Gli Usa: «Offensiva finanziaria contro l’Iran». Ma solo a parole
Il segretario al Tesoro Bessent ha annunciato sanzioni senza precedenti contro chi garantisce liquidità a Teheran: non indica, però, destinatari e tempi

Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent l’ha presentata come «la più grande offensiva finanziaria di sempre», Donald Trump come uno «sbarco in Normandia economico». È la nuova tornata di sanzioni Usa contro la Repubblica islamica, l’ultimo tentativo di Washington di piegare la volontà di Teheran dopo quasi sei mesi di guerra. Per ora ha fatto crollare la valuta iraniana, il rial, a un minimo storico sul dollaro, mentre Bessent intimava: «È ora che i leader mondiali facciano una scelta tra America e Iran. La nostra campagna andrà avanti con finché questo regime non sarà rimasto completamente solo».
Le sanzioni in sé non sono nuove: gli Stati Uniti le applicano da quasi cinquant’anni e a giugno ne hanno aggiunte altre contro chi aiuta l'Iran a eluderle. Questa volta prendono di mira i governi che ospitano chi garantisce liquidità a Teheran. «Il nostro obiettivo è recidere ogni linfa economica che sostiene il regime tirannico, finché Teheran non resterà sola», ha detto Bessent, avvertendo gli Stati che ancora commerciano con l'Iran di «valutarne le conseguenze». Il riferimento è soprattutto alla Cina, che compra circa il 90 per cento del petrolio iraniano. Ma nulla è scattato ieri. L’Amministrazione Trump non ha neanche specificato quali Paesi saranno destinatari delle misure, né la data della loro entrata in vigore, solo che concederà un «po’ di tempo» per mettersi in regola. Dietro la mossa c'è la scommessa che dopo mesi in cui i raid, un blocco navale e una raffica di minacce non hanno fatto cedere l'Iran, sventolare l'arma economica porti la guerra «nella sua fase finale», come ha detto il segretario al Tesoro. Trump ha un bisogno urgente di un successo in vista delle elezioni di midterm di novembre, dove il caro-vita pesa sugli elettori (negli Stati Uniti la benzina ha superato i 4 dollari al gallone, e ieri il greggio Brent quotava 93 dollari al barile) e l’incertezza legata al conflitto pesa sui conti di Washington: non a caso la scorsa settimana lo stesso Bessent è intervenuto sul mercato dei titoli di Stato, riacquistando debito per abbassare i tassi.
Gli osservatori sono però scettici sull'efficacia della stretta e fanno notare che gli Stati Uniti hanno già colpito imprese iraniane e straniere e che le nuove sanzioni non cambieranno sostanzialmente le cose. La minaccia di Bessent è inoltre indebolita dai tanti dietrofront di Trump che ad aprile aveva intimato che «un'intera civiltà morirà stanotte» se l'Iran non avesse accettato un accordo, salvo poi fare marcia indietro dopo la mediazione del Pakistan e ricominciare più tardi a bombardare. Teheran ha respinto l'ultimatum e promesso una rappresaglia «di portata sismica». In quasi sei mesi di conflitto l'Iran ha già colpito basi americane in Giordania e in Emirati, Kuwait e Arabia Saudita, causando vittime americane e mostrando di non piegarsi alla pressione militare. Il nuovo capo della sicurezza, Mohsen Rezaei — falco ed ex comandante dei Guardiani della rivoluzione, oggi consigliere della Guida suprema —, ha avvertito che i Paesi del Golfo che aderiranno alle sanzioni saranno considerati nemici e possibili bersagli. E ha minacciato di colpire le petroliere in transito nello Stretto di Hormuz: «Nemmeno una goccia di petrolio lascerà la regione». L'Iran ha già bloccato di fatto lo Stretto, da cui passa un quinto del greggio mondiale, provocando la più grande interruzione delle esportazioni energetiche della storia, e ha intimato alle navi cargo di non attraversarlo senza il suo permesso. A pagare, intanto, sono soprattutto gli iraniani comuni. L'inflazione ha raggiunto quasi il 90% e molti comprano il cibo a credito. Medicine salvavita come l'insulina sono diventate proibitive, tra black-out e disoccupazione in aumento.
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