Ascesi vuol dire custodire i propri fratelli.
La lezione di san Pacomio

Si è chiuso a Bose il 32esimo Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa. Al centro la figura del grande santo egiziano del IV secolo, padre della “koinonia”, che riunì comunità maschili e femminili sotto una stessa regola
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September 12, 2026
Ascesi vuol dire custodire i propri fratelli.
La lezione di san Pacomio
Yuhanna X, patriarca greco-ortodosso di Antiochia, insieme al priore di Bose Sabino Chialà / Monastero di Bose
Poiché i monaci digiunavano e nessuno si presentava più a mangiare, il cuoco del monastero aveva smesso di preparare i pasti e si era dedicato a intrecciare stuoie. Quando Pacomio arrivò in visita, raccolse i cesti prodotti dall’uomo e li bruciò: «Come avete trascurato la regola che vi è stata data riguardo alla cura dei fratelli a causa del pensiero satanico, così anch’io ho bruciato senza pietà il frutto del vostro lavoro». Il «pensiero satanico» era un’ascesi ripiegata su sé stessa, che nel desiderio di digiunare aveva dimenticato la carità verso i fratelli, fino a lasciare senza cucina anche i malati e i bambini.
A ricordare l’episodio è stato Dimitrios Moschos, dell’Università di Atene, nel corso del 32esimo Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, dedicato ad «Abba Pacomio. Alle origini della vita comune», che si è chiuso ieri nella comunità monastica di Bose. Quattro giorni ricchi di contributi e presenze ecclesiali attorno a una figura meno conosciuta nella Chiesa latina, almeno al grande pubblico, rispetto a san Basilio, sant’Antonio il Grande o san Benedetto, ma non meno importante nella storia del monachesimo.
Nato in Egitto attorno al 292 e morto, sempre in Egitto, nel 346 o 347, san Pacomio è ricordato come il padre della koinonia , la comunione: non fu il primo a riunire degli asceti, ma trasformò la vita comune in un’esperienza strutturata. Già durante la sua vita, la federazione monastica da lui fondata si estendeva per circa 180 chilometri lungo il Nilo e comprendeva nove monasteri maschili e due femminili, sottoposti alla stessa regola. Una comunione con un fondamento trascendente. «La koinonia non è un umanesimo religioso; è una forma pasquale della vita – ha osservato l’archimandrita Benedetto Colucci –. Se togliessimo questa origine, la Regola diventerebbe solo disciplina; il servizio funzione; l’autorità potere».
Come ha spiegato Lisa Cremaschi, di Bose, la vita comune presuppone il combattimento quotidiano di ogni monaco: «Soltanto se ciascun fratello, ciascuna sorella conduce quotidianamente questa lotta, allora è possibile tendere alla koinonia». Ascolto della Scrittura, preghiera personale e lotta contro i pensieri malvagi sono le condizioni della vita fraterna. La Parola di Dio doveva essere letta, memorizzata e ripetuta anche durante il lavoro. Chi entrava in monastero senza sapere leggere era obbligato a imparare: nessuno poteva rimanere senza conoscere a memoria qualcosa delle Scritture.
La Regola aveva un significato eminentemente spirituale: era l’eredità viva lasciata da Pacomio alla comunità, lo strumento attraverso il quale i monaci potevano continuare a combattere il Maligno anche dopo la morte del fondatore. Il cenobio non cancellava dunque il combattimento dell’anacoreta, ma lo trasformava. Pacomio, ha spiegato Colucci, «non nega il deserto anacoretico: lo assume e lo trasfigura». Il monaco continua a lottare «contro i pensieri, contro la negligenza, contro il demone della volontà propria», ma non più soltanto per sé: «La sua vigilanza custodisce anche i fratelli; la sua distrazione li ferisce; la sua conversione li consola». La comunione scendeva nei dettagli della vita quotidiana: il lavoro, il silenzio, la tavola, la cura delle cose comuni. Persino calpestare i giunchi destinati a fabbricare le corde significava danneggiare i fratelli. Nessuno poteva accumulare nella propria cella beni diversi da quelli previsti per tutti; il superiore doveva lavorare per primo. Ai malati bisognava provvedere «con grande compassione», concedendo loro anche cibi normalmente esclusi dalla mensa. Esigente era la correzione. Chi perseverava nella menzogna e nella maldicenza poteva essere separato dai fratelli per sette giorni, ricevendo soltanto pane e acqua; la penitenza aveva però come meta il perdono e il reinserimento. La Regola non proteggeva chi comandava: il superiore che opprimeva ingiustamente un fratello poteva essere rimosso.
Al rapporto fra carisma, servizio e autorità ha dedicato il proprio intervento Lisa Agaiby, del St Athanasius College di Melbourne. La morte di Pacomio mise a nudo la fragilità di una comunità tenuta insieme dalla forza spirituale del fondatore. Alcuni monasteri si ribellarono al successore Orsiesi e la koinonia fu minacciata dallo scisma. La crisi venne arginata soltanto quando Teodoro ne assunse la guida e restaurò l’unità. «Il carisma non si eredita», ha sintetizzato Agaiby: ciò che Pacomio aveva tenuto insieme nella propria persona – la capacità di radunare, servire e governare – dovette essere affidato a regole, incarichi e responsabilità condivise.
Una riflessione dotata di particolare risonanza a Bose, dove il convegno si è aperto pochi giorni dopo la morte del fondatore Enzo Bianchi. Nel saluto iniziale il priore Sabino Chialà ha ricordato che, nel loro ultimo scambio, Bianchi aveva espresso il desiderio di un incontro «in vista di una riconciliazione», condiviso dalla comunità ma reso impossibile dal precipitare delle sue condizioni di salute.
Fabrizio Vecoli, dell’Università di Montréal, ha approfondito invece la relazione tra la comunità pacomiana e la Chiesa istituzionale. Nei primi cenobi l’assenza di sacerdoti sembra essere stata deliberata: non un rifiuto del ministero ordinato, ma il timore che lo status clericale introducesse gelosie, divisioni e una gerarchia concorrente. I preti venivano dall’esterno per celebrare l’Eucaristia; quelli che entravano nel monastero erano sottoposti alla stessa Regola degli altri.
La koinonia , ha ricordato infine l’arcivescovo copto ortodosso Angaelos, trasforma l’«io» in «noi». Ma perché questo avvenga non basta abitare, pregare o lavorare gli uni accanto agli altri. Nelle fonti richiamate durante il convegno, Pacomio chiedeva ai monaci convocati per l’assemblea del perdono di «aprire il proprio cuore al fratello», confessare le colpe, non conservare inimicizia e «fare la verità». La comunione non era assenza di ferite, ma la faticosa disponibilità a lasciarle guarire.

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