La Tunisia alla sbarra per le deportazioni di migranti nel deserto: perché può essere una svolta
Per la prima volta quattro ricorsi alla Corte Africana per i Diritti dell'Uomo contestano a Tunisi torture, respingimenti violenti ed espulsioni collettive. «Una condanna avrebbe effetti anche sui rapporti con l'Unione europea»

Per la prima volta la Tunisia dovrà rispondere del trattamento che da anni riserva ai migranti in transito irregolarmente sul suo territorio. Sarà chiamata a farlo di fronte alla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli di Arusha, in Tanzania. Lì i legali dell’Asgi, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione di Torino, e l’avvocato Ibrahim Belguith hanno depositato quattro ricorsi per conto di altrettanti assistiti, persone emigrate da diversi Paesi dell’Unione Africana. A Tunisi, principale partner dell’Unione europea e dell’Italia nella gestione dei flussi di sbarchi nel Mediterraneo, vengono contestate condotte gravissime, tra cui detenzioni arbitrarie, tortura, espulsioni collettive nel deserto e tratta. Almeno dal 2023, anno in cui il Paese ha siglato un Memorandum d’intesa anti-flussi con l’Ue, emergono testimonianze di abusi e violenze, raccolte da organizzazioni per i diritti umani, agenzie Onu, stampa internazionale e anche da questo giornale. Ora si chiede formalmente conto a Tunisi delle intercettazioni violente in mare, delle conseguenti deportazioni sui confini meridionali con Libia e Algeria e delle condizioni estreme di abbandono in aree desertiche. «Abbiamo presentato i ricorsi nella prima settimana di marzo. La Cancelleria della Corte ci ha comunicato l'avvenuto deposito», spiega ad Avvenire Adelaide Massimi di Asgi. Appena in tempo, perché dal 7 marzo non è più possibile procedere con ricorsi individuali. La Tunisia ha, infatti, ritirato la dichiarazione ricompresa nel protocollo della Carta dell'Ue per i diritti dell'uomo che permetteva a singoli individui o Ong di rivolgersi direttamente alla Corte. Dopo l’invio dei ricorsi, di cui Asgi ha dato notizia il 19 giugno, la Cancelleria deve contattare lo Stato interessato, che ha quarantacinque giorni (più altri trenta) per rispondere. Dopo un altro passaggio scritto, la Corte deciderà se fissare un'udienza. L’iter può richiedere anni. «Esistono altri ricorsi presentati e vinti di recente contro la Tunisia rispetto alla svolta autoritaria del Paese, ma è la prima volta che accade in materia di diritti delle persone migranti», prosegue Adelaide Massimi.
Tra i quattro ricorrenti, c’è A., cittadino della Sierra Leone che nell’aprile del 2024 era partito dalla costa di Sfax con altre 42 persone. Durante un’intercettazione delle unità marittime della Guardia Nazionale tunisina, gli agenti avrebbero lanciato lacrimogeni verso il natante e, per bloccarlo, una motovedetta avrebbe urtato la barca dei migranti provocandone l’affondamento. Numerose persone, tra cui donne e bambini, sono morte annegate. A. è riuscito a sopravvivere ma, riportato a terra, sostiene di essere stato picchiato, derubato e, con gli altri sopravvissuti, trasferito in una zona desertica del confine libico, abbandonato senza acqua né cibo. Lì, altri compagni di viaggio sarebbero morti. Chi è rimasto vivo è finito in un centro di detenzione libico. «Si tratta di un ricorso a una Corte internazionale» precisa Adelaide Massimi.
«Lo Stato membro dovrà presentare relazioni periodiche per dimostrare di aver attuato riforme o perseguito gli autori di determinate condotte, ma non esiste un meccanismo coercitivo». Resta, tuttavia, per Asgi un’iniziativa di portata rilevante. «Sia perché si attiva un meccanismo di consapevolezza a livello di Unione Africana, nella speranza che possa innescare azioni diplomatiche da parte degli Stati di origine. Ma soprattutto, è importante per le ricadute in ambito europeo. Ci auguriamo che una condanna della Tunisia possa portare a un ripensamento della cooperazione con il Paese. Di fatto, la Tunisia è in grado di intercettare persone migranti in mare e di abbandonarle nel deserto in quanto finanziata ed equipaggiata con mezzi, unità navali e pickup, forniti dall'Ue». Tre nuove navi di ricerca e soccorso saranno consegnate a breve, ha annunciato il 17 giugno la presidente della Commissione Ue, Von Der Leyen. Già nel novembre del 2025, Amnesty International sollecitava Bruxelles a rivedere la collaborazione con la Tunisia «per evitare la complicità in violazioni dei diritti umani», proprio mentre in Europa si celebrava, invece, come un successo il drastico calo degli arrivi. Da allora, la diminuzione è proseguita. I dati lo mostrano chiaramente. Quello che i numeri non fanno vedere è, invece, la sofferenza estrema di chi resta bloccato nel Paese. Da inizio 2026, secondo l’aggiornamento del 21 giugno di Unhcr, dalle coste tunisine sono giunte in Italia 950 persone. Nello stesso arco di tempo, erano state 10.233 nel 2024 e 34.321 nel 2023, anno del picco di flussi, che aveva portato alla firma del Memorandum, fortemente promosso dal governo italiano. «Ora, il prossimo passaggio è quello della risposta scritta di Tunisi», conclude Adelaide Massimi. «In questa fase di attuazione del Patto Ue sulla Migrazione e l’Asilo, riteniamo che una condanna della Corte Africana renderebbe molto complesso inserire la Tunisia in una lista di Paesi terzi sicuri in cui trattenere le persone migranti».
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