Non solo Sea Watch: in 3 anni il governo ha fermato 44 navi per il soccorso dei migranti (che continuano a morire)

Le sanzioni hanno colpito imbarcazioni di ong tedesche, italiane, spagnole e norvegesi. In più della metà dei precedenti, i giudici hanno annullato o sospeso il trattenimento imposto dalle autorità italiane
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August 24, 2026
Non solo Sea Watch: in 3 anni il governo ha fermato 44 navi per il soccorso dei migranti (che continuano a morire)
La Sea-Watch 5 in navigazione nel Mediterraneo / Sea-Watch, Maria Giulia Trombini
Mentre la nave Sea-Watch 5 dell’omonima ong tedesca è bloccata nel porto di Napoli, dove il governo italiano l’ha fermata per i prossimi 45 giorni, in mare si continuano a contare partenze, naufragi e morti. Altre due imbarcazioni sono state soccorse stamani lungo la rotta del Mediterraneo centrale e 37 migranti sono stati portati in salvo all’hotspot di Lampedusa, popolato al momento da 309 ospiti. Dodici cadaveri, invece, sono stati intercettati nelle ultime ore al largo di Zarzis, nel sud-est della Tunisia, come ha resto noto ieri la Guardia nazionale tunisina che coordina le operazioni di ricerca in quell’area. I soccorsi della Sea-watch 5, invece, sono stati interrotti da un fermo amministrativo imposto dalle autorità italiane e da una multa da 7.500 euro. Il motivo? L’equipaggio «non ha rispettato gli obblighi di legge» - spiega il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi – e non si è fatto coordinare «dagli Stati competenti». In altre parole, non ha segnalato i salvataggi in mare al Centro di coordinamento congiunto dei soccorsi di Tripoli (Jrcc), che l’ong definisce «un’autorità fantoccio utile a legittimare i trafficanti che ci puntano contro il fucile durante i soccorsi».
Non è la prima volta che il governo italiano ferma navi utilizzate dalle ong per i soccorsi in mare: tedesche, italiane, spagnole o norvegesi che siano. Anzi, è la quarantaquattresima volta in tre anni. A tenere il conto, condiviso con Avvenire, sono le stesse organizzazioni umanitarie, che per 22 volte su 43 hanno anche assistito all’annullamento o alla sospensione del fermo amministrativo da parte dei giudici italiani. I magistrati spiegano le loro ragioni nelle sentenze: a volte hanno riscontrato carenza di prove da parte delle autorità italiane, ma più spesso hanno inteso tutelare l’obbligo di soccorso, ritenuto prioritario rispetto all’applicazione delle leggi italiane. I fermi, avviati nel 2023, sono infatti imposti dal cosiddetto “decreto Piantedosi”, che punisce le organizzazioni che ignorano l’assegnazione del porto di sbarco o che non si coordinano con le autorità di riferimento. I trattenimenti e le multe imposte dal governo, però, sono aumentati a partire dal novembre dello scorso anno, quando 13 ong hanno deciso intenzionalmente di sospendere ogni comunicazione con il Centro di coordinamento di Tripoli, in seguito a una serie di attacchi in mare delle milizie libiche ai danni degli equipaggi di soccorso. «Noi non collaboriamo con criminali e trafficanti», chiosa Sea-Watch nel comunicato di risposta al fermo.
Le minacce alle ong che operano soccorsi nel Mediterraneo, del resto, sembrano sempre più gravi. Tra giugno e luglio, Sos Mediterranée ha registrato almeno sette episodi nei quali imbarcazioni legate ad attori libici, alcune non identificate, si sono avvicinate ad alta velocità alle navi di soccorso o le hanno seguite per ore, anche in acque internazionali. Non solo: sarebbero in crescita anche le motovedette dei gruppi armati che intercettano in maniera violenta i migranti in mare e li riportano nei lager libici. La militarizzazione del Mediterraneo centrale, secondo le ong, è da imputare anche all’Italia e all’Europa che – tramite memorandum bilaterali o programmi dell’Unione – finanziano Tripoli ogni anno con decine di milioni di euro per gestire le frontiere. Soldi che finiscono «in navi, fondi e addestramento – commenta Sea-Watch –, per poi vederle usare regolarmente per catturare e uccidere persone in mare». Piantedosi ribatte a Sea-Watch che le ong tedesche rappresentano «un pull factor nei confronti delle migrazioni irregolari» - evidenza mai confermata da ricerche e organi indipendenti – e sostiene che «per il diritto marittimo su una nave si applicano le leggi e la giurisdizione dello Stato di bandiera».
Il ministro, cioè, ritiene che i migranti salvati da una nave battente bandiera tedesca siano responsabilità della Germania. Ma si tratta di un criterio smentito dallo stesso regolamento Ue sulle migrazioni entrato in vigore a giugno, che rende responsabile dei migranti il Paese di “primo ingresso” e impone meccanismi di “solidarietà obbligatoria” agli altri Stati membri. In ogni caso, l’attenzione del governo pare rivolta al braccio di ferro con la Germania, che ha dichiarato di voler riavviare i trasferimenti verso l’Italia delle persone che hanno fatto richiesta di protezione internazionale nel nostro Paese prima di entrare in territorio tedesco. Ovvero, i “dublinanti”. A inizio settembre, Piantedosi incontrerà l’omologo tedesco Alexander Dobrindt e sembra pronto a proporre una nuova stretta sulle ong per “compensare” il rapporto tra gli arrivi via mare e i cosiddetti “dublinanti”. Anche per questo lo scontro sul fermo della tedesca Sea-Watch 5 si è rivelato più acceso dei precedenti. «Il meccanismo di compensazione in risposta alla volontà tedesca di rimpatriare in Italia i cosiddetti dublinati - sostiene la ong tedesca - è sintomo della fragilità del nuovo Patto su migrazione e asilo». Ma l’entourage del cancelliere Merz smorza i toni: «Non vedo alcun scontro tra Italia e Germania», dice il portavoce Stefan Kornelius.
Eppure, «prima dei confini ci sono le persone». Lo ha gridato ieri papa Leone XIV al Meeting di Rimini e lo ha ribadito il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana: «Bisogna salvare tutti e poi trovare i modi, le idee, la regolarizzazione, la legalizzazione, per combattere l’illegalità con la legalità». Con la Sea-Watch 5 ferma al porto di Napoli, la capacità di soccorso delle ong si è ridotta ma i naufragi sono ancora in aumento: l'Organizzazione internazionale per le migrazioni ha riferito ad agosto che, nei primi quattro mesi del 2026, 821 migranti sono morti o risultano dispersi nel Mediterraneo centrale, il 111% in più rispetto allo stesso periodo del 2025.

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