Il nuovo esame per l'Ue è sulle "risorse proprie"
Al vertice dell'Unione europea è partito il confronto sul bilancio 2028/2034: c'è da ripagare il Pnrr e da ridurre le spese, i conti non tornano. Sul tavolo nuove tasse comunitarie su cripto e azzardo

In settimana al Consiglio europeo di Bruxelles si è parlato di un sacco di cose importanti: l’Ucraina, il Medio oriente, le politiche per i migranti, i rapporti con la Cina. Ma l’elenco delle materie trattate è ancora più lungo, e tra le pieghe delle conclusioni c’è traccia di un punto destinato a catalizzare l’attenzione dei prossimi mesi, e non solo. È il «nuovo quadro finanziario pluriennale», il documento di bilancio dell’Unione europea per il 2028/2034 che nei fatti determinerà l’ammontare delle risorse comunitarie per il prossimo settennato. Una “torta” gigante da circa 3mila miliardi di euro, che desta enormi appetiti da parte delle diverse anime dell’Unione ma fa venire la nausea ad alcuni Paesi membri, soprattutto i cosiddetti “frugali”, i più restii a far confluire fiumi di denaro verso l’Ue.
«Il Consiglio europeo invita la presidenza irlandese a portare avanti i lavori sullo schema di negoziato entro il Consiglio europeo di ottobre, al fine di raggiungere un accordo tempestivo», si legge nella nota finale del Consiglio Ue: «Un accordo prima della fine del 2026 consentirebbe l’adozione di atti legislativi nel 2027, il che è necessario per garantire che i finanziamenti dell’UeE raggiungano i beneficiari senza interruzioni nel gennaio 2028». È la solita trafila dei documenti contabili pubblici, che si tratti di un piccolo Comune o della Comunità intera: se la questione non si affronta con il giusto anticipo si rischia di non approvare il bilancio in tempo, e così il flusso delle risorse si trova impantanato in una specie di “esercizio provvisorio”.
Le proposte sul tavolo
Facciamo un passo indietro. L’anno scorso la Commissione europea ha proposto un bilancio da oltre 2mila miliardi, decisamente più ampio di quello precedente da 1.200 miliardi approvato nell’estate 2020. Ma da allora c’è stato da finanziare i programmi post Covid, poi le misure legate all’attacco russo all’Ucraina, infine i progetti legati al piano di riarmo o comunque a un rilancio della competitività a 360°. Di qui la richiesta della Commissione, che però si scontra con i frugali di cui si parlava prima, Olanda in testa: «Troppe risorse e sbilanciate su priorità sbagliate», ha tirato corto il ministro per le Finanze olandese, Eelco Heinen. Il cerino sta per passare ora dalle mani di Cipro (che ha provato a elaborare un compromesso che riduce del 2% le pretese della Commissione) all’Irlanda prossimo presidente di turno dell’Unione.
Il nodo delle risorse proprie
Da dove partire? «Le Nuove Risorse Proprie rappresenteranno una componente fondamentale dell’equazione finanziaria», ha dichiarato all’Ansa in settimana un funzionario europeo, parlando della discussione tra i leader europei sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. E qui si apre un capitolo interessante, molto tecnico ma anche politico, perché attiene alla capacità e alla volontà delle istituzioni europee di adottare iniziative appunto “proprie”, e non agire solo di rimbalzo rispetto ai Paesi membri.
Le risorse proprie di cui potrebbe disporre l’Unione, fino a 50-100 miliardi l’anno, potrebbero derivare ad esempio da un contributo annuale delle grandi imprese, la “Core” (Corporate resource for Europe), un contributo forfettario annuo a carico delle grandi imprese operanti nei confini Ue, che - come ha ricordato l’Ufficio parlamentare di bilancio durante un’audizione in materia effettuata in settimana - in Italia nel 2022/204 avrebbe interessato circa 3mila società. Il Parlamento europeo invece ha osato di più, ipotizzando una tassa sui grandi operatori digitali (Digital Services Levy), un prelievo sul gioco e le scommesse online e addirittura un prelielvo sulle plusvalenze delle criptovalute. Iniziative specifiche di una certa rilevanza politica, che misureranno il polso di Bruxelles, della sua reattività e del suo livello di ambizione.
La (mezza) alternativa del debito
Capitolo a parte, ma non troppo, il debito. Una proposta un po’ provocatoria ma argomentata è arrivata venerdì da Carlo Calenda: «Se il Consiglio Europeo non fosse composto da mezzi leader che pensano solo alle dodici ore successive, ciò che dovrebbe fare, dopo le notizie di ulteriori ritiri delle forze americane dall’Europa, è dare la facoltà all’UE di emettere 1000 miliardi di debito (pari al 5% del Pil)», dice il leader di Azione. Che suggerisce poi di coprirlo «con un dazio trasversale del 10% sui prodotti cinesi per finanziare un piano straordinario sulla difesa, l’energia (costruzioni centrali nucleari e sconti per produttori) e uno piano di sviluppo dell’innovazione e dell’industria». Chiedere, come si dice, non è peccato.
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