Quattro anni di guerra in Ucraina hanno causato un numero enorme di vittime
di Nello Scavo, inviato a Odessa
Il “Centro studi strategici” di Washington
rivela il costo umano per i due eserciti; due milioni di morti e feriti. «Uccisi già 1,2 milioni di russi. Nessuna potenza ha avuto così tante perdite dal ‘45»

La coccarda sulla lastra nera, nel cimitero nascosto tra i pini sulla strada costiera da Odessa a Mykolaiv, è l’unica nota di colore nel bianco e nero del cielo basso e nevoso. Tra due giorni si entra nel quinto anno di una guerra che ucraini e russi affrontano con un segreto comune: il numero dei morti sui campi di battaglia. Il freddo lessico delle burocrazie militari li annovera come «casualties»: morti, feriti, dispersi. È anche un modo per non rivelare ciò che i comandi sanno. Secondo il Center for Strategic and International Studies (Csis) di Washington, al ritmo attuale il totale combinato delle perdite militari dei due eserciti — tra morti, feriti e dispersi — potrebbe avvicinarsi ai 2 milioni entro la prossima primavera. Nello stesso rapporto, i ricercatori stimano che la Russia abbia già subito circa 1,2 milioni di «casualties» complessivi: più di qualunque altra grande potenza in una guerra dal ‘45.
L’ultimo dei caduti è stato omaggiato alle 9 in punto, quando ogni mattina per un minuto l’Ucraina si ferma a ricordare chi dal fronte non è più tornato. I cimiteri, però, non mentono. Non passa settimana senza che, da qualche parte, venga smossa la terra per nuovi lotti. Dalla prima linea a oriente fino ai villaggi agricoli che affacciano sulle anse meridionali del Dnestr, il perimetro del camposanto è la misura dello scontro armato. I canali Telegram delle comunità locali, ogni pomeriggio, annunciano le esequie pubbliche del giorno dopo. I necrologi scorrono sui telefoni: volti di uomini appena più che ragazzi. Come Maxim, il soldato ventenne di una brigata meccanizzata saltato su una mina nel Donbass. Oppure Ivan, partito dalla regione di Odessa con i baffi scuri quattro anni fa e tornato da Kherson con la barba bianca, chiuso in una bara di legno laccato.
Ai combattenti di Mosca spesso non è concesso neanche il diritto all’ultimo saluto. La testata indipendente Mediazona, in collaborazione con il servizio russo della Bbc, è riuscita a confermare l’identità di 177.433 militari con le insegne russe, uccisi in Ucraina fino al 13 febbraio. Nomi e volti sono online. Nessuno ha smentito. Per ricostruire le cifre, i giornalisti hanno censito fonti pubbliche: necrologi, post di parenti sui social network, resoconti dei media regionali e dichiarazioni delle autorità locali, anche nelle località più remote della Federazione. Non tutto può essere controllato dal Cremlino. Nelle smagliature della repressione informativa, Mediazona e Bbc hanno rintracciato identità e storie, pur riconoscendo che «le cifre effettive sono probabilmente e significativamente più alte».
Secondo il Csis, tra le guerre combattute dalla fine del Secondo conflitto mondiale, «nessuna grande potenza ha subito neanche lontanamente questo numero di vittime», considerando insieme morti, feriti e dispersi. Il rapporto stima per la Russia circa 1,2 milioni di perdite complessive, con un numero reale di caduti che potrebbe arrivare ad almeno 325mila. Numeri che sconfessano le stime del Cremlino ma che, indirettamente, misurano anche la dimensione dei lutti ucraini, che Kiev comunica fin dall’inizio dell’invasione con calcolata cautela. In una recente intervista alla tv francese, il presidente Zelensky ha parlato di 55 mila soldati ucraini uccisi e di un «gran numero» di dispersi: un dato ufficiale che chiunque sia assiduo frequentatore della linea del fuoco considera parziale. Gli stessi ricercatori americani ribadiscono una stima consolidata: «Le perdite russe sul campo di battaglia sono significativamente maggiori di quelle ucraine, con un rapporto di circa 2,5a 1 o 2 a 1». Più che una contabilità definitiva, il rapporto offre un ordine di grandezza: il totale combinato di morti, feriti e dispersi dei due eserciti entro la primavera del 2026 può superare quota 2 milioni.
Ma è dal freddo che si scappa più che dalle bombe. Gli operai ucraini hanno riparato in meno di un mese il ponte di Maiaky sul Dnestr, in direzione Moldavia. Era stato colpito per due volte a dicembre, raddoppiando i tempi di percorrenza e i rischi per chi restava in colonna. Il confine è tornato a essere caotico: lunghe code di auto, bus, minivan, con donne alla guida e bambini al seguito. Alcune per la quinta volta: all’inizio per le bombe, ora di nuovo per il gelo. Percorrono vie di frontiera coperte di fango e neve, cercando un riparo caldo fuori dall’Ucraina. I sistemi energetici e la rete di riscaldamento sono al minimo. Al tramonto, lampioni spenti e termosifoni glaciali. Mentre fonti militari annunciano un massiccio sciame di droni in avvicinamento.
Secondo i nuovi dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) delle Nazioni Unite, almeno 325.000 ucraini rientrati dall’estero, dove erano profughi di guerra, potrebbero essere costretti a sfollare di nuovo. E tra loro molti appartengono alla schiera di 3,7 milioni di sfollati interni. I bollettini meteo dei prossimi giorni annunciano condizioni tra le più proibitive di questi quattro anni. Chi può escogita piani d’emergenza: vicini di casa che si ammassano per la notte in un unico appartamento, per scaldarsi spalla a spalla; rifugi sotterranei affollati anche quando non suona l’allarme; forni a legna dei ristoranti tenuti accesi anche dopo il coprifuoco notturno, quando il personale e i loro familiari si radunano per la notte. Le parole peggiori, da ieri, non sono solo per Putin. Il premier slovacco Robert Fico ha minacciato di interrompere le forniture di energia elettrica di emergenza all’Ucraina se Kiev non riprenderà in tempi rapidi il transito del petrolio russo verso la Slovacchia attraverso l’oleodotto Druzhba, fermo dal 27 gennaio dopo i danni causati da un attacco russo. Nella disputa si è inserita anche Budapest.
Martedì arriveranno a Kiev la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, António Costa. Con Volodymyr Zelensky parteciperanno alle cerimonie per il quarto anniversario dell’invasione russa. E quel giorno, ancora una volta, non potranno mandare né alla popolazione ucraina né a Putin il messaggio di un’Europa unita.
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