Lungo la Riviera dei Cedri i colori e i sapori di una Calabria sorprendente
C'è il giallo verdastro dell'agrume simbolo di questa terra, il rosso fuoco del peperoncino e poi l'azzurro di un mare cristallino. Una destinazione perfetta a settembre, nella coda d'estate, fra festival e borghi da scoprire, da Diamante a Orsomarso. La raccolta dei cedri delle comunità ebraiche per la Festa delle Capanne

Giallo verdastro, rosso fuoco, azzurro cristallino. Con la coda dell’estate i colori simbolo della Riviera dei Cedri si fanno più nitidi e intensi: saranno il cielo limpido di settembre, gli agrumi che arrivano a maturazione, il fermento gastronomico del Peperoncino Festival di Diamante - dal 9 al 13 – ma anche il mare che torna a "raffreddarsi" dopo un’estate torrida senza tregua. È l’intreccio di bellezza e piaceri che rende così speciale questo tratto di costa calabrese dell’Alto Tirreno Cosentino, alle pendici del Parco Nazionale del Pollino. Venti minuti d’auto ed è un altro mondo, una fuga “mare e monti”: borghi nascosti e curati, incisioni preistoriche, chiesette bizantine, trekking e rafting sul fiume Lao, negli stretti canyon che serpeggiano in direzione del mare.
La Riviera dei Cedri prende il nome da un agrume utilizzato per dolci, gelati, sciroppi, canditi e marmellate e che si è ritagliato un curioso mercato di nicchia. Ogni anno, infatti, tra luglio e settembre giungono in forze a Santa Maria del Cedro i rabbini delle comunità ebraiche mondiali per selezionare e raccogliere gli esemplari di cedro migliori, scelti accuratamente con una lente d’ingrandimento e spediti ai fedeli di tutto il mondo per le celebrazioni del Sukkoth. È la Festa delle Capanne, dura sette giorni e rievoca agli ebrei il viaggio nel deserto verso la Terra Promessa. I cedri devono essere puri, nati dunque da piante senza innesto, con una buccia “liscia” priva di fori e macchie, pesare tra gli 80 e i 250 grammi e avere una forma che assomigli il più possibile a un cuore. Durante le preghiere del Sukkoth il capo famiglia tiene nella mano sinistra un fascio di rami di mirto, salice e palma, nella mano destra un cedro col peduncolo rivolto in alto (www.museodelcedro.com).









Il tema del sacro ricorre poi in tanti murales, come il Cristo di Ozon, che abbelliscono il centro storico di Diamante, un vero paese “dipinto” su un mare da cartolina con vista sull’isolotto mozzafiato di Cirella. Mecca del peperoncino, il fuoco della cucina calabrese, a partire dal 1981 il paese di Diamante è diventato un poco alla volta un museo itinerante a cielo aperto. L’iniziativa nacque su idea del pittore milanese Nani Razzetti e del sindaco dell’epoca, Evasio Pascale. Alla prima edizione furono accolti 83 artisti internazionali. L’iniziativa proseguì col progetto “Muralespanso” e nel 2021 col “Murales40”, che ha richiamato artisti più o meno conosciuti. Fra loro lo street artist napoletano Jorit, che ha realizzato un ritratto di Jean Michel Basquiat, artista di strada americano scomparso nel 1988. E ancora: il padovano Tony Gallo, autore di un’opera onirica sull’amore; il madrileno Kraser, che ha dipinto Mercurio, il messaggero degli Dei; la milanese SteReal, che ha raffigurato una donna mentre intreccia i peperoncini. Belli e d’impatto sono anche i murales dedicati al commissario Mascherpa (2021), protagonista del fumetto della rivista “Poliziamoderna”, di Daniele Bigliardo; quello in stile pop con Superman che bacia una vecchietta, opera di Flavio Solo; e quello un po’ consumato dal tempo dei coniugi ferraresi Michele e Angiolina Sposito, ispirato alla Calabria ancestrale, dalle origini del “Toro di Papasidero” fino alla civiltà contadina e dei pescatori. L’opera, tra le più datate del borgo, è rimasta incompiuta per la scomparsa della coppia. Secondo il disegno originale “a mosaico” avrebbe dovuto occupare l’intera parete della Chiesa Madre, ma seppur incompleta ci apre la strada verso un sito preistorico, la Grotta del Romito, a Papasidero, nel cuore del Parco Nazionale del Pollino; mezzora di strada. Il riparo, un tempo usato da eremiti, custodisce un masso su cui è inciso il graffito di un grande “toro”. Era il Bos Primigenius, l’uro, un forte bovino estinto del Paleolitico superiore da cui discesero i bovini domestici (www.grottaromito.com). Ma non è l’unica attrazione di questo borgo isolato e arroccato sui canyon del fiume Lao. Il nome di Papasidero deriva dal greco Papàs Isidoros, un monaco bizantino basiliano membro di una comunità che si ispirava alla regola di San Basilio (330-379 d.C.), la cui presenza è testimoniata dal Sentiero del Monaco, dagli affreschi del ‘500-‘600 della Cappella di Santa Sofia (XI-XIII sec) e dal Santuario di Santa Maria di Costantinopoli, la cui facciata è incastonata nella parete a strapiombo sul fiume Lao; meta prediletta degli amanti del rafting.
L’altro borgo incantevole fra gli scorci impervi del Pollino calabrese è Orsomarso, affacciato sulla Riserva Naturale Valle dell’Argentino, un’alternanza di pareti rocciose e piccole valli attraversate dal torrente Argentino, le cui acque limpide dai riflessi argentei spiegano il nome. Alimentato da rigagnoli e cascatelle, scorre per 20 km fino ad affluire nel Lao; quest’ultimo è un fiume a corso perenne di 55 km che nasce col nome di Mercure, in Basilicata, per poi cambiare “identità” in Calabria. Anticamente, il Laus, segnava il confine tra i bruzi “cosentini” e le popolazioni lucane. Dopo le strette gole di Papasidero e passato il grazioso borgo di Orsomarso – che sorge sotto lo sperone-belvedere della Torre dell’Orologio - il fiume si allarga infine in un alveo per poi sfociare a Scalea. E siamo di nuovo nell’azzurro del Tirreno. Pochi chilometri e si apre la vista dell’Arcomagno e dell’Isola Dino, tra Praia a Mare e San Nicola Arcella, un isolotto di 50 ettari con strapiombi di 80 metri e varie grotte. Più volte assaltata dai turchi, nel 1806 divenne la base delle operazioni anglo-borboniche contro i Napoleonici. Nel 1917 un sommergibile tedesco vi affondò un piroscafo inglese, nel ’56 il Comune la diede in concessione e nel ’62 fu venduta a Gianni Agnelli che voleva svilupparla turisticamente con casette-igloo e cottage. Oggi è un sito d’interesse comunitario (Sic), su cui è vietato approdare. Tra gli ultimi a mettervi piede gli attori di Diabolik 3, il film dei Manetti Bros.
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