Il Ramadan di Gaza, il terzo nella guerra: senza lavoro e senza casa

È iniziato il mese sacro, il terzo da quando la guerra ha sconvolto la vita di tutti i residenti della Striscia. «Israele può colpirci quando vuole»
February 22, 2026
Il Ramadan di Gaza tra me macerie
Il Ramadan di Gaza tra me macerie/ ANSA
Qualche lanterna colorata e ghirlande di carta sono comparse sulle tende di chi, tra gli sfollati, ha potuto permettersi di acquistarle. Nei mercati, stufe a legna improvvisate cuociono i Qatayef, il tradizionale dessert del mese sacro. Dall’interno dell’Hyper Mall di al-Nuseirat arrivano immagini con le luci della festa, tra scaffali dove finalmente un po’ di merce è ritornata.
È iniziato il Ramadan, il terzo a Gaza da quando la guerra ha sconvolto la vita di tutti i suoi residenti. «Quest’anno è diverso dai due precedenti del 2024 e del 2025. Nel primo, il conflitto era in corso, con bombardamenti improvvisi e operazioni di terra. Riuscivamo a malapena a procurarci il cibo», riflette online, dialogando con Avvenire, Mariam Zaqout, insegnante elementare della al-Shaikh Mohammed Abu Lyya School di Deir al-Balah. «Nel mese sacro dello scorso anno la guerra sembrava terminata, fino alla notte in cui è ritornata improvvisa e violenta (il 18 marzo 2025, nel mezzo del Ramadan, la tregua era saltata per un’ondata di attacchi aerei lanciati da Israele, ndr). Quest’anno, i mercati sono forniti di prodotti, ma le persone se li possono permettere? No di certo» prosegue l’insegnante. «La maggioranza dei gazawi ha perduto occupazione e mezzi di sostentamento e fa affidamento su aiuti e beneficenza. Va meglio rispetto a prima, certo, ma i più restano sfollati nelle tende».
È la sorte di almeno due terzi della popolazione, 1,4 milioni di residenti sul totale di 2,1 milioni, secondo l’aggiornamento dell’Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha). Risiedono in un migliaio di accampamenti e raggruppamenti informali di tende su terreni aperti, esposti alle intemperie. Secondo lo Shelter Cluster, che opera con Onu e partner locali, si fa ancora affidamento sulle tende perché nella Striscia resta impedito l’ingresso di materiali necessari per soluzioni abitative più durature.
Una ragazza palestinese porta l'acqua nel campo tendato di Al-Rimal a Gaza City, 21 febbraio / Omar AL-QATTAA / AFP)
Una ragazza palestinese porta l'acqua nel campo tendato di Al-Rimal a Gaza City, 21 febbraio / Omar AL-QATTAA / AFP)
In una tenda è ospitata anche la scuola in cui Mariam Zaqout insegna. «In questo Ramadan, cerchiamo di rendere felici i bambini con cose semplici, come mettere le decorazioni nelle aule. Ora se ne trovano nei mercati e per le strade, non ne vedevamo da due anni. Tutti cercano di andare avanti con la loro vita dopo le perdite subite, anche se ancora sentiamo il rumore di bombardamenti e spari. Tutti pregano che la guerra non torni. L’accordo di cessate il fuoco viene violato di frequente, spero che al mondo la situazione sia chiara».
Ayman Al Musaddar è volontario nella distribuzione dei pasti per l’Ong World Central Kitchen (Wck). «Lo scorso Ramadan non c’era niente – né di economico, né di costoso – niente di niente nei supermercati» ci racconta su Whatsapp. «Ora, quasi tutti i beni di prima necessità sono disponibili, ma non ai prezzi prebellici. Ci auguriamo un calo, per le nostre scarse o inesistenti entrate. Ho due figli, Omar e Salwa, di sette e tre anni. Vogliono lanterne e giocattoli per la festa, ma rimanderò l’acquisto finché non troverò prezzi ragionevoli. In passato, appendevamo decorazioni ovunque e luci per le strade e suonavamo canzoni tradizionali. Oggi non è così, sia per la difficoltà di ottenere l’elettricità sia perché lo stato psicologico della comunità è distrutto dalla guerra».
Per il Ramadan l’attività di distribuzione dei pasti della Wck prosegue. «Se pure le scorte di cibo sono disponibili, la situazione è difficile per gli abitanti delle tende, perché cucinare richiede fuoco e gas, poco reperibili». Sul terreno, il Food Security Cluster segnala che «la sicurezza alimentare durante trasporto, stoccaggio e preparazione rimane una delle principali preoccupazioni. Le avverse condizioni meteo invernali hanno causato un deterioramento delle merci in ingresso (…). Poi, limitazioni di accesso e procedure di ispezione prolungate fanno sì che alcune spedizioni, compresi gli aiuti alimentari, restino giorni o settimane ai valichi, con ulteriori perdite». Ayman Al Musaddar vive a est di Deir al Balah, vicino alla “linea gialla”, il confine militare che delimita la parte della Striscia sotto diretto controllo delle forze israeliane. «Divide il nostro villaggio in due metà, la mia casa è nella zona verde ma le nostre fattorie e i frutteti sono nella zona gialla. Tutto ciò che si trovava di là è stato cancellato». Poi aggiunge, amaro: «Israele ha completa libertà di colpire all’interno di Gaza, viola tutto, quando vuole».
Esplosioni e spari, infatti, proseguono. Secondo il ministero della Salute (MoH) di Gaza, dall’accordo di cessate il fuoco di ottobre sono stati uccisi 612 palestinesi. «L’altra notte è stata catastrofica. È stato come se il cielo riversasse fuoco su di noi, con un suono che trafiggeva il cuore prima di raggiungere le orecchie», ci scrive Ikhlas Abu Riash, la madre di Jabalia che da un anno Avvenire segue nelle sue sfide quotidiane. L’avvio del Ramadan, per lei, sa di terrore. «L’eco degli attacchi ci trema ancora dentro. Nel buio, la mano di mio figlio Samir di tre anni cercava sicurezza. Come può un cuore così piccolo sopportare tanta paura?».

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