È più importante la rappresentanza o la stabilità? Il mondo cattolico si interroga sulla legge elettorale
di Alfonso Luzzi, Emiliano Manfredonia, Giuseppe Notarstefano
Tre voci con sfumature diverse: le Acli ritengono che il testo possa aggravare la crisi democratica,
l’Ac invita a
un supplemento di dialogo, Mcl vede i benefici
di governi
meno precari

Rappresentanza o governabilità? Anche il mondo cattolico, attraverso i leader delle associazioni e dei movimenti, si interroga sul quesito che fa da sfondo al dibattito sulla nuova legge elettorale, che a settembre vivrà il suo test decisivo al Senato, quando la maggioranza farà un secondo tentativo per reintrodurre le preferenze e in qualche modo “riequilibrare” il testo, che oggi prevede un ampio premio di maggioranza, listini bloccati e indicazione del premier. I contributi che sono pubblicati qui di seguito, e quelli che saranno pubblicati su Avvenire anche nelle prossime pagine monotematiche inerenti la legge elettorale, sono tratti dal convegno pubblico svoltosi il 6 luglio presso l’Istituto Sturzo a Roma, intitolato “Ridare voce alla democrazia. Società, partecipazione e istituzioni”. Introdotto da Agostino Giovagnoli, vicepresidente dell’Istituto Sturzo, ha visto gli interventi di Sebastiano Nerozzi (Comitato Settimane sociali), Patrizia Giunti (Fondazione La Pira), Giorgio Vittadini (Fondazione Sussidiarietà), Giuseppe Notarstefano (Azione Cattolica), Emiliano Manfredonia (Acli), Francesco Scoppola e Roberta Vincini (Agesci), Ernesto Preziosi (Argomenti 2000), Andrea Dellabianca (Compagnia delle Opere), Laila Simoncelli (Comunità Papa Giovanni XXIII), Adriano Roccucci (Comunità di Sant’Egidio), Luca Piras e Sara Mentzel (Ordine francescano secolare), Alfonso Luzzi (Mcl), Luigi D’Andrea (Meic), Argia Albanese (Movimento dei Focolari). Gli interventi di Scoppola-Vincini e Dellabianca sono stati pubblicati sull’edizione di domenica 9 agosto.
Manfredonia (presidente Acli): «Nuova legge errore di merito e di metodo»
Innanzitutto, perché siamo qua? Non certo per rivendicare rendite o pretendere di rappresentare il variegato mondo cattolico che ad ogni elezione viene rispolverato solo come bacino potenziale di voti. Siamo preoccupati perché la democrazia, così come ci ha cullato in questi ottant’anni, oggi sembra non rispondere più a quelle esigenze di dignità, uguaglianza, promozione che hanno ispirato le nostre generazioni. L’astensionismo dilagante riguarda sicuramente la sfiducia nelle istituzioni e la disaffezione verso le proposte roboanti che spesso la politica non riesce a mantenere. Molteplici sono le ragioni. A partire dall’incremento delle diseguaglianze. La democrazia è sempre legata alle domande sociali. E oggi sembra avere tempi e modi che non rispondono a questo tempo veloce ed esigente.
Per questo le Acli si sono impegnate per una riforma dei partiti. Per questo nella nostra proposta abbiamo messo al centro la loro forma democratica, il finanziamento pubblico e l’attenzione al ruolo educativo. Accanto a questa proposta abbiamo sostenuto la realizzazione di Assemblee partecipative per favorire e allenare la partecipazione dei cittadini. Insieme a queste nel dibattito generale ci sono altre proposte di senso come quella sul voto all’estero, sul voto dei fuori sede, sulla digitalizzazione del voto. La democrazia alla fine è questa. Non è aspettare un voto come la fine di una partita dove uno vince e l’altro perde, ma convocare le energie migliori, ascoltare, dare spazio, aprire confini, nutrire di pazienza il dialogo. Non è solo elezione di capi.
Oggi il dibattito pubblico si sta concentrando sulla riforma della legge elettorale con la stessa voracità tipica delle grandi questioni che salveranno il Paese dalla deriva. Senza parresia vorrei espormi. Per i motivi espressi prima anche questo strumento, la legge elettorale, può condizionare una maggiore e migliore partecipazione ma non può da sola invertire un fenomeno senza riforme più ampie di strumenti e prassi che possono migliorare la democrazia. Su questo voglio essere chiaro, questa legge non risponde a ciò che ho provato a declinare prima e mi preoccupa nel metodo e nel merito oltre che per i tempi di elaborazione: in grande fretta prima di una tornata elettorale.
Nel merito, una legge elettorale che può migliorare il rapporto con gli elettori deve consentire a questi di poter scegliere chi eleggere e non lasciarlo appannaggio delle segreterie dei partiti. Tra parlamentare e territorio, tra eletto ed elettore deve tornare a fondarsi una relazione forte e positiva. Ci sono diversi modi per farlo. Assistiamo invece oggi, tra le gravi storture della legge attuale, a un uso dei collegi e delle liste bloccate in modo da prestabilire l’ordine di elezione dei candidati secondo volontà calate dall’alto. Non vorremmo che questa situazione si perpetuasse, o peggio che una nuova legge penalizzasse ancora più l’elettore.
Ancora più grave troviamo l’indicazione del premier della coalizione. Non solo perché tocca le prerogative del presidente della Repubblica ma perché esplicita un’idea malsana che affida all’idea del leader di turno il potere di governare dimenticando la centralità del Parlamento. Tutto questo culturalmente è lontano dall’idea di confronto che ho provato a spiegare prima. Cosa siamo disposti a fare? Le Acli lo hanno dimostrato nel tempo, la fedeltà alla democrazia ci incoraggia a cercare un confronto serio ma anche a protestare affinché il dibattito pubblico si animi per rafforzare la democrazia, poiché questa attiene alla dignità di ognuno.
Notarstefano (presidente Ac): «La strada è il dialogo non il rafforzamento della maggioranza»
Commentando tra le pagine della rivista della Fuci il clima di contrapposizione che viveva il Paese nel secondo dopoguerra, un giovane Vittorio Bachelet ricordava che i cattolici non hanno nemici, poiché i nemici – scriveva – «sono individui che si vogliono male e si combattono». Per i cattolici è diverso, non può che essere diverso perché è la forza del Vangelo ad operare una conversione di sguardo, pertanto «è giusto difendere per proprie idee e i propri diritti, che sono anche idee e diritti della Chiesa di Cristo» ma occorre fare uno sforzo ulteriore per «difendere amando coloro che combattono per ideali opposti».
La vita democratica autentica include una dialettica naturale tra visioni e soluzioni differenti ai comuni problemi sociali, offrendo un metodo che si fonda sulla partecipazione di tutti i cittadini alla vita democratica. Ogni forma di svilimento e di mortificazione di tale partecipazione dei cittadini, indebolisce di per sé le istituzioni democratiche. La vita democratica si fonda inoltre su una distribuzione dei poteri, sull’opportuna costruzione di un sistema bilanciato di controlli. È la visione architettonica della nostra Costituzione di cui noi oggi sentiamo certamente eredi e guardiamo ad essa con grande fiducia perché sappiamo che la sua attuazione piena è ancora davanti a noi.
I sistemi politici da molti anni sono stati affascinati nel tempo dalla suggestione e dal fascino dei principi di efficienza e utilità che provengono dalla sfera economica. La politica, volendo imitare l’economia e la finanza, forse anche per compiacerla riconoscendole in qualche modo un primato, tende ad internalizzare il principio di concentrazione con l’idea che anche le scelte pubbliche vadano fatte in fretta per dare soddisfazione ai cittadini ridotti al rango di utenti. Un ulteriore processo di mortificazione della vita democratica e della partecipazione
Le scelte pubbliche non possono che costruirsi con il concorso di tutti, nella dialettica tra maggioranza e minoranza. È giusto, quasi scontato, che le forze sociali competano in libere elezioni per raccogliere il consenso. Ma pensare che la qualità delle scelte pubbliche possa essere assicurata solo dal rafforzamento della maggioranza per poter ignorare le minoranze è una forzatura. La rigenerazione della vita democratica richiede impegno e formazione nella cittadinanza attiva da parte dei cittadini anche nelle forme organizzate. E noi oggi stiamo affermando che questo impegno lo assumiamo sino in fondo cercando di promuovere il dialogo ad ogni livello della vita pubblica, ritenendo che la vita democratica cresca attraverso una capacità di tenere alto questo dialogo.
Richiede anche che le forze politiche non rinuncino al metodo democratico che deve essere alla base delle modalità con cui esse si confrontano ordinariamente con il Paese, promuovendo tale metodo internamente secondo i dettami dell’articolo 49 della Costituzione. C’è anche un tema della costruzione della rappresentanza nelle istituzioni che deve favorire la partecipazione, la dialettica democratica e la vicinanza alle istanze dei cittadini e dei territori.
Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità.
Luzzi (presidente Mcl): «Al Paese serve stabilità, si torni a scegliere l’eletto»
L’intenzione di contribuire a un rilancio della vita democratica è una lodevole intenzione e dovrebbe essere comune a tutti coloro, come noi cattolici, che abbiamo ben chiaro il concetto di “bene comune”, anzi è certamente un nostro precipuo dovere in quanto cattolici impegnati nel sociale e pertanto inevitabilmente in politica. Si possono condividere tanti dei sintomi che indicano la “sofferenza” attuale della democrazia. Ma penso che occorra un grande sforzo intellettuale, “collettivo” per individuare le ragioni profonde di quella che appare non una sofferenza ma una vera e propria crisi. Non basta pensare di curare i sintomi (la partecipazione elettorale, le crisi di rappresentatività, i sistemi elettorali) ma occorre analizzare le cause profonde e, se possibile, indicare delle strade per eliminale.
Nell'assise di oggi sono presenti soggetti diversi anche per la natura delle loro attività. Non può darsi certo colpa agli organizzatori di quanto scrivono i giornalisti, ma catalogare come “cattocomunisti” associazioni come Mcl denota o ignoranza o malafede. Ma, entrando nel merito del tema del convegno, lo stesso documento finale delle Settimane sociali di Trieste è il frutto di un lungo e complesso confronto dialettico all’interno del quale non poche, fortunatamente, sono state le differenze emerse. Che ci sia una crisi della base “nutriente” il sistema democratico è indubbio. Diversa cosa è però parlare di crisi della democrazia, questione che assolutamente non investe il nostro Paese.
Ma andiamo a parlare del “convitato di pietra”, di quello che abbiamo capito è il reale oggetto della discussione di oggi: la riforma della legge elettorale. Vorrei pertanto esprimere con chiarezza le nostre posizioni su quelli che sono i temi più caratterizzanti le discussioni attuali. In primis la vicenda della stabilità: noi non abbiamo una posizione negativa verso un elemento quale la stabilità dei governi o governabilità che dir si voglia; anzi tutt'altro, riteniamo che la situazione di equilibrio sociale, economico e istituzionale per cui la continuità dell'azione di governo non è ostacolata in continuazione da situazioni che ne minino l'esercizio rappresenti una qualità importante per dimostrare l'affidabilità di un Paese. Si può discutere di dove fissare l'asticella che fa scattare il premio elettorale, per evitare distorsioni de1 sistema democratico, giustissimo, ma non si possono tradire gli elettori alla prima occasione di crisi.
In secundis: l'indicazione del premier. Crediamo che gli elettori devono sapere prima per cosa e chi (programma, candidati e partito) andranno a votare e proporre la persona che governerà. Non è una questione di leaderismo, ma l'indicazione del capo del governo da parte delle coalizioni, fatte salve le prerogative del presidente della Repubblica, riteniamo sia un elemento di chiarezza e di trasparenza verso gli elettori. Non crediamo che tale indicazione debba essere “obbligatoria”, per cui i partiti o le coalizioni che ritengono di non inserirla sono liberi di non farlo.
Infine, ma non per ultimo: riteniamo fondamentale riallacciare il legame tra politica e territori, tra candidati e le persone che operano in essi, ed avere la possibilità di scegliere per chi votare riteniamo sia necessario per ricostruire un tessuto di vera rappresentanza. Un contesto in cui il ruolo di sintesi dei partiti e dei corpi intermedi in generale, rappresenta un anello fondamentale e insostituibile della rappresentanza democratica. Non ricostruire questo anello di congiunzione, pur con le conseguenze che potrebbe comportare, rischia di creare un parlamento scollegato dalla società e dal popolo che dovrebbe rappresentare.
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