Una domanda semplice e radicale per questi 40 giorni "desertici"

La Quaresima come occasione per purificare le parole di questo tempo, usate per farci credere che la pace abbia bisogno della paura. Un percorso in più tappe, mettendo alla prova la via indicata da Papa Leone
February 22, 2026
Ci stiamo convincendo che la pace abbia bisogno di paura. Che senza minaccia non ci sia sicurezza. Che per convivere occorra essere pronti a distruggere. Questo non è solo un problema geopolitico. È un mutamento dell’idea di essere umano. E sta avvenendo sotto i nostri occhi. Nel dibattito pubblico alcune parole dominano la scena: forza, difesa, deterrenza, riarmo. Parole già inquiete che assumono significati inquietanti. Sembrano termini tecnici, riservati agli esperti. In realtà stanno lentamente ridisegnando il nostro immaginario più profondo: ciò che pensiamo dell’altro, del conflitto, della convivenza, perfino della pace. Abbiamo paura, tra scenari reali e amplificazioni mediatiche, spesso costruite ad arte. Ci domandiamo se ci sia un nesso tra lo studente che accoltella un compagno di banco, un uomo mascherato appartenente a una milizia che uccide una donna al volante o un cittadino inerme e le guerre che devastano il pianeta. Tra la violenza che esplode per le vie delle città e quella che attraversa famiglie, popoli e Stati, rischiamo di abituarci a pensare che la paura ‒ parola dell’anno 2025, secondo l’Enciclopedia Treccani ‒ sia una condizione normale della vita umana.
Un rischio antropologico, perché il cortocircuito paura-difesa dalla paura stravolge i nostri atteggiamenti e porta a credere che il bisogno di sicurezza venga soddisfatto dalla minaccia verso chi ci fa paura (o chi si presume ce la faccia). È un cambiamento in profondità. Cambia il modo in cui l’essere umano si percepisce: non più come soggetto capace di relazione, ma come potenziale nemico da contenere. Cambia il modo in cui si pensa la società: non più come spazio di cooperazione, ma come scontro tra forze contrapposte. Infine questo mutamento riguarda i rapporti tra Stati. Sono coinvolti tutti i livelli della vita, fino a quello internazionale, dove la pace finisce per coincidere con l’equilibrio del terrore. Un filo rosso che occorre portare alla luce per prendere coscienza di dove stiamo andando. Una riflessione continuamente sollecitata da Papa Leone che riafferma «una pace disarmata e una pace disarmante». Parole che vengono lasciate cadere, respinte come ingenue, ridicole, relegate nell’utopia, al massimo confinate nel regno dell’etica individuale: buone per le coscienze, irrilevanti per la politica. Ebbene, nei quaranta giorni di quaresima ‒ tempo favorevole anche per uscire dagli slogan e da un pensiero esangue e falsificante ‒ proviamo a contestare questa riduzione accogliendo una sfida: aggiornare la cultura della pace perché nel suo resistere alla guerra non valga solo «dal basso» ‒ marce, scioperi, digiuni, preghiere, obiezione di coscienza, disubbidienza civile ‒ ma anche «per l’alto», quando si devono prendere decisioni difficili e scomode. Insomma un pensiero politico per un agire politico, per il cittadino e per chi ha la più alta responsabilità di governo.
Avviamo un percorso in più tappe, mettendo alla prova la via indicata da Papa Leone: per quaranta giorni, come un tempo di attraversamento, proveremo a rileggere e purificare le parole che oggi decidono il nostro futuro, facendo deserto del chiacchiericcio, delle tentazioni offerte dalle scorciatoie del cosiddetto «realismo», ben espresse nella pagina del Vangelo di questa domenica. Lo faremo mantenendo insieme i livelli personale, relazionale, sociale e internazionale, per non separare ciò che nella realtà è profondamente intrecciato. La guerra è entrata in una fase nuova, chiamata guerra ibrida. La globalizzazione e la tecnologia avanzata fino all’intelligenza artificiale l’hanno trasformata radicalmente. Di conseguenza proveremo a chiarire che continuare a pensare la sicurezza ‒ personale e collettiva ‒ esclusivamente o prevalentemente in termini di riarmo significhi difendersi dal passato, non dal presente, men che meno dal futuro. Faremo chiarezza sulle quattro parole: forza, difesa, deterrenza, riarmo. Usate da tutti, anche come metafore, dilagano distorte, manipolate. Porremo tra loro confini riconoscibili perché il problema nasce quando la forza o la difesa si trasformano in minaccia permanente dell’altro, per governarlo attraverso la paura. La deterrenza, infatti, sta apparendo il paradigma dominante e necessario. La domanda per questi quaranta giorni «desertici» è quindi semplice e radicale: possiamo pensare una forza capace di proteggere la vita senza trasformare e tradire la pace in una minaccia permanente?
Se questa domanda è sensata, allora vale la pena sostarci. La vera alternativa, infatti, non è tra pace e sicurezza, ma tra una sicurezza fondata sulla paura e una sicurezza capace di custodire la vita. Riusciremo ad uscire da questo deserto come Gesù di Nazaret, che, non cedendo alle tentazioni, scelse di restare «vero uomo»? Quei quaranta giorni archiviarono per sempre l’idea di un Dio onnipotente alla maniera delle nostre ricorrenti attese e ci hanno messo nella condizione di riconoscere chi volesse nella terra sostituirsi e incarnare quell’idea.
(1.continua)

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