido percorso al lago turchese del Sorapiss, sopra Cortina, è capitato di fare la coda alle spalle di due appassionati di macchinette telecomandate che se le portavano appresso come un cagnolino. Si fa la coda, di centinaia di metri, perfino per assaporare i krapfen; accade al rifugio Friedrich August, vicino al passo Sella, al confine fra il Trentino e l’Alto Adige.
«La cafonaggine sulle Dolomiti, ma immagino anche sulle altre montagne, non ha confini, in questa estate. Peggio, ancora, la strumentalizzazione delle alte quote – ammette lo scrittore Matteo Righetto -. L’altro giorno ho io stesso consigliato ad un escursionista che si trovava ai 3mila metri del Piz Boè di rimuovere l’adesivo commemorativo di un soldato della Brigata Golani dell’esercito israeliano caduto a Gaza. Era scritto in ebraico e diceva che quel sergente maggiore era “caduto in battaglia”. Pieno rispetto per i morti, ma anche per la verità». Righetto è un giovane e rispettato scrittore. Ha dato alle stampe recentemente Lo zen e l’arte di andare a funghi. È uno dei tanti italiani (veneto, in questo caso) che ha lasciato la città per vivere in montagna; è presidente del Cai di Livinallongo e Colle Santa Lucia. «Cafoneria o strumentalizzazione non sono, per la verità, fenomeni nuovi. Ma durano il tempo delle stagioni turistiche, perché in quota si porta il “costume” della città. Il problema è – puntualizza Righetto – che da un anno all’altro non cambia atteggiamento, anzi i comportamenti si aggravano e chi di dovere non si prende la responsabilità di iniziare a risolverli, questi problemi. Alla radice». Alla radice? «Sì, bisogna intervenire sulla cultura e sulle sanzioni. Con la scusa delle Olimpiadi, si è promosso il turismo di massa sulle Olimpiadi, magari affidandosi anche ai social. E in quota arriva di tutto. C’è una mobilità non più sostenibile e per fortuna che da più parti, come alle Tre Cime di Lavaredo, si è provveduto a contingentare gli accessi, attraverso la prenotazione. Ma occorre che gli Enti preposti o le autorità di sicurezza comincino a sanzionare pesantemente gli abusi. Invece troppo spesso si lascia correre: perché in prima istanza c’è sempre il portafogli».
I divieti, per la verità, si moltiplicano. Da parte dei parchi, dei Comuni, dei Carabinieri forestali. «Ben vengano i divieti, ma se non c’è chi controlla? Gli agenti non possono arrivare dapertutto». Anche Gigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness, ritiene che centrale, anzi strategico, sia l’aspetto culturale, educativo. «Non c’è dubbio, questi episodi sono un’ulteriore conferma del degrado culturale nel quale è caduto il turismo di montagna. Importante è stupire, importante è il selfie, importante è diffondere l’impresa gloriosa o pazza su più social possibile. Il lancio alato nulla ha di diverso da quanti hanno portato le loro piccole auto a batteria sul sentiero del lago Sorapis, da quanti sono stati in fila per gustare un krapfen a 2.300 metri di quota, o da quanti salgono una via ferrata con la bike sulle spalle. Tutto il resto offerto dalla montagna, silenzio, bellezza, fascino, emozione, unicità, passano in secondo piano». Ci vuole, secondo Casanova, una ri-educazione. Marco Bussone, presidente dell’Uncem, l’Unione delle Comunità Montane, osserva: «Nulla di nuovo, per la verità, sotto il sole. Ricordo che la prima ordinanza ad Alassio contro chi andava in giro per la città in costume venne emanata ancora 35 anni fa, quindi quella di Cortina non mi sembra una grande novità. È vero, invece, che il turismo nelle aree montane è altra cosa, è uno dei fattori di sviluppo e dell’economia, non è l’unico. Non ci può essere turismo senza agricoltura, senza allevamento, senza una cultura del territorio e del paesaggio. Il paesaggio è stato plasmato dagli agricoltori e da chi gestisce le foreste». Per questo il turismo, secondo Bussone, deve essere una delle tante componenti dell’economia e non può da solo sostituire tutto il resto: «La montagna non è una destinazione dove arrivare per assistere a uno spettacolo: c’è una comunità che vive tutto l’anno, con regole e caratteristiche diverse rispetto alle aree urbane, e dobbiamo costruire un’alleanza tra città e montagna, anche attraverso il turismo – conclude il presidente dell’Uncem -. I flussi tra sistemi urbani, metropolitani e montani fanno parte dello stesso Paese. Il vero obiettivo dovrebbe essere costruire interazioni culturali, prima ancora che politiche, tra questi territori».
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