La pace non è woke
Il furibondo accanimento contro la categoria indefinita di wokismo non è che il grimaldello per scardinare le conquiste della civile convivenza, dal contesto nazionale a quello internazionale, e farci ripiombare sotto l’arbitrio degli energumeni, sia domestici che globali

Ogni politica estera è anzitutto politica interna, dice un assioma della diplomazia. Ma con l’emergere della contrapposizione tra cultura Maga ( Make America Great Again ) trumpiana e un campo fumosamente e ideologicamente definito “woke” ha capovolto l’assunto, e cioè che è la stessa politica interna a sostituire la politica estera. Gli esempi sono lampanti. L’uscita dagli accordi di Parigi da parte degli Stati Uniti è il riflesso dell’influenza dei negazionisti del cambiamento climatico. Della stessa natura è l’abbandono dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sotto la spinta dei movimenti no-vax (contro i vaccini, con esiti che, anche in Italia, in diversi casi si stanno rivelando mortali). Lo smantellamento delle strutture di cooperazione allo sviluppo internazionale, dei programmi culturali ed educativi rivolti ai cittadini di paesi svantaggiati, e di tutte le politiche considerate “buoniste” (in realtà di promozione umana) dai nuovi demiurghi autoritari sono altri aspetti di una riduzione della politica estera a una miserevole e asfittica agenda politico-elettorale. Il caso macroscopico è quello dei migranti, considerati invasori e parassiti, canditati alla “remigrazione”, dopo decenni in cui il loro lavoro è stato malpagato, i loro diritti negati, la loro religione disprezzata e contrastata.
In pratica, viene avversato tutto ciò che ha a che fare non solo con il bene comune (tollerando se non favorendo spettacolari diseguaglianze economiche), ma i beni comuni a tutta l’umanità. L’unilateralismo bellico di Trump è il risvolto internazionale del motto America First che implica necessariamente, nonostante le vane rassicurazioni del contrario, America Alone . C’è una vera e propria militarizzazione della retorica anti-woke, che viene usata per smantellare, anzitutto mentalmente, tutte le norme, i comportamenti, le scelte basate sul rispetto delle diversità, dagli orientamenti sessuali al colore della pelle, passando per gli oppositori politici e il rigore critico accademico. In qualche misura, è questa la nuova egemonia culturale imposta da quella che è stata definita da Donato Di Santo, in un bel libro, «l’internazionale reazionaria». Si dimentica, anche in settori della sinistra, che “woke” è espressione gergale coniata dagli afroamericani per segnalare la necessità di “vigilare” contro ogni forma di discriminazione, manifesta o camuffata. Se viene meno questa attenzione, allora si apre la strada a chi intende mettere in discussione, ad esempio in nome di un distorto principio della sicurezza nazionale, o in difesa di una presunta identità costruita a tavolino, i fondamenti del sistema internazionale, i diritti civili, la molteplicità delle prospettive, e tutto ciò che John Rawls definiva «il fatto del pluralismo ragionevole». Si confondono, ad esempio, gli eccessi del politicamente corretto con il linguaggio non-offensivo, per il rispetto che si deve ad ogni essere umano. Non a caso, proprio la costante propensione ad offendere e ad umiliare gli altri, specie i più deboli, compresi interi stati, caratterizza il discorso trumpiano e la grammatica sgrammatica dell’ultradestra populista e nazionalista.
Se si seguisse questa linea di ragionamento – che a me pare un inaccettabile ripiegamento – allora dovremmo caratterizzare come irrimediabilmente “woke” l’articolo 3 della nostra Costituzione, che stabilisce l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E la stessa Costituzione impone alla Repubblica politiche che in America vanno sotto il nome di affirmative actions, cioè misure proattive di equiparazione, consistenti nel rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Sarebbe strutturalmente “woke” anche l’articolo 11, che con il ripudio della guerra finirebbe per caratterizzare l’Italia – per i nuovi alfieri della restaurazione politico-semantica – come un paese irenista e imbelle, un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. Insomma, il furibondo accanimento contro la categoria indefinita di wokismo non è che il grimaldello per scardinare le conquiste della civile convivenza, dal contesto nazionale a quello internazionale, e farci ripiombare sotto l’arbitrio degli energumeni, sia domestici che globali. In definitiva, è perciò molto meglio restare “woke”, in senso letterale, cioè rimanere vigilanti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 




