Ascolto e dissenso
fanno bene
alla democrazia e a chi governa

La tentazione autoritaria è sempre più dietro l’angolo anche nelle società liberali, eppure un contesto politico silenzioso non produce una politica più efficace. Anzi: quello democratico non è un sistema che funziona meglio quando tace
February 22, 2026
Ascolto e dissenso
fanno bene
alla democrazia e a chi governa
La democrazia è stanca. E stanchi appaiono i governi democratici di ascoltare, mediare, includere, per poi decidere. L’autocrazia decide senza ascoltare. Sceglie senza scendere a compromessi. Spesso appare più efficace, certamente la deliberazione è più snella. La tentazione autoritaria è sempre più dietro l’angolo e si manifesta con un crescente fastidio per il dissenso o anche solo per le regole. Trump definisce vergognosi i giudici della Corte Suprema che gli bocciano i dazi, e anche da noi, purtroppo, le reazioni non sono, a volte, meno scomposte. Servirebbero meno piazze, meno proteste, meno voci dissonanti, nell’illusione che una politica silenziosa sia una politica più efficace. Ma è davvero così? Quello democratico non è un sistema che funziona meglio quando tace. Funziona meglio quando ascolta. E ascoltare significa accettare il conflitto come parte del processo decisionale, non come un incidente da rimuovere.
Negli ultimi anni abbiamo visto giovani scendere in piazza per il cambiamento climatico. Non chiedevano solo misure ambientali più incisive; chiedevano di essere presi sul serio. Chiedevano che la loro preoccupazione per un futuro percepito come incerto entrasse stabilmente nell’agenda politica. Molte reazioni sono state di fastidio: troppo radicali, troppo emotivi, troppo ideologici. Ma quelle mobilitazioni non erano un capriccio generazionale. Erano un segnale. Un segnale che una parte della società non si sentiva rappresentata nei processi ordinari. E noi abbiamo inasprito le pene. I lavoratori scendono in piazza perché hanno visto il loro potere d’acquisto ridursi in maniera significativa. Il numero di chi è povero pur lavorando è raddoppiato in pochi anni. Le prospettive di ripartenza sembrano esigue. Li si schernisce perché gli scioperi sono proclamati di venerdì. Gli studenti universitari protestano educatamente ma con risolutezza davanti alla prospettiva sempre più concreta di un’emigrazione che ormai pare scelta obbligata.
E poi ci sono le voci flebili dei molti altri che vivono in condizioni di povertà o marginalità: migranti, lavoratori precari, famiglie delle periferie, territori interni che scompaiono dalle mappe dell’attenzione nazionale. Interi strati della società restano senza voce non perché manchi la libertà formale di esprimersi, ma perché mancano canali efficaci per essere ascoltati. E una politica incapace di ascoltare diventa, prima o poi, inefficace. Non solo per cattiva volontà, ma per deficit informativo. Ogni decisione pubblica distribuisce i suoi effetti in modo differenziato. Se alcune esperienze non entrano nel processo deliberativo, quegli effetti resteranno invisibili finché non si manifesteranno in forma di crisi. Il conflitto, allora, esplode non perché la società sia improvvisamente diventata più litigiosa, ma perché il dissenso ordinario non trova più spazio. Comprimere gli spazi di contestazione può produrre un ordine apparente. Ma è un ordine fragile e illusorio. Governare senza ascoltare la voce di chi vive i problemi sulla propria pelle equivale a guidare bendati. Le decisioni continuano a essere prese, ma senza punti di riferimento. La competenza democratica non consiste nel neutralizzare il dissenso. Consiste nel saperlo trasformare in una forma di apprendimento. Quando i giovani per il clima vengono liquidati come allarmisti, quando le proteste dei lavoratori poveri sono archiviate come corporative, quando le istanze dei migranti sono trattate come emergenze episodiche, la politica perde informazioni preziose. E senza informazioni adeguate, le politiche diventano meno mirate, meno efficaci, più esposte a effetti imprevisti.
La democrazia non può essere ridotta a una procedura per contare voti. È un sistema di revisione continua delle decisioni alla luce dell’esperienza sociale. Assemblee, media pluralisti, associazioni, movimenti, sono, in questo senso, tutti meccanismi di feedback. Se questi spazi si restringono o vengono delegittimati, la capacità di correzione si indebolisce. Una società complessa non ha bisogno di meno conflitto. Ha bisogno di conflitto gestito, incanalato, trasformato in confronto strutturato. Ha bisogno di istituzioni capaci di integrare differenze e non di silenziarle. Perché la diversità non è un ostacolo alla competenza. È una sua condizione. Una politica che ascolta può sembrare più lenta, più esposta, più vulnerabile alle critiche. Ma è anche più adattiva, più capace di anticipare problemi prima che questi diventino emergenze, più capace di riconoscere errori e correggerli, quindi, in definitiva, più stabile. Una politica che non ascolta, invece, può apparire solida finché il silenzio regge. Ma quando il dissenso trova comunque la sua strada, nelle urne, nelle piazze, nell’astensione, il prezzo dell’incomprensione diventa evidente. La competenza di una democrazia non si misura dall’assenza di tensioni, ma dalla sua capacità di sostenerle e trasformarle in confronto costruttivo. Ridurre gli spazi del dissenso non rende il sistema più solido, lo rende semplicemente cieco e sordo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA