Il Papa: la musica sacra non è decorazione, cantare e suonare significa pregare
di Redazione
Proseguendo le catechesi sui documenti del Vaticano II, Leone XIV indica i criteri per la liturgia: forme «nobili e semplici», testi profondi e comprensibili, capaci di favorire la comunione ecclesiale

È stata dedicata al tema «Costituzione Sacrosanctum Concilium. La musica sacra» (Lettura: Col 3,16-17) la meditazione di stamattina di Leone XIV, che nella Basilica Vaticana ha ripreso il ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II.
«La tradizione musicale della Chiesa costituisce un tesoro d’inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria e integrante della liturgia solenne» (SC, 112); «La musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia dando alla preghiera un’espressione più soave e favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri» (ibid.). Partendo da queste due citazioni di Sacrosanctum Concilium, il Pontefice ha spiegato che «troviamo qui il nucleo dell’insegnamento conciliare, che conferma e approfondisce la funzione ministeriale della musica nella liturgia, già messa in luce da San Pio X nel Motu Proprio Inter sollicitudines (22 novembre 1903). La musica, infatti, è parte dell’azione liturgica e non mera decorazione della celebrazione. Nella liturgia, cantare e suonare significa pregare, sintonizzando il proprio cuore con quello delle sorelle e dei fratelli e con Dio, nella partecipazione attiva al mistero celebrato. In particolare la musica esprime la dimensione affettiva della preghiera, come afferma Sant’Agostino: “Cantare amantis est”, cioè “cantare è proprio di chi ama” (Sermo 336, 1). Questo è molto importante, perché aiuta ad aprire il cuore all’agire di Dio nella grazia e a lasciarsene plasmare. Il canto, inoltre, favorisce la comunione. Attraverso la sinfonia delle voci contribuisce all’unione degli animi, superando le differenze tra le persone e riunendo tutti nella lode a Dio. Diventa così epifania della Chiesa, manifestazione sensibile della comunione che appartiene alla sua stessa natura».
Da questa «profonda valenza teologica del canto sacro» derivano, secondo Leone XIV, precise esigenze. Anzitutto, «al di là delle mode o delle particolari sensibilità degli autori, esso deve rispondere a tutti i livelli a ciò che è più appropriato per il momento celebrativo». Anche la forma, «specialmente nel suo aspetto melodico, dev’essere al tempo stesso nobile e semplice, di alta qualità musicale e facilmente eseguibile, soprattutto quando è destinata ad essere cantata da tutta l’assemblea».
Un criterio che riguarda anche le parole dei canti. Il Concilio, ha ricordato il Papa, raccomanda che «anche i testi siano adeguati, profondi e nel contempo agevolmente comprensibili, ispirati principalmente alla Sacra Scrittura, ai libri liturgici e alla Tradizione spirituale della Chiesa». Un aspetto sul quale «occorre vigilare», affinché «si mantenga viva e cresca la dinamica espressa nell’antico principio “lex orandi lex credendi”, cioè la legge della preghiera è anche legge della fede».
Leone XIV si è quindi soffermato sulla «partecipazione attiva dei fedeli», alla quale Sacrosanctum Concilium dedica ampio spazio. Essa, ha ricordato citando Benedetto XVI, «deve essere compresa […] a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l’esistenza quotidiana», all’interno di uno «spirito di costante conversione che deve caratterizzare la vita di tutti i fedeli». Quanto al contributo specifico della musica sacra, il Concilio indica di curare «le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti» e anche «un sacro silenzio», esortando ciascuno, ministro o fedele, a compiere «tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza», così da realizzare «l’armonico equilibrio tra i diversi ministeri, i vari interventi e i momenti di silenzio».
Il Papa ha poi ricordato che «il Concilio attribuisce grande valore al canto gregoriano, pur non escludendo dalla celebrazione altri generi di musica sacra». Un’attenzione particolare viene riservata anche all’organo a canne, mentre altri strumenti possono essere impiegati «purché siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli».
Altro tema affrontato è quello dell’inculturazione. In rapporto alle tradizioni musicali delle diverse culture, il Pontefice ha sottolineato «l’importanza di tenerle in seria considerazione, come parte della vita religiosa e sociale delle persone». Da qui la raccomandazione, da una parte, di assicurare un’adeguata «educazione del senso religioso» e, dall’altra, «per quanto è possibile […], di promuovere la musica tradizionale di quei popoli, tanto nelle scuole, quanto nelle azioni sacre».
Un compito specifico spetta inoltre alla schola cantorum, definita «strumento pastorale» da promuovere perché chiamata «a curare l’esecuzione esatta delle parti sue proprie, secondo i vari generi di canti, e favorire la partecipazione attiva dei fedeli nel canto».
Non meno importante è la responsabilità di chi compone musica per la liturgia. «Il compositore di musica sacra – ha affermato Leone XIV – è chiamato a conoscere e custodire il patrimonio musicale della Chiesa, lasciandosi ispirare da esso per dare vita a nuove composizioni al servizio della liturgia, nel rispetto della sensibilità contemporanea e delle diverse tradizioni culturali». Il fine, ha aggiunto citando san Giovanni Paolo II, è «purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra, per assicurare dignità e bontà di forme alla musica liturgica».
Di qui, infine, la necessità della formazione. I Padri conciliari, ha ricordato il Pontefice, raccomandano di promuovere la formazione e la pratica della musica sacra «nei seminari, nei noviziati dei religiosi e delle religiose e negli studentati, come pure negli altri istituti e scuole cattoliche» e di assicurare «ai musicisti e ai cantori una solida formazione liturgica».
La catechesi si è conclusa tornando al canto come espressione della comunione ecclesiale, attraverso le parole di sant’Ignazio di Antiochia: «Voi, uno per uno, diventate un coro, affinché armoniosi nell’accordo e prendendo la tonalità di Dio nell’unità, cantiate all’unisono attraverso Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e, dalle opere buone che realizzate, riconosca che siete membra del Figlio suo».
Al termine dell’udienza, rivolgendosi ai giovani, ai malati e agli sposi novelli, Leone XIV ha poi invitato ciascuno «a sviluppare sempre in se stessi un’autentica coscienza di pace». «Abbiate la sincera consapevolezza – ha aggiunto – che la pace è un bene prezioso e grande e che occorre un forte e costante impegno per realizzarla, seguendo con onestà e verità le vie che la costruiscono e la confermano nella società».
Nel saluto ai fedeli polacchi il Pontefice ha invece ricordato che il 23 agosto si celebra la Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo, richiamando la figura di Władysław Findysz, «sacerdote e primo polacco beatificato come Martire delle persecuzioni comuniste». Durante il Vaticano II, ha ricordato Leone XIV, Findysz ne sostenne spiritualmente i lavori, coinvolgendo i fedeli nell’«Opera conciliare di bontà» attraverso «atti di carità e di rinnovamento morale». «La sua testimonianza – ha concluso – ci ricordi che la civiltà dell’amore si costruisce perdonando e vincendo il male con il bene».
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