«Così aiuto la Gen Z a curare le ferite della guerra dei Balcani»
Ajna Mesic è nata a Sarajevo nel 2002 ma è un'orfana di guerra: «Mio padre morì pochi mesi dopo la mia nascita per le conseguenze di un proiettile che l'aveva colpito anni prima»

Ajna Mesic vive a Sarajevo, ha 23 anni, i capelli corti e due grandi occhiali senza montatura. È nata nel 2002, sei anni dopo la fine dell’assedio. Eppure è un’orfana di guerra. «Mio padre è morto quando avevo 14 mesi. Un proiettile gli era rimasto nei polmoni e così anni dopo gli è venuto il cancro. Mi ha dato il mio nome e mia madre mi ha sempre detto come, rispetto ai miei fratelli maggiori, io gli assomigliassi di più, anche nel carattere. Anche lui amava leggere, soprattutto letteratura, ma anche la politica. Mia madre ha sempre detto come avremmo avuto così tanto di cui parlare se fosse stato ancora qui». La storia di Ajna si intreccia con quella della Bosnia-Erzegovina e in particolare con la traiettoria del Paese dopo gli accordi di Dayton, quelli che nel 1995 consentirono di mettere fine a una delle più sanguinose guerre dei Balcani, tra il lungo assedio di Sarajevo (concluso solo nel 1996) e il genocidio di Srebrenica, commesso dai serbi contro i bosgnacchi (musulmani). «Nella mia famiglia — racconta però Ajna — si parlava solo dei ricordi felici legati alla guerra. Per esempio, di quando mia sorella nacque, durante l’assedio, i bambini di tutto il quartiere vennero a festeggiare».
La divisione della Bosnia in due entità — la Federazione a maggioranza bosgnacco-croata e la Repubblica Srpska in prevalenza serba — ha consentito di mettere fine alle atrocità ma ha impedito una vera riconciliazione del Paese. «Sono cresciuta a Sarajevo, una città multietnica, a scuola frequentavo persone di ogni tipo, ma arrivata alle superiori e poi all'università ho cominciato a rendermi conto che non tutti in Bosnia-Erzegovina la pensano allo stesso modo. La questione dell'identità creava molta confusione. Per me era disorientante: sono nata e sono vissuta in questo Paese per tutta la vita — la mia istruzione, il lavoro, gli amici, tutto è qui — eppure dovrei guardare a un altro Paese e considerarlo "mio"?». In Bosnia, infatti, il nazionalismo ha un effetto curioso: una parte delle persone di etnia serba guarda a Belgrado, parte degli etnicamente croati invece a Zagabria. Non mancano ovviamente i politici che cavalcano tutto ciò: il più famoso, ma non certo l'unico, è Milorad Dodik, fino al 2025 presidente della Repubblica Srpska — è stato rimosso per aver violato le decisioni dell’Alto rappresentante Carl Schmidt — ma ancora parecchio influente. E, soprattutto, fonte di instabilità per le sue continue sparate nazionaliste o peggio (è arrivato a negare il genocidio di Srebrenica).

«Crescendo, quando ho capito cosa era successo, mi sono resa conto che la questione dell'identità era una questione molto delicata. La retorica nazionalista, a un certo punto, ha colpito anche me. Ero molto confusa durante l'università, i miei coetanei erano molto nazionalisti, specialmente negli ultimi anni, quando la situazione è diventata davvero tesa, con Dodik, la sua condanna e tutto il resto. E i miei compagni di università mi dicevano che si sarebbero vendicati. Questo mi confondeva molto, perché non è il modo di vivere e non è il modo per far funzionare di nuovo il Paese. E allora mi chiedevo: dovrei pensare anch’io in quel modo? Perché anch’io ho perso dei membri della mia famiglia. È questo il modo giusto di pensare? Per ripagare in qualche modo ciò che è stato fatto alla mia famiglia?
Oggi Ajna lavora alla Youth Initiative for Human Rights, un'organizzazione che ha uffici anche a Belgrado, Pristina, Podgorica, Zagabria e Sarajevo. Riunisce giovani dei Balcani per conoscersi, per superare le ferite del passato. «Quello che facciamo è mettere in contatto i giovani su questi temi. Per esempio, organizziamo delle commemorazioni insieme. Teniamo iniziative molto serie, certo, ma anche dei festival dove coinvolgiamo i giovani». Eppure, racconta Ajna, spesso anche con i coetanei nati dopo i conflitti degli anni Novanta non è facile parlare. «Molti sono chiusi nella propria bolla e difendono la propria gente, cosa che capisco fino a un certo punto, ma quando parlavo con loro vedevo che erano molto scettici. Allora mi chiedevo: sto facendo la cosa giusta? Sono una traditrice del mio popolo perché voglio parlare con tutti? E questo l’ho visto in tutti e tre i gruppi etnici».
D'altronde, riconosce oggi Ajna, «c'è stato un lungo processo volto a instillare odio nelle persone. È iniziato ben prima dello scoppio della guerra: propaganda, retorica nazionalista e tutto ciò che serviva ad aizzare la gente, le masse. Molti, poi, sostenevano di limitarsi a eseguire gli ordini». E così oggi, «prima di qualsiasi iniziativa, come le commemorazioni congiunte, teniamo una lezione di storia. Ma una lezione basata sui fatti. Non ricorriamo mai a narrazioni di parte, fondiamo tutte le nostre lezioni su ciò che abbiamo a disposizione. Quindi, so cosa è successo. Sono consapevole di chi ha fatto cosa e perché».
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