
Riportiamo qui un estratto dal testo della architetta, urbanista e ricercatrice universitaria Hind Al-Shoubaki pubblicato sull’ultimo numero di “espazium quaderni”, rivista specializzata e interdisciplinare di carattere scientifico il cui compito è quello di illustrare criticamente la cultura della costruzione della Svizzera italiana nell’ambito più generale della Baukultur elvetica.
L’emergenza viene perlopiù compresa attraverso il linguaggio della rottura: un evento improvviso, un momento di discontinuità, una sospensione temporanea della vita ordinaria che richiede una risposta immediata. In architettura e urbanistica, questa comprensione si è spesso espressa in un vocabolario tecnico fatto di rifugi, protezione, logistica, infrastrutture e ricostruzione. L’emergenza appare, in questa prospettiva, come un problema di rapidità e di fornitura: come alloggiare, come riparare, come ripristinare, come rispondere. Eppure, una simile lettura rischia di ridurre l’emergenza a una condizione di breve durata, separata dai più lunghi processi spaziali e politici attraverso cui le crisi vengono prodotte, governate, prolungate e normalizzate. [...] L’emergenza non è soltanto un evento che interrompe lo spazio; è anche una modalità attraverso cui lo spazio viene prodotto. Essa genera territori, infrastrutture, categorie amministrative, regimi di mobilità e immobilità, forme diseguali di accesso alla protezione, alla cura e ai diritti. Piuttosto che trattare l’emergenza come una parentesi eccezionale [...] la intendiamo come un regime spaziale: una condizione attraverso cui architettura, urbanistica e governance riorganizzano la relazione tra corpi, confini, istituzioni e territorio. In questo senso, l’emergenza non è esterna alla questione urbana.
Questo spostamento richiede di andare oltre l’immagine dell’emergenza come risposta umanitaria immediata. La tenda, il riparo, l’unità temporanea e il campo non sono soltanto risposte materiali allo sfollamento o alla distruzione; sono anche strumenti attraverso cui le popolazioni vengono classificate, assistite, contenute e governate. Come ci ricorda Henri Lefebvre, lo spazio non è mai un contenitore neutro delle relazioni sociali, ma è esso stesso prodotto da forze politiche, economiche e istituzionali. Gli spazi dell’emergenza, dunque, non possono essere letti semplicemente come dispositivi provvisori in attesa di scomparire. Vanno dunque esaminati come formazioni spaziali in cui il potere si materializza, diventa visibile e struttura la vita quotidiana.
Il campo è forse la figura più significativa di questa condizione. Pianificato come temporaneo, giustificato dall’urgenza e amministrato attraverso procedure eccezionali, il campo spesso persiste ben oltre il momento di crisi che lo ha prodotto. È costruito come spazio di protezione, eppure può operare anche come spazio di separazione, dipendenza e controllo. Pensato per accogliere vite sospese, il campo diventa tuttavia il luogo di pratiche ordinarie dell’abitare, dello scambio, dell’educazione, del lavoro e della vita collettiva. Questo paradosso è stato centrale negli studi critici sull’umanitarismo e sullo sfollamento, che hanno mostrato come il campo condensi le ambiguità della governance moderna: cura e confinamento, assistenza e sorveglianza, protezione ed esclusione.
Avvicinare l’emergenza da un punto di vista spaziale significa allora domandarsi non solo come l’architettura risponda alla crisi, ma come la crisi stessa diventi architettonica. In che modo un’emergenza prende forma? Come viene pianificata, amministrata, abitata e trasformata? In quale momento una risposta temporanea diventa un ordine territoriale duraturo? E quali futuri politici vengono resi possibili, o preclusi, attraverso la gestione spaziale dell’emergenza? Queste domande costituiscono il terreno concettuale del numero. Esse permettono di leggere campi, infrastrutture umanitarie e processi di ricostruzione non come spazi marginali o eccezionali, ma come luoghi centrali in cui si produce il rapporto contemporaneo tra architettura, violenza, cura e governance. Se l’emergenza è un regime spaziale, il campo ne è una delle forme politiche più esplicite. Non è soltanto il luogo in cui le popolazioni sfollate vengono temporaneamente accolte, né semplicemente una soluzione tecnica al problema della fornitura umanitaria. Il campo è una forma attraverso cui lo sfollamento viene reso governabile. Traduce il disordine della crisi in un ordine spaziale fatto di registrazione, assegnazione, sorveglianza, distribuzione dei servizi, controllo della mobilità e accesso differenziato ai diritti. In questo contesto, il campo dovrebbe essere visto non solo come struttura architettonica o umanitaria, ma come una forma di tecnologia politica: un meccanismo usato per identificare, classificare, assistere, segregare e gestire popolazioni.
Il significato politico del campo risiede precisamente nel suo statuto ambiguo. È istituito in nome della protezione, ma spesso funziona attraverso la separazione. È giustificato come temporaneo, ma spesso persiste per anni, decenni o addirittura generazioni. È presentato come risposta eccezionale a una crisi, eppure può trasformarsi in un ordine territoriale durevole. La teorizzazione di Giorgio Agamben del campo come «nomos del moderno» resta centrale in questo dibattito, perché sposta l’attenzione dal campo come anomalia storica al campo come struttura giuridico-politica prodotta attraverso lo stato d’eccezione. Per Agamben, il campo è lo spazio in cui la legge viene sospesa mentre il potere resta pienamente operativo; è una soglia in cui inclusione ed esclusione, protezione e abbandono, interno ed esterno diventano indistinguibili. Sebbene questa formulazione sia stata ampiamente discussa e criticata, rimane utile per comprendere come spazi creati in nome dell’emergenza possano produrre specifiche forme di vita politica. [...] Gli studi critici sui rifugiati e sugli spazi urbani hanno mostrato che i campi non sono vuoti spazi di vittimizzazione passiva, ma realtà dense, attraversate da relazioni sociali, configurazioni spaziali e tensioni politiche. I loro abitanti non vivono semplicemente una condizione imposta dall’alto; essi appropriano, trasformano, contestano e reinterpretano gli spazi nei quali vengono collocati. Il campo si configura dunque come uno spazio di tensione tra governo umanitario e vita quotidiana [...] Questa tensione è centrale per comprendere il campo come forma politica.
Per questo, il tempo del campo non è mai neutro: è esso stesso una forma di governo. [...] Tuttavia, esso come forma politica non assume sempre la stessa configurazione spaziale. La sua relazione con la città, il confine e lo Stato varia in base al contesto storico, allo status giuridico, alla durata e alla funzione geopolitica. Questo diventa evidente quando si confronta il campo profughi di Zaatari con i più antichi campi palestinesi in Giordania, come Jabal al-Hussein e Al-Wehdat, noto anche come Wihdat o Amman New Camp. Tutti e tre sono chiamati «campi», eppure rivelano geografie politiche dello sfollamento molto diverse. Zaatari, aperto nel 2012 in risposta alla crisi dello sfollamento siriano, si trova nel governatorato di Mafraq, circa 12 chilometri a est della città omonima e vicino al confine siriano. La sua logica spaziale è dunque segnata dalla prossimità al confine, dall’amministrazione umanitaria e da una separazione territoriale visibile rispetto al tessuto urbano consolidato delle principali città giordane. Il campo è connesso a Mafraq attraverso relazioni di lavoro, filiere di approvvigionamento, servizi, linee di trasporto e infrastrutture umanitarie, ma non viene assorbito dalla città. Rimane un apparato territoriale distinto: si urbanizza internamente attraverso strade, rifugi, mercati, scuole, cliniche e reti di servizi, continuando a essere governato come spazio umanitario.
Al contrario, Jabal al-Hussein e Al-Wehdat rappresentano una condizione storica e urbana diversa. Entrambi appartengono alla prima generazione di campi profughi palestinesi istituiti in Giordania dopo il 1948 per accogliere i rifugiati espulsi dalla Palestina. Jabal al-Hussein fu istituito nel 1952 a nord-ovest di Amman, mentre Al-Wehdat, noto all’UNRWA come Amman New Camp, fu fondato nel 1955 a sud-est di Amman. Nel tempo, questi sono stati inglobati nel tessuto metropolitano della capitale. Al-Wehdat, inizialmente istituito su 0,48 chilometri quadrati, è diventato un quartiere urbano densissimo, mentre Jabal al-Hussein, inizialmente realizzato su 0,42 chilometri quadrati, è entrato a sua volta nella morfologia urbana quotidiana di Amman. In questi casi, campo e città si fondono fisicamente. [...] Tuttavia, questa fusione urbana non ne cancella la condizione politica, che resta segnata da una storia di sfollamento, da uno statuto amministrativo particolare e dalla temporalità irrisolta della questione dei rifugiati palestinesi.
Questo confronto è importante perché mostra che il campo non è un tipo architettonico immutabile. È una forma politica la cui espressione spaziale cambia nel tempo. Zaatari rappresenta un campo umanitario di frontiera: spazialmente separato, governato a livello internazionale e amministrativamente eccezionale, anche mentre sviluppa caratteristiche urbane. Jabal al-Hussein e Al-Wehdat rappresentano un’altra condizione: campi divenuti interni al tessuto costruito, alla vita commerciale e ai ritmi quotidiani della città, pur continuando a portare con sé la memoria politica e le tracce istituzionali dello sfollamento. Nel primo caso, la relazione campo-città è strutturata da una prossimità senza assorbimento. Nel secondo, da una fusione urbana senza piena risoluzione politica. La differenza, dunque, non è semplicemente morfologica: è politica. [...] Progettare, studiare o rappresentare i campi soltanto come rifugi d’emergenza significa perdere la loro profondità politica. Esso è una risposta spaziale allo sfollamento, ma è anche un’istituzione di classificazione, uno strumento territoriale di governo e un paesaggio di vita quotidiana.
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