Norcia, Amatrice, Arquata: come la rinascita dei borghi del Centro Italia sta passando dalle loro chiese

Con 1.219 interventi programmati, di cui 239 già conclusi, la ricostruzione del patrimonio ecclesiastico è un investimento sulla vitalità futura delle aree colpite dal terremoto e di tutto l'Appennino
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August 24, 2026
Il cantiere della chiesa di San Francesco, uno dei principali simboli della devastazione del terremoto del 2016
Il cantiere della chiesa di San Francesco, uno dei principali simboli della devastazione del terremoto del 2016 / REUTERS
Ci sono chiese emblema in ogni terremoto. Immagini simbolo che fanno il giro del mondo, apparse per mesi sui media. Fu così, ad esempio, per la chiesa delle Anime Sante con la cupola del Valadier mezza distrutta nel sisma dell’Aquila del 2009. È stato così anche per il terremoto del Centro Italia del 2016, con la chiesa di San Benedetto a Norcia di cui era rimasta in piedi solo la facciata. Oppure la Chiesa di Sant’Agostino ad Amatrice, tristemente nota per le immagini della sua facciata rosa e del rosone rimasti isolati tra montagne di macerie. Ma quando alcuni di questi simboli della distruzione del sisma del 24 agosto tornano a disposizione della comunità – come è successo ad esempio nell’autunno 2025 per la basilica di Norcia – allora sì che la speranza di veder ricostruiti un giorno i borghi tra le montagne distrutti dalla furia del terremoto riprende vita. Ma in questi dieci anni, non senza difficoltà e intoppi iniziali, la ricostruzione del patrimonio edilizio ecclesiastico ha riportato alla sua originaria bellezza tante piccole chiese, magari sconosciute ai più ma tanto care alla comunità che le ha abitate per anni.
In particolare dei 1.219 interventi programmati sul patrimonio ecclesiastico, per un valore totale di 760 milioni di euro, ad oggi sono 239 gli interventi conclusi, 924 quelli in corso e 56 i lavori non ancora avviati. La maggior parte dei cantieri riguardano le Marche (673 lavori per un totale di 387,6 milioni), a seguire l’Abruzzo (211 interventi programmati per un valore complessivo di 133,6 milioni di euro), poi l’Umbria (194 interventi per 157 milioni) e a seguire il Lazio (141 per un valore di 82 milioni di euro).
Basta pensare, tanto per fare un esempio, all’Oratorio della Madonna del Sole a Capodacqua, una frazione di Arquata del Tronto, l’unico edificio rimasto in piedi nella zona dopo il sisma riaperto dopo un importante lavoro di restauro nel settembre 2025. «Le chiese del cratere sono punti di riferimento spirituali e identitari imprescindibili per le comunità dell’Appennino centrale. La loro ricostruzione e riparazione significa restituire luoghi di culto, di incontro e di coesione – ricorda infatti il commissario straordinario al sisma 2016, Guido Castelli - realtà che custodiscono memoria e tradizioni dei nostri borghi. Ogni riapertura dopo il sisma è un segno concreto di rinascita, perché permette alle comunità di ritrovare un punto fermo attorno al quale ricostruire relazioni e vita sociale». Accanto al valore religioso, tuttavia, questi edifici rappresentano un patrimonio culturale e turistico di grande rilevanza, perciò «riportarli alla piena fruibilità – prosegue Castelli - contribuisce anche a valorizzare i cammini che attraversano i nostri territori, rendendoli più attrattivi e creando nuove opportunità di sviluppo. La ricostruzione del patrimonio ecclesiastico è quindi anche un investimento sulla vitalità futura dell’Appennino centrale». Per questo, la rassicurazione finale di Castelli, «proseguiamo con determinazione, insieme alla Consulta della Cei per i beni culturali di interesse religioso nell’ambito della ricostruzione post sisma 2016 alle diocesi e alle istituzioni, affinché ogni edificio di culto torni a essere riferimento della comunità, custode di identità e luogo di rinnovata spiritualità».
Don Luca Franceschini è proprio il responsabile dell’Ufficio nazionale per i beni ecclesiastici e l’edilizia di culto della Conferenza episcopale italiana. Per fare un quadro a dieci anni dal sisma del 2016, don Franceschini parte da un punto che può considerarsi il momento di svolta del percorso, cioè quando le diocesi sono state considerate “soggetti attuatori”. «La novità bella di questo percorso è che lo Stato ha riconosciuto alle diocesi la capacità di essere loro stesse titolari della ricostruzione e questo ha accelerato i tempi, sgravando ad esempio le sopraintendenze di seguire direttamente tutti i lavori», premette, non nascondendo però che «è stata anche una prova per le diocesi coinvolte per mettere a punto, nei loro uffici tecnici, strutture in grado di seguire tutte queste procedure. Perciò per noi è stato un momento anche di crescita, di miglioramento del lavoro delle nostre Curie e poi ha consentito anche di fare una programmazione». Perché anche se ci sono i fondi disponibili, aggiunge il sacerdote, «è impossibile attivare contemporaneamente 1.200 cantieri e questo ha consentito alle diocesi di fare delle scelte di tipo pastorale, cominciando dalle strutture che hanno ritenuto più strategiche per la vita della comunità (come le chiese parrocchiali) per garantire ai fedeli dei luoghi di riferimento per il culto». E dopo dieci anni a che punto siamo? «Anche se non tutte sono finite, possiamo dire che siamo a buon punto almeno nella parte delle comunità più numerose – spiega - Comprendiamo che anche le piccole comunità hanno le loro necessità e l’attesa lunga di fare i lavori spesso può portare ad una disaffezione dei fedeli a quella chiesa, ma era necessario dare un ordine agli interventi». Per le comunità, soprattutto quelle più piccole, «la chiesa è l’unico punto di riferimento, che rende visibile la comunità – conclude il responsabile della Consulta - La chiesa è il luogo dei momenti di gioia e dolore di una comunità, con battesimi e matrimoni ma anche funerali. E il rammarico, ad esempio, di non poter celebrare le esequie dei propri cari nella chiesa del proprio paese è qualcosa di molto doloroso». Da qui l’impegno perché ogni campana torni al proprio posto nel Centro Italia terremotato.

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