Si spengono i bracieri di Milano e Cortina, ma una fiamma resta accesa
Si chiudono i Giochi olimpici della neve e del ghiaccio, continuerà invece ad ardere la passione degli atleti di discipline che abitano principalmente la montagna

Un attimo non esaurisce una vita. Nemmeno la vita di chi all’attimo di una gara dedica anni di lavoro, impegno, sacrificio. Quell’attimo, magari, può sublimare una vita nella memoria di chi la osserva da lontano, in una parentesi di attenzione trascinata dall’entusiasmo di un’Olimpiade. Anche questi Giochi ne hanno conosciuti tanti, di attimi così: quelli delle medaglie, quelli dei grandi e piccoli drammi sportivi, quelli dei momenti più intensi di gara in sport che, magari, non si conoscevano nemmeno. Poi questi attimi passano, questa sera la fiamma olimpica si spegnerà, la memoria si sedimenterà. Ma la vita no, prosegue. Qualcuno lascerà le gare, qualcuno cercherà di portarsi ancora più in alto per la prossima volta. Ma la fiamma si spegnerà solo nei bracieri di Milano e di Cortina: quella vera e profonda, quella della passione, continuerà ad ardere, passerà di mano, sarà raccolta da un’altra generazione. Gli sport della neve e del ghiaccio portano con sé un’aura romantica che altrove si è persa, perché a conservarla sono quei ragazzi, quasi tutti di montagna, che la custodiscono. Nelle loro vite la luce dell’Olimpiade in mondovisione è un solo, abbagliante istante. La vita, quella vera di ogni giorno, è scandita dalla fatica degli allenamenti, dalla sveglia che suona quando è ancora buio fitto per poter essere in pista alla prima luce dell’alba. C’è il sole, c’è nebbia, nevica, fa freddo: non importa. Nella solitudine delle piste scricchiolanti di neve appena battuta, del ghiaccio non ancora inciso, inizia la ripetizione del gesto, giorno dopo giorno. Per la gara che verrà, certo; ma non basta. Tutti gli atleti lo dicono, senza eccezione: la sfida è con sé stessi. Per tirare la curva più veloce, limare il movimento sul pattino, superare quel limite che fino al giorno prima sembrava invalicabile. Per spostare di un attimo più in là il punto buio dell’insuccesso. Mai del fallimento, però. Il lampo fugace di gloria, per gli sportivi dell’inverno, anche quando arriva diventa quasi d’istante ricordo, per sé, e numero in un annale, per i distratti. Dispiace che questi siano i più, che l’attenzione su tanti sport puliti e gentili, vissuti da facce pulite e gentili, resista due settimane appena. Qualche eccezione c’è, diversa da Paese a Paese; in Italia i campioni dello sci alpino un po’ di popolarità la conservano, come quelli del nordico nelle nazioni scandinave. Ma sempre un po’ appartati, in seconda fila. E solo se si parla di campioni. Per gli altri, quasi tutti, la vera vita scorre nell’ombra: ma piena. Vite di famiglie solide, vite da carabinieri o finanzieri, quali diventano a tempo pieno quasi tutti i nostri atleti dopo la parentesi agonistica – il Villaggio olimpico di Predazzo, per far prima, è stato collocato direttamente dentro la caserma della Guardia di Finanza.
Un esempio, fra i mille che si potrebbero fare: Sandra Robatscher è arrivata quinta nella gara individuale di slittino, la sua unica gara. Ha trent’anni, arriva da Fiè allo Sciliar, ha già fatto due Olimpiadi, una volta ha vinto perfino in Coppa del Mondo. Il quinto posto è un risultato eccellente, il suo attimo è stato il punto più alto di una carriera di ottimo livello: ma la medaglia non è arrivata. Se qualcuno però parlasse di fallimento, non sarebbe soltanto crudele: sarebbe ingiusto. Per Sandra, per tutte le ragazze che come lei hanno inseguito il sogno, per quelle che si sono fermate a un passo dal coglierlo. La vita di tanti atleti che per un fugace istante abbiamo ammirato tornerà a snodarsi tra paesini e lunghi spostamenti per gli allenamenti e le gare, su e giù per i tornanti di strade minacciate dal gelo. I pattinatori tolgono i costumi luccicanti e provano e riprovano i loro arabeschi in tute con la zip, gli sciatori lasciano i pettorali per le loro solite giacche a vento consumate dalle scivolate sulla neve, i giocatori di curling prima di potersi allenare si preparano da soli il ghiaccio dove far scivolare con millimetrica precisione quei pietroni un po’ buffi. E poi le ore di palestra, ancora più silenziose e faticose, magari dopo un infortunio dal quale non sai se ti riprenderai… Le giornate degli atleti della neve e del ghiaccio di solito finiscono presto, perché la luce se ne va; gli sci rimangono ad asciugare fuori dalla baita, gli scarponi sempre troppo stretti si slacciano. Ci si ritrova nei bar a fondo pista o negli alberghi, dove le camere sono sempre condivise, a scaldarsi attorno alla stufa. Si gioca a carte, si chiacchiera un po’ sui cellulari, ci si distende sulle panche rigide dei palazzetti del ghiaccio. Dentro e fuori, i suoni sono sempre ovattati. L’urlo del pubblico olimpico è caldo, ma breve: oggi le Olimpiadi sono finite. Appagati o insoddisfatti, torneranno nei loro paesini di mezzacosta o paesoni di fondovalle, a vivere una vita che si snoda quasi tutta lontano da ogni ribalta. Ma dove la fiamma della passione continua a restare accesa. Anche dopo questa sera.
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