Alberto e Carlo,
che rivoluzione essere amici in Cristo

Due giovani
del movimento dei Focolari, morti nel 1980 a soli 42 giorni
di distanza. Avevano 22 e 19 anni. Due vite in apparenza ordinarie, ma che insieme hanno lasciato una scia
di luce nella Genova degli anni di piombo
Google preferred source
August 19, 2026
Alberto e Carlo,
che rivoluzione essere amici in Cristo
Alberto Michelotti (1958-1980) e Carlo Grisolia (1960-1980)
«Carlo aiutami sempre a vivere la mia libertà. Ciao, sono pronto a dare la vita per te». Così Alberto Michelotti conclude una lettera risalente ai primi mesi del 1980, scritta dopo un intenso tempo di preghiera nella chiesa genovese di San Siro alla Struppa e destinata a Carlo Grisolia, di due anni più giovane. Li lega un’amicizia che va oltre la simpatia personale o la condivisione di gusti e interessi, che pure esistono, ma che costituisce principalmente un invito alla santità e alla comunione, secondo gli insegnamenti della serva di Dio Chiara Lubich ai Gen, ossia i giovani del Movimento dei Focolari, di cui fanno entrambi parte. Se quest’aspirazione corrispondesse a un’effettiva esemplarità di vita si vedrà dal proseguimento delle rispettive cause di beatificazione e canonizzazione, che nella fase diocesana si sono svolte a Genova, in parallelo, dal 25 settembre 2008 all’8 ottobre 2021; lo scorso 4 maggio, nel Dicastero delle Cause dei santi, sono stati aperti i plichi contenenti i documenti delle inchieste diocesane.
Alberto nasce a Genova il 14 agosto 1958, mentre Carlo vede la luce a Bologna il 29 dicembre 1960, si trasferisce ancora piccolo a Bosco Marengo (Alessandria) e infine si stabilisce anche lui nel capoluogo ligure. Alberto vive tranquillamente l’infanzia e l’adolescenza, senza grossi problemi in famiglia, ma arrivato a tredici anni sente di non avere un amico vero. Negli anni del liceo, grazie al suo parroco don Mario Terrile, compie le sue prime scelte nella fede: diventa catechista ed educatore dell’Azione Cattolica Ragazzi, coinvolgendo pienamente quelli che incontra. Conosce i membri del Movimento dei Focolari per mezzo dello stesso sacerdote: allora capisce che Dio chiama anche lui a rivoluzionare il mondo con criteri ben diversi rispetto a quelli di cui molti giovani, al tempo, si fanno portavoce, compresi i suoi compagni di scuola e poi di università.
Quanto a Carlo, diventa un Gen nel 1969. Assieme ai suoi due fratelli e alla sorella partecipa a un progetto di carità per il Camerun raccogliendo con un carrettino di legno carta destinata al macero. Da studente di Agraria alle superiori, invece, idea il “Comitato Libero Studentesco del Biennio Professionale”, per favorire la collaborazione tra gli studenti. È dotato di una buona vena poetica ed è portato per la musica: scrive spesso testi, canzoni, poesie; alcuni fanno parte degli spettacoli che mette in scena insieme ai suoi amici.
La reciproca conoscenza porta Alberto e Carlo a notare che, dove uno non arriva, l’altro compensa: dinamico e trascinatore il primo, riflessivo e portato all’introspezione il secondo. Vivono il loro compito di giovani credenti a scuola, in famiglia, nella loro unità Gen della Val Bisagno, ma anche con quanti non condividono la scelta di fede e i valori a essa collegati. Compiono tanti piccoli “blitz” per estendere la loro amicizia a quanti sono nel bisogno, a costo di essere fraintesi. Anche loro s’innamorano di alcune coetanee, ma soprattutto Alberto riconosce di dover capire meglio ciò che Dio vuole da lui; con le ragazze hanno in generale un rapporto pulito, anche nel linguaggio. Mentre sono separati, sanno di potersi ritrovare nell’Eucaristia, che da tempo, per entrambi, è il centro delle loro giornate.
Tuttavia, il 18 agosto 1980, mentre affronta una scalata, Alberto precipita nel Canalone di Lourousa (in provincia di Cuneo e diocesi di Asti): Tiziano, il ragazzo che è con lui, può solo assistere alla sua caduta. La notizia della morte dell’amico raggiunge Carlo mentre si trova in ospedale: tornato a casa per una licenza dal servizio militare, ha iniziato a non sentirsi bene. Gli esami clinici riscontrano un tumore ai testicoli, che rapidamente lo conduce alla morte, anzi, al «salto in Dio», come ne parla alla madre: avviene il 29 settembre 1980. Nei quarantadue giorni intercorsi tra quella data e l’incidente di Alberto, Carlo affronta una crescita spirituale che rende ancora più vero il “nome nuovo”, più di un semplice soprannome, che Chiara Lubich gli aveva donato, ovvero “Vir”, appunto “uomo” in latino.
Sul piano giuridico le loro cause di beatificazione sono separate, ma quanti chiedono la loro intercessione (privatamente, dato che sono servi di Dio) non li separano mai. Nel messaggio che ha fatto pervenire per i funerali della madre di Alberto, lo scorso 6 febbraio, l’arcivescovo Marco Tasca ha ricordato le ragioni che hanno condotto la Chiesa di Genova a raccogliere la loro testimonianza: «Perché la loro vita possa parlare a tanti, soprattutto ai giovani, attraverso la loro amicizia, il loro andare a due a due, che li ha aiutati a farsi santi insieme».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire