8 dicembre 1962: si chiude in sordina il primo atto. Per il Concilio una "pausa operosa"
La fine della prima sessione senza documenti approvati non fu un "fallimento" ma il segno di una Chiesa che aveva scelto di mettersi prima di tutto in ascolto. E Giovanni XXIII seppe alimentare questo stile

Una data fotografa il Concilio non nel tripudio delle fanfare, ma nel “pianissimo” degli archi: l’8 dicembre 1962, festa dell’Immacolata. Giovanni XXIII chiude la prima sessione con un discorso non solenne né encomiastico, ma improntato a un realismo spirituale. Nessun testo è stato approvato, nessuna costituzione varata, nessun decreto firmato. Il colpo d’occhio potrebbe sembrare impietoso: oltre duemila vescovi riuniti da ogni continente, settimane di discussioni serrate, e alla fine... zero documenti. Ma Roncalli non gioca la partita dei risultati immediati. Il suo registro è diverso: non misura il Concilio in provvedimenti votati, ma in coscienze attivate. È come se dicesse ai padri conciliari e al mondo: il motore è acceso, il viaggio è lungo, non scambiate il primo chilometro per l’arrivo.
L’allocuzione ha un tono dimesso, quasi domestico. Lo stesso incipit che ne dà il titolo è feriale: Prima sessio. Non v’è retorica di vittoria; l’apprezzamento verte sull’immagine di un’assemblea che ha imparato a conoscersi. Il Papa insiste su un punto decisivo: prima di produrre testi, la Chiesa deve promuovere ascolto. Vescovi provenienti da culture, lingue, sensibilità teologiche diversissime hanno dovuto misurare le parole, conoscersi e apprendere i codici, se è vero che la cattolicità non è un’idea astratta ma un coro di accenti. Fin qui si sono create le condizioni perché la parola comune portasse a un compromesso non frettoloso. La lentezza esaspera chi avrebbe voluto decisioni rapide; d’altro canto, quell’incedere lento rivela la novità dell’evento: non un concilio “amministrato dall’alto”, ma un laboratorio di collegialità. Le divergenze non vengono nascoste sotto il tappeto come la polvere; vengono affrontate. Roncalli le definisce quasi un bene provvidenziale: si perviene alla verità con momenti di pausa e respirando un po’ di aria fresca, non imboccando corsie preferenziali. Eppure il Papa non si limita a giustificare l’assenza di risultati formali. Compie una scelta strategica che, a posteriori, appare geniale: indicare nella liturgia il primo terreno di maturazione conciliare. Non è un dettaglio tecnico. Significa partire dal luogo dove fede e vita si incontrano ogni giorno, dove la Chiesa respira. Se si riforma il modo di pregare, si riforma il modo di essere. È il contrario dell’ingegneria ecclesiastica: prima il cuore, poi l’architettura. E poi la frase-sigillo: l’attesa di una “nuova Pentecoste”. Non come fuoco d’artificio, ma come incremento di energie spirituali, come stile materno che si estende nei campi dell’umano. In controluce si capisce il paradosso di quella giornata: nessun testo approvato, ma una direzione impressa. Il Concilio non ha ancora prodotto documenti, ma ha prodotto fiducia. Non ha chiuso capitoli, ha aperto orizzonti.
Il discorso in chiaroscuro scorre come un ponte tra due rive. Da una parte, il ricordo dell’11 ottobre, con la sua coreografia monumentale; dall’altra, l’attesa dei mesi di intersessione, silenziosi ma decisivi. Giovanni XXIII invita i vescovi a tornare nelle diocesi non come reduci, ma come portatori di una fiaccola. Il Concilio non si interrompe: cambia scena. Si sposta dalle navate di San Pietro alle scrivanie, alle biblioteche, alle visite pastorali. È una pausa operosa, non una sospensione. E com’è stato il clima dentro e fuori San Pietro? La permanenza a Roma fra sessioni in assemblea, lavoro in commissione, contatti con i confratelli e i teologi conosceva ritmi intensi ed estenuanti; non meraviglia allora che ci fossero momenti di ricreazione al Bar-Abba e al Bar Jonas (locali sempre aperti in basilica per consentire un po’ di relax. Qualche fonte riporta che fu lo stesso Papa a prendere tale decisione: «Poveretti, se non gli avessi concesso un bar, avrebbero fumato dentro le loro mitre!»). In Francia nel 1966 comparve Conciliabules (Bolle del Concilio) un librino che raccoglieva un centinaio di freddure e barzellette, subito riciclate in Italia dal vescovo Luigi Bettazzi per almeno mezzo secolo. Per esempio: «Qual è la conferenza episcopale meglio organizzata e sempre concorde? Facile! Quella del Principato di Monaco: c’è un solo vescovo!». Al segretario del Sant’Uffizio, il cardinale Alfredo Ottaviani, indomito difensore della tradizione, non mancavano sortite di verace humor trasteverino. Nel dibattito sulla liturgia auspicò di morire prima della fine del Concilio. Perché mai? «Vorrei davvero poter ricevere un funerale cattolico!».
Tornando all’8 dicembre 1962, papa Roncalli con la sua bonaria fermezza consegna alla storia un criterio più che un bilancio: il successo del Concilio non si misurerà nei giorni, ma nella capacità della Chiesa di diventare più evangelica senza smettere di essere se stessa. Quel giorno non si chiude una sessione: si inaugura un rilancio paziente e promettente della lunga attraversata del Vaticano II.
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