Sulle regole (e sul caso Roggero): il diritto non è mai uno strumento del potere

C'è la tentazione, da un po' di tempo a questa parte, di determinare norme e comportamenti secondo la logica dei padroni "a casa nostra". L'equilibrio dei poteri, invece, anche se difficile a volte da accettare, è pensato proprio per garantire la corretta convivenza tra le persone e le istituzioni
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July 19, 2026
Sulle regole (e sul caso Roggero): il diritto non è mai uno strumento del potere
Un cartello per la grazia sventolato all'esterno del carcere di Bollate, dove è rinchiuso Mario Roggero
Molti fatti di questi giorni ci portano a riflettere nuovamente sulla nostra cultura giuridica, riferita non alle nozioni più o meno tecniche (quelle che ci fanno credere che il diritto sia una questione che riguarda solo gli esperti) ma all’idea che abbiamo del diritto e delle ragioni per le quali esso serve. È una questione cruciale, perché da essa discendono sia il nostro senso civico sia il nostro modo di intendere il rapporto con gli altri e con le istituzioni. Una cultura giuridica parziale, sostanzialmente sbagliata — ma che, al solito, pretende di essere “realista” e quindi l’unica vera — ci dice che il diritto è in fin dei conti uno strumento del potere. Uno strumento attraverso il quale, appunto, chi detiene il comando può realizzare i suoi obiettivi, dato che la legge non è altro che il frutto esclusivo della volontà di chi, in quel momento, si trova a gestire i meccanismi della decisione.
È una visione “verticale” del diritto, perché vede nelle regole giuridiche un meccanismo che scende dall’alto verso il basso, che ha la funzione specifica di far sì che i consociati, cittadini e cittadine, facciano ciò che il potere chiede di fare, pena la comminazione di sanzioni. In questo senso, il diritto sta tutto nell’insieme di minacce, punizioni e sanzioni che esso si porta dietro per raggiungere gli obiettivi che il potere si è prefisso, da raggiungere impiegando la sua risorsa principale, costituita dall’uso della forza.
Questa visione strumentale e minacciosa del diritto emerge da situazioni e vicende apparentemente lontane, ma che sono tenute insieme da un filo piuttosto teso e coerente. Emerge dal modo in cui si discute (e si decide) sulle leggi elettorali (e persino sulle riforme costituzionali), quando si procede a colpi di maggioranza dimenticando che sulle “regole del gioco” il consenso deve essere il più ampio possibile, dato che non si tratta di ciò che si decide ma di come si deve arrivare a farlo. Emerge quando si vuole riscrivere l’equilibrio tra i poteri in maniera da far ruotare tutto il sistema istituzionale intorno al soggetto investito della “volontà popolare” (concepita in modo sempre più plebiscitario), dimenticando che la democrazia vive di bilanciamento tra i poteri e di limiti reciproci.
Emerge quando si crede che il diritto non sia altro che ciò che “noi decidiamo di fare a casa nostra”, imponendolo senza se e senza ma a chi “non si adegua” e dimenticando che usanze e costumi non vivono (né essenzialmente né principalmente) di imposizioni giuridiche. Emerge quando sentiamo l’opinione, sempre più diffusa, secondo cui chi viola il diritto (soprattutto se immigrato) perde di fatto ogni suo diritto. Ora, non tanto paradossalmente, proprio questa concezione “forte” e “sfiduciaria” — perché non solo si fonda sulla sfiducia verso gli altri, ma la alimenta sistematicamente — ci porta a vedere le regole come un ostacolo alla nostra libertà, e spesso come puro arbitrio rispetto a ciò che crediamo sia giusto e doveroso fare in ogni circostanza.
Molti di questi elementi entrano in gioco nel caso Roggero, di cui si è discusso molto (e non sempre opportunamente) anche nel dibattito politico, dopo la sentenza della Corte di Cassazione. Un caso che non solo è arrivato a toccare i massimi livelli istituzionali, chiamando in causa anche la Presidenza della Repubblica, ma che ha scosso profondamente la coscienza sociale e l’opinione pubblica, nella quale coloro che giustificano il comportamento del gioielliere sono molti più di quanto non si pensi. Invocando la legittima difesa in una situazione in cui si è andati ben oltre i confini di quell’istituto; evocando la sua possibile (ennesima) riforma; lanciando la richiesta della grazia per un caso altamente problematico, si è andati a toccare proprio il terreno della cultura giuridica sul quale si radicano le nostre convinzioni. E allora è proprio di questo che occorre avere coscienza e magari discutere pubblicamente.
Che idea abbiamo delle regole giuridiche? La visione parziale e “misera” del diritto, che ho riassunto all’inizio di questo articolo, non è l’unica, men che mai è l’unica vera. Perché il diritto, per sua natura, non è affatto lo strumento con cui si domina dall’alto, ma è innanzitutto una struttura di convivenza che mette al centro la relazione tra le persone, tra cittadini, tra soggetti e istituzioni. Certo, esso spesso dimentica questa sua dimensione “orizzontale” e relazionale, e diventa uno strumento di puro dominio. Ma in questo caso è qualcosa che dobbiamo temere e avversare, non qualcosa a cui appellarci. Se è vero che il diritto ha a che fare (e non può non avere a che fare) con la forza, occorre sempre ricordare che esso non è strumento di questa, ma è regola e limite della forza stessa. Ogni volta che si trovi a legittimare un uso sregolato della forza, il diritto dimentica se stesso e la sua funzione principale, che è appunto quella di far sì che le relazioni possano stabilirsi e crescere nel rispetto reciproco.
C’è un test essenziale per capire se davvero vogliamo il diritto che pensiamo e spesso diciamo di volere, ed è questo: pensare a noi stessi come i “deboli” e non come i “forti” delle situazioni che vogliamo regolare. Davvero vogliamo un diritto che dia a chiunque la possibilità di fare ciò che vuole? Davvero vogliamo delle regole che diano a chi ha il potere di fare ciò che desidera? E se non saremo noi ad avere la situazione in pugno? Se saranno gli altri ad avere il potere? Ecco perché bisogna avere la lungimiranza di pensare le regole per quando saranno gli altri a poter agire e decidere su di noi, e non viceversa. Il diritto serve a regolare le relazioni in modo che nessuno possa dominare sull’altro, nella società e nella politica. È questa l’idea repubblicana della convivenza, perfettamente incarnata nel testo della nostra Costituzione (e sulla quale insiste da sempre uno studioso come Maurizio Viroli). Un’idea che nel diritto deve trovare la sua massima espressione, la sua migliore e più stabile garanzia.

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