"Amoris Laetitia" compie 10 anni. La famiglia alla "scuola" del Vangelo dell'amore
L’esortazione apostolica postsinodale era stata firmata da papa Francesco nel marzo 2016. L’Inno alla Carità diventa centrale, paradigma di ogni relazione umana

Nel Marzo 2016, Francesco firmava, a conclusione del Sinodo, Amoris Laetitia. Vi leggiamo: «La parola amore molte volte appare sfigurata». Si è discusso su come e quanto AL abbia rappresentato e rappresenti un cambio di prospettiva. Sono passati dieci anni. Benedetto XVI, in Deus Caritas Est, era partito, per sviluppare poi il tema dell’identità dell’agape, l’amore cristiano, da queste parole: «In tutta questa molteplicità di significati, l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono». L’amore tra uomo e donna come archetipo di amore per eccellenza, davanti al quale tutti gli altri sbiadiscono. È vero, abbiamo riflettuto così da millenni, o da milioni di anni senza saperlo dire. Quella che potrebbe essere la più antica poesia d’amore, scritta forse intorno al 4025 a.C., riporta: «Sposo, lascia che ti accarezzi, la mia presenza ha più sapore del miele… godiamo della tua divina bellezza, leone, lascia che ti accarezzi, la mia preziosa carezza ha più sapore del miele». Un Sanremo primordiale. Faranno eco a questi versi quelli del Cantico dei Cantici, che non è altro che una storia d’amore. Se vogliamo aggiungere un briciolo di più leggera ironia, dobbiamo ricorrere a Balzac, che inquadra così la sua Eugénie Grandet, da poche ore colpita da un colpo di fulmine per il suo Charles: «Le erano venute alla mente più idee in un quarto d’ora di quante ne avesse avute da quando era nata». È l’amore, insomma, si dirà. Il nostro tempo, però, lascia scorgere un problema serio, una preoccupazione montante: l’estrema fragilità di quest’amore umano, mai apparso così flebile e volubile come ai nostri giorni. Ci interroga la sua instabilità, la gracile identità, così evidente che rimaniamo stupiti da come troppi amori si mutino, poi, in grandi odi ed eterni rancori. L’ «amore per eccellenza» non sembra poi più tanto eccellente. Sarà l’effetto “eco” del mondo aperto, dei social, del parossismo di tanto voyeurismo che fa sembrare opportuno e piacevole spiattellare in pubblico i panni sporchi delle macerie delle relazioni.
È successo qualcosa? Evidentemente, la centralità totalizzante del sé, “vangelo” assoluto della modernità, ha come imposto che l’io sarebbe autosufficiente anche nella propria irresistibile ars amatoria. Nessuna catechesi, nessun libro di spiritualità ha mai messo davvero in dubbio che amare i nemici fosse tanto innaturale quanto possibile solo se appreso per grazia dall’unico che lo ha fatto: Gesù Cristo. Né si è mai pensato di dubitare che, quanto ad amarci fra noi come sorelle e fratelli, non fosse indispensabile quell’amatevi come io vi ho amato, grazie al quale risplende in quel “come” un modello insuperabile senza il quale, tra noi, vivremo tra un pigro adattamento all’altro e qualche sporadico slancio di puntuale generosità inframezzato da disattenta indifferenza. Tra uomo e donna invece sarebbe diverso. Marito e moglie, lo saprebbero loro com’è l’amore. Si è partiti da una scontatezza un po’ miope, a parte certa ipocrisia che nei secoli ha rinchiuso le fatiche del matrimonio sotto il velo del romanticismo. Abbiamo dato per scontato che la coppia costituisse una specie di fonte spontanea e (quasi) inesauribile di energici sentimenti che assicuravano, in ordine: attrazione, infatuazione, legame e sua durata ad libitum. Durata, decenni fa, anche un po’ formalmente obbligata da leggi restie a far separare la gente. Cosa richiedere, più che il certificato di cresima, per ammettere al matrimonio? Molte certezze sono vacillate davanti all’evidente difficoltà di vivere insieme a lungo, almeno in pace se non in amore.
Esiste, in natura, l’amore che scoppia e sorge, non quello che dura e resiste? AL, con il decisivo e centrale capitolo IV, non nega certo la peculiarità dell’unione matrimoniale ma capovolge la presentazione della questione: al centro, più che l’umana predisposizione ad amare, fra l’altro soggetta a subire le influenze della cultura e del tempo, viene collocato l’unico Amore che può e deve far da modello: Francesco non sceglie però, qua, quello della Trinità, luminoso ma un po’ accecante o troppo diafano, ma quello molto più carnale, umanamente esigente dell’Inno alla Carità, assunto a paradigma imprescindibile di ogni relazione umana e di come dovrà realizzarsi nella quotidianità, se vorrà dirsi ispirata dal cristianesimo. È il ritratto, ad un tempo impietoso e pieno di speranza, di quell’Amore che sia modello al marito, alla moglie, al suocero, alla nonna, alla madre e al padre, al figlio, allo zio e al nipote: a chiunque sia unito da un legame. Un certo cambiamento si nota. Si presenta, a tutta la famiglia, un Dio talmente incarnato da arrivare a toccare le pieghe (e anche le piaghe) del quotidiano, faticoso ma appassionante vivere insieme: siate magnanimi, benevoli, non vi mancate di rispetto, non vi vantate ogni giorno delle vostre prestazioni, non vi inorgoglite, non invidiate, non cerchi - ognuno - il proprio interesse, non tenete perenne memoria del male ricevuto, non vi adirate, non godete dell’ingiustizia.
«Questo amore è una camera a gas», cantava già anni fa Gianna Nannini. Basti un esempio, tanto per dirne una: non cerchi ciascuno il proprio interesse. Dunque: anche fare della propria carriera professionale un idolo, può minare la famiglia. Dio non vuole il mio successo professionale? Lo vuole, ma se questo diventa il centro di ogni interesse, l’Inno alla Carità ha qualcosa da dirti. Si tratta di un Amore esigentissimo, come porre l’asticella tanto in alto che uno pensa: ma quando mai riuscirò a voler bene così? Infatti, il problema non è affatto giudicare e disprezzare chi non riesce, chi inciampa e vacilla. Ma ciò che spetta alla Chiesa è proporre con chiarezza il modello e la fonte dove andare ad abbeverarsi per purificare il cuore e far assomigliare sempre più i nostri amori all’unico Amore. Ha scritto, a proposito, Pierangelo Sequeri: «L’amore coniugale non è l’agape di Dio, è il suo sacramento. Non c’è competizione degli assoluti nell’economia della creazione, della salvezza, del compimento del mondo e della storia. Dio soltanto «è amore»; Dio soltanto «è buono»; Dio soltanto «è». Senza ricerca del suo segreto e quotidiano appuntamento con l’agape di Dio, che vince persino la morte, anche l’amore coniugale sarebbe «niente».
Qualcuno ha dubitato che Francesco abbia aperto troppo, svilendo l’alta quota delle esigenze. Mi pare vero l’esatto contrario. Ha solo cambiato prospettiva, imboccando apertamente quella della Parola di Dio, lampada ai passi di ogni legame umano: il matrimonio non è una morale, che si risolve quando la situazione è “regolarizzata”. Ad amare si impara. Né si tratta solo di “sforzi” puramente umano-centrati. Si tratta, però, con umiltà, di lasciare che il nostro amore sia educato e plasmato da un Altro. In amore non siamo tutti professori. Uno solo è il Maestro. Il sacramento è segno e via per mostrare se sai amare come amava Gesù. Non l’unica, ma di certo una via importante. Il problema non è, tanto, allora, che anima corpo e mente corrispondano alle norme. Né che siamo attratti dagli umani. È quanto siamo attratti dall’Amore di Gesù, tanto da provare a viverlo. Cadendo, magari, e riprovando. Sempre, per sempre. Ritornando di nuovo a confrontarci con la Parola, perché cresca in noi. Fidarsi troppo delle esplosive capacità amatorie umane, della forza delle emozioni o della legge, può condurre ad illusioni e velleità foriere solo di diversi guai o, se va bene, di annoiata e un po’ delusa sopportazione, quando l’ardore umano fatalmente si trasforma. AL è un testo pieno di ottimismo. A distanza di dieci anni mantiene tutta la forza della speranza cristiana. Che non è puro affidamento nelle presunte doti del singolo amante, ma è certezza che anche il più incapace di noi a voler bene, riesca ad attingere all’unico Amore che continua a non mancare mai, se lo sappiamo cercare come il tesoro nascosto della parabola evangelica.
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