Chi era il boss El Mencho e cosa sta succedendo in Messico
L'ultimo dei signori del narco è stato ucciso in un'operazione dell'esercito, sferrata grazie alle informazioni di Washington. Il Paese nel caos: violenze e omicidi, scuole chiuse, cancellati i voli

Attonito. Così appare il Messico il giorno dopo la morte, in uno scontro con l’esercito, di Nemesio Oseguera alias El Mencho, l’ultimo dei signori del narco, la generazione dei boss storici, capace di trasformare piccole bande di trafficanti in multinazionali del crimine, in grado di catturare interi pezzi di istituzioni. Ci sono pochi dettagli su quanto accaduto domenica pomeriggio a Tapalpa, sulla Sierra di Jalisco. Nel corso di un’operazione – sferrata con il supporto di informazioni fornite da Washington -, i militari sono stati attaccati e hanno risposto al fuoco, uccidendo quattro aggressori e ferendone altri tre in modo grave. Questi ultimi sono deceduti nel trasporto aereo verso la capitale. Fra loro c’era El Mencho, capo del cartello di Jalisco nueva generación, il più potente dopo linterni le guerre interne che hanno lacerato la mafia rivale di Sinaloa. Conflitti causati proprio dalla scomparsa dei vecchi capi, Joaquín El Chapo Guzmán e Ismael El Mayo Zambada, arrestati e, poi, estradati negli Usa. Nemesio Oseguera e la mafia di Jalisco avevano approfittato del “vuoto” per estendere i propri tentacoli in tutto il Paese e in tutti i settori dell’economia, illegale e legale. L’anno scorso, Donald Trump, aveva inserito l’organizzazione nella lista dei gruppi terroristi stranieri e aveva messo una taglia di 15 milioni di dollari sulla testa di El Mencho. “Portandogliela” – in senso quasi letterale - il governo di Claudia Sheinbaunn segna un punto importante a proprio favore.

La presidente progressista ha l’opportunità di mostrare al diffidente e imprevedibile vicino del Nord l’efficacia della propria strategia di sicurezza. E di proporsi come partner affidabile nell’offensiva anti-narcos lanciata dalla Casa Bianca in un momento di tensione sulla questione dei dazi e delle forniture di petrolio a Cuba. In questo senso, l’uccisione del boss è più importante all’esterno che all’interno della nazione. Come vent’anni di narco-guerra in Messico hanno dimostrato, la scomparsa dei leader non decreta la fine dei rispettivi cartelli. Anche perché spesso questa coincide con l’emergere di potenziali sostituti che “aiutano”, indirettamente o direttamente in un gioco di relazioni opache con la politica, le autorità nello sferrare il colpo. I cartelli sono abilissimi nel riconfigurarsi, adattandosi ai cambiamenti. Nella frammentazione e ridefinizione degli equilibri interni e esterni, inoltre, che segue, al contempo, aumenta esponenzialmente la violenza. Lo abbiamo visto negli ultimi due anni con Sinaloa. E lo vediamo ora. Nelle ultime ventiquattr’ore, sparatorie e irruzioni di commando armati hanno fatto precipitare gli Michoacán, Jalisco, Tamaulipas, Colima e Guanajuato in una spirale di tensione alla vigilia dell’inizio dei Mondiali. Negli Stati “caldi” le amministrazioni oggi hanno chiuso le scuole e invitato gli abitanti a restare a casa. A Guadalajara e Puerto Vallarta, domenica, molte compagnie hanno cancellato i voli. Gli Stati Uniti hanno emanato un’allerta per i propri cittadini e lo stesso ha fatto la Farnesina, chiedendo di evitare “spostamenti non essenziali”. Uscito di scena El Mencho, la narcoguerra continua.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






