«Tua nonna l’hanno ammazzata i tedeschi»: Umberto e la memoria di Teresa Gullace, la madre di “Roma città aperta”

di Aldo Benassi
Morto a 96 anni, era il secondogenito della donna uccisa il 3 marzo 1944 mentre protestava per la liberazione del marito. Per decenni ha custodito e poi raccontato la storia di quella morte, diventata simbolo della Resistenza civile romana e consegnata alla memoria collettiva dal film di Rossellini
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August 24, 2026
Una foto di scena del film “'Roma città aperta” dopo il restauro realizzato dalla cineteca comunale di Bologna / ANSA
Una foto di scena del film “'Roma città aperta” dopo il restauro realizzato dalla cineteca comunale di Bologna / ANSA
Nel silenzio che pervade Roma ad agosto, nella notte tra il 12 e il 13, se n’è andato Umberto Gullace. Nato nel gennaio del 1930, Umberto era il secondogenito di Teresa Gullace Talotta, uccisa il 3 marzo 1944 da un soldato tedesco in viale Giulio Cesare. Incinta del sesto figlio, quel giorno Teresa protestò insieme ad altre donne davanti alla caserma dell’81° reggimento fanteria, al civico 54: lì era rinchiuso suo marito Girolamo, rastrellato nei giorni precedenti con altri uomini e destinato alla deportazione per i lavori forzati in Germania. Attorno a quella vicenda Roberto Rossellini costruì la scena madre di “Roma città aperta”, girata in via Raimondo Montecuccoli, nell’allora borgata del Pigneto: Pina, interpretata da Anna Magnani, rincorreva il camion sul quale i tedeschi avevano caricato il marito Francesco, arrestato dopo l’irruzione nel palazzo in cui abitavano. L’omaggio non era solo simbolico, ma esplicito: fu lo stesso Francesco a urlare dal camion “Teresa!”, poco prima che la mitragliata interrompesse la corsa della giovane madre, anche lei in attesa di un altro bambino.
Eppure, nonostante il cinema avesse consacrato Teresa Gullace a figura simbolo della Resistenza civile dei romani contro l’occupazione nazifascista, in famiglia la sua storia rimase sconosciuta per lungo tempo persino ai nipoti. «Avevo poco più di quattro anni e mi trovavo con i nonni materni nel modenese, a casa di una zia che aveva sposato un ex partigiano», spiega Gabriella Gullace, figlia di Umberto. «Un giorno io e le mie cugine parlavamo dei rispettivi nonni paterni; io dissi come si chiamava la mia, aggiungendo che faceva delle zeppole buonissime. La mia nonna materna, nel sentirmi, disse: “Ma quella non è tua nonna, è la seconda moglie di Girolamo. Tua nonna è morta in tempo di guerra, l’hanno ammazzata i tedeschi”». Per Gabriella quella scoperta fu uno choc, tanto da indurla a non affrontare l’argomento con il padre Umberto: «Pur nella mia ingenuità, capivo che era un tema delicato, ma riferii a mia madre quanto avevo appreso». Forse fu la madre Lucia a suggerire a Umberto di fare chiarezza. «Una domenica mattina mio padre mi portò con la sua Vespa al cimitero del Verano. Arrivammo davanti al Sepolcreto dei caduti nella lotta per la Liberazione, dove si trovava questa Pietà in marmo che pregava sul corpo di un partigiano caduto», ricorda Gabriella. Umberto si sedette sul bordo del monumento, prese in braccio sua figlia e le mostrò la grande lapide in cui erano incisi i nomi di tutti gli uomini sepolti lì. «Mi disse che in quell’elenco di caduti c’erano solo due donne; una era mia nonna Teresa. Così iniziò a raccontarmi, col suo tono sempre pacato, i dettagli di quella storia che riguardava la nostra famiglia».
Umberto decise di rendere pubblica la sua testimonianza molti anni dopo, nel 1999, incontrando una classe di quinta elementare della scuola Giovanni Cagliero, frequentata dalla nipote Claudia. Alcuni dei bambini e delle bambine di allora, tra cui l’autore di questo articolo, ricordano ancora la lucidità e l’assenza di esitazioni da parte di Umberto nel ricostruire la vicenda; un racconto vivo, ma privo di toni esasperati. La forza delle sue parole stava nella capacità di suggerire, nella mente di chi ascoltava, l’idea di quanto fosse orribile perdere la propria madre in un modo così violento. Ma, durante quella prima uscita pubblica, Umberto raccontò pure un aneddoto legato alla vita quotidiana durante il fascismo. In un giorno qualunque dei primi anni Trenta, Umberto entrò nella classe della scuola elementare che lui stesso frequentava, dimenticandosi di fare il saluto romano. Richiamato dal maestro, egli fu costretto a uscire, rientrare e recuperare l’imperdonabile omissione. «Umberto, esci, rientra e fai il saluto!», disse imitando il tono autoritario dell’insegnante. Accompagnando quelle parole con una gestualità plastica, nel momento in cui egli batté i tacchi e alzò romanamente il braccio, le bambine e i bambini della scuola Cagliero non erano più nella loro classe, vivendo il loro presente; si ritrovarono in classe con Umberto, catapultati nel suo passato. Già da qualche anno Gabriella ha raccolto il testimone di suo padre, partecipando ogni 3 marzo alla commemorazione che si svolge in viale Giulio Cesare e alle iniziative pubbliche dedicate alla memoria di sua nonna Teresa. Un impegno che continuerà, affinché il valore morale e civile dell’esperienza di Umberto si rinnovi nel tempo, favorendo quel dialogo necessario tra Storia e memoria.

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