Siamo "entrati" nei social dei maranza: ecco cosa abbiamo trovato

Su Tik Tok video di bulli metropolitani e sfide ai rivali con guantoni da box e a ritmo di trap. I canali digitali si rivelano fondamentali per amplificare le prepotenze, tra finzione e realtà. Ma alla fine prevale la noia
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July 22, 2026
Siamo "entrati" nei social dei maranza: ecco cosa abbiamo trovato
Il fenomeno dei maranza tra social e realtà / EMBLEMA
Per tentare di scoprire chi sono i maranza occorre esplorare Tik Tok. Senza il social più usato dai giovani, il fenomeno sarebbe probabilmente rimasto confinato in qualche periferia. I video, invece, amplificano le gesta dei bulli metropolitani, abilissimi nel muoversi tra finzione e realtà, tra soprusi veri e millantati. Il canale digitale si rivela strategico per ostentare pose da duri, vantare furti e prepotenze. Ma soprattutto diventa il mezzo ideale (e virale) per lanciare pubblicamente la sfida ai rivali: in ballo c’è la supremazia nel quartiere, a volte anche di più. «Milano città nostra» scandisce senza modestia un tipo in tuta rossa, ondeggiando pigramente su un cubo di cemento. Tutto a suon di trap, con versi improvvisati che incitano alla violenza contro rivali e forze dell’ordine, sullo sfondo di paesaggi degradati. Parole in libertà, ma attenzione, non fini a se stesse. Perché i giovani nordafricani – e non solo loro – passano volentieri alle vie di fatto. Basta una rapida ricerca per imbattersi in filmati in cui due “capi” si fronteggiano letteralmente, prima insultandosi face to face , come dicono loro, poi dandosi appuntamento in un luogo appartato per regolare i conti. Segue video in un parco cittadino, con i due contendenti che indossano guantoni da boxe davanti a una piccola folla di spettatori, tra cui anche bambini in bici che, manco a dirlo, riprendono il “ring” con lo smartphone. Si danno e si prendono, oppure si delega la contesa ai propri “body guard”, figure abituate a seguire come un’ombra il leader del gruppo, se serve mettendoci la faccia (e le mani) al posto suo.
Spopola, tra le altre, la saga che vede contrapposte una banda di giovani nordafricani e una di albanesi: minacce in diretta e provocazioni dai primi, cui gli altri rispondono in modo beffardo, riprendendosi nel “territorio” nemico: «Vedi, cammino in corso Novara in zona tua, dov’è il capo di Torino?». Un’incursione effettuata come rappresaglia all’indebito sconfinamento a Milano, in piazza Duomo, da parte dell’altro gruppo. Una tenzone che polarizza i numerosi commenti dei follower: si va dall’ammirazione sconfinata al disprezzo più viscerale.
L’outfit, va da sé, è fondamentale. Quasi un abito di scena. Il “capo” albanese sfoggia t shirt e cappellino vistosamente griffati, i maranza invece, pur amando le migliori maison, mantengono uno stile più sobrio, buono anche per scivolare nell’anonimato quando il gioco si fa duro. Felpe nere, occhialoni, di recente anche i mephisto che lasciano scoperti solo gli occhi. Qualcuno non manca di farlo notare, malignando sul coraggio altrui: «Forse hai paura che qualcuno ti riconosca?». Se marocchini, egiziani e tunisini calamitano l’attenzione dei follower mietendo like e visualizzazioni (alcuni video sfiorano il milione), i sudamericani non sono da meno. Un messicano non va per il sottile, esibendo una mazza da baseball da utilizzare quando, dice lui, i maranza ti accerchiano. Ma c’è pure chi si spinge più in là, immortalando senza sottotitoli una pistola scacciacani. A buon intenditor, poche parole. Una “guerra” di strada che pare un remake a basso costo dei “Guerrieri della notte”, cult movie che nel 1979 raccontò l’odissea notturna di una banda di New York.
Maranza contro tutti, ma anche contro se stessi. Perché, spiega un diciottenne con berretta e barbetta, ci sono “maranza buoni e maranza cattivi”. Lui, a scanso di equivoci, sta dalla parte giusta, rivendicando di aver rubato il cellulare al capo degli avversari, manco fosse un novello Robin Hood. Esibizionismo in quantità, con qualche inattesa spruzzata d’ironia, anche se decisamente sui generis . Spunta infatti un maranza che intervista un paio di giovanissimi epigoni. «Dove hai preso queste scarpe?». Risposta scontata: «Rubate in centro da un amico». L’intervistatore fa il moralista, proponendogli di comprare il vestiario su un sito specializzato in prodotti firmati. Peccato che a occhio e croce siano contraffatti, visto che un borsello d’alta moda viene venduto a 40 euro (scontato rispetto ai 60 di listino). E i coltelli? Sono ovunque, ma balena un incoraggiante lampo di consapevolezza. Quando l’occhio di uno smartphone fruga nel borsello di un 15enne maghrebino, sbucano solo caramelle e fazzoletti. «Bravo, niente lame» commenta il cronista fai da te.
Infine, affiora la solitudine. In “routine di un maranza italiano che vive a Milano” sfilano immagini crepuscolari della metropoli, ritratta in visuale soggettiva. La sveglia che suona alle 11.48, «quando gli altri sono già tutti in giro», il pranzo solitario all’alba delle 14 in un kebab bar, la reunion con il gruppo per un pomeriggio senza meta.: «Alla fine restiamo qui per ore, parliamo sempre delle stesse cose». Al massimo, si fa un giro al centro commerciale: «Entriamo anche se non dobbiamo comprare niente». La sera si avvicina lentamente, a differenza di una Milano che corre veloce: «Sembra che tutti stiano andando da qualche parte». Capita di dover scappare all’improvviso, perché «per alcuni siamo già colpevoli». Poi a notte inoltrata, come spettri metropolitani, ci si rassegna a svanire nuovamente nell’ombra dell’indifferenza. «E domani si ricomincia».

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