Il martirio di suor Leonella Sgorbati, che morì a Mogadiscio perdonando chi l'aveva uccisa

di Barbara Sartori, Piacenza
Il 17 settembre 2006 l'omicidio della missionaria della Consolata in Somalia. Venne crivellata di colpi dopo essere uscita dall'ospedale dove insegnava il mestiere alle infermiere. Con lei perse la vita la sua guardia del corpo musulmana. La donna è stata proclamata beata a Piacenza nel 2018. La postulatrice della causa, suor Luz Mery: simbolo di una Chiesa coraggiosa
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September 17, 2026
Il martirio di suor Leonella Sgorbati, che morì a Mogadiscio perdonando chi l'aveva uccisa
Il ritratto di suor Leonella Sgorbati, beatificata il 26 maggio 2018
È una domenica, il 17 settembre 2006, ma in Somalia è giorno di lavoro. Suor Leonella Sgorbati, missionaria della Consolata, da quattro anni è a Mogadiscio come insegnante dei futuri infermieri al Kinderdorf International Hospital. Ha finito le lezioni e si appresta a tornare a casa. Deve solo attraversare la strada. All’uscita dall’ospedale, è raggiunta da una scarica di mitra. Morirà dicendo: «Perdono, perdono, perdono». Con lei perde la vita la sua guardia del corpo, un papà somalo, musulmano.
Vent’anni dopo, il dono della vita di suor Leonella – nel 2018 riconosciuta martire e proclamata beata nella Cattedrale di Piacenza – incarna quella «pace disarmata e disarmante» che Leone XIV indica come strada per il nostro tempo. «Il suo sacrificio è uno stimolo a essere una Chiesa coraggiosa, capace di annunciare il Vangelo soprattutto nelle periferie segnate da conflitti, sofferenze e divisioni», riflette la postulatrice suor Luz Mery Restrepo Gonzales. Per l’anniversario, la Congregazione ha realizzato video – sul canale YouTube delle Missionarie della Consolata – dedicati alla spiritualità di Leonella, all’Eucaristia, al potere generativo del perdono, «gesto estremo di amore che non nacque dal nulla, ma fu il frutto maturato lungo un’intera esistenza».
Nata a Rezzanello di Gazzola il 9 dicembre 1940, Rosa Maria – questo il nome di battesimo – è una bambina allegra e vivace. A 10 anni si trasferisce a Sesto San Giovanni, nel Milanese. A 16 anni scopre il carisma dell’Allamano, fondatore dell’Istituto della Consolata. Vi entra a 20. Dopo gli studi infermieristici a Londra, arriva in Kenya nel 1970. Passa in Africa 36 anni come infermiera, ostetrica – facendo nascere oltre quattromila bimbi – e insegnante. Quando accetta di avviare una scuola per infermieri a Mogadiscio, parte nello scetticismo generale. Ottiene il riconoscimento dell’Oms per la qualità del curriculum. Però non è un’ingenua: sente crescere l’ostilità dei fondamentalisti, che non vedono di buon occhio la suora che passa tanto tempo con i giovani. Lei crede nel dialogo tra fedi e culture. «Dove c’è paura – ripete – non c’è amore».
Da adolescente, in un periodo tormentato, aveva fatto un’esperienza mistica. Era in collegio, lontana dalle amate colline di Rezzanello e da poco aveva perso il papà. In preghiera, avverte una voce: «Io ci sono e ti amo. Va’ a dire a tutti che io ci sono e che ti amo». È stata la bussola della sua esistenza missionaria, ha ricordato il cardinal Giorgio Marengo nella Messa che ogni estate la comunità di Rezzanello le dedica. Per l’occasione, il porporato – missionario della Consolata, amministratore apostolico di Ulan Bator in Mongolia – ha benedetto il mistadello in onore della beata costruito dagli alpini davanti alla chiesa in cui venne battezzata. Ad accompagnare l’immagine della religiosa tra donne e bambini in Africa una frase: «Signore, so che tu mi tieni tra le tue braccia e so che in te sono sicura qualunque cosa succeda». Leonella l’ha scritta il 26 giugno 2006, pochi mesi prima di essere uccisa. «Ricordare i vent’anni dal martirio – conclude suor Luz Mery – significa andare oltre il dolore della violenza subita, per celebrare la fecondità di una vita donata per amore, che ci sprona a vivere come lei».
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