La sentenza, il piano B, i rimborsi: il rebus dei dazi di Trump
di Elena Molinari, New York
Inflitto un duro colpo al presidente. La sentenza stabilisce che ha ecceduto i propri poteri imponendo dazi generalizzati, fino al 30%, sulle importazioni senza l’approvazione del Congresso

«Una decisione profondamente deludente». Con un tono apertamente di sfida Donald Trump ha reagito alla sentenza della Corte Suprema che ieri ha bocciato l’impianto di dazi generalizzati sul quale aveva costruito la politica commerciale ed economica, oltre alla diplomazia, del suo secondo mandato. «Mi vergogno di alcuni membri della Corte», ha aggiunto il presidente Usa, accusando i giudici che hanno votato contro di lui di essere «antipatriottici e sleali alla Costituzione», e insinuando, senza fornire prove, che sarebbero stati influenzati da interessi stranieri. Parole che profilano uno scontro istituzionale diretto tra Casa Bianca e Corte Suprema.
La decisione, approvata con una maggioranza di 6 a 3, stabilisce che il presidente ha ecceduto i propri poteri imponendo tariffe fino al 34% (per la Cina) su beni provenienti da oltre cento Paesi senza un’esplicita autorizzazione del Congresso. La legge d’emergenza del 1977 (Ieepa), invocata dalla Casa Bianca, consente infatti al presidente di “regolare” importazioni ed esportazioni in caso di minacce straordinarie, ma, come ha scritto il presidente della Corte John Roberts nell’opinione della maggioranza, non autorizza l’imposizione unilaterale di dazi «di importo, durata e portata illimitati».
Il primo effetto immediato della sentenza è un ridimensionamento del regime tariffario. Trump ha annunciato che firmerà un nuovo ordine esecutivo per imporre un dazio globale del 10% utilizzando altri strumenti normativi: una percentuale inferiore a quella attualmente in vigore per molti Paesi, inclusi alleati come l’Unione europea e il Canada.
Gli strumenti alternativi indicati da Trump per quella tariffa senza passare per il Congresso sono però più limitati e meno flessibili rispetto alla norma d’emergenza ora bocciata. La cosiddetta sezione 122 del Trade Act del 1974 permette al presidente di imporre dazi temporanei fino al 15% solo quando gli Stati Uniti registrano gravi deficit della bilancia dei pagamenti o una crisi del dollaro, ma solo per solo 150 giorni. E la sezione 301 autorizza il governo ad avviare indagini su pratiche commerciali straniere considerate sleali e ad imporre dazi mirati che sono però contestabili legalmente.
Per il momento le uniche tariffe che restano in piedi senza incertezze sono dunque quelle su acciaio e alluminio, imposte con altre basi giuridiche. La Corte ha così smontato una delle colonne portanti dell’agenda economica del secondo mandato di Trump. Dal 2 aprile 2025 – ribattezzato dal presidente «Giorno della liberazione» – il Dipartimento del Tesoro ha infatti raccolto circa 240 miliardi di dollari di entrate grazie alle tariffe. Queste entrate hanno permesso all’Amministrazione Trump di compensare parte dei tagli alle tasse a imprese e redditi medio-alti, sostituendo introiti domestici con quelli sulle importazioni e trasferendo il peso fiscale sui partner commerciali esteri. Nella decisione di ieri Roberts è stato affiancato dai tre giudici considerati progressisti e da due conservatori, Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett, entrambi nominati da Trump. Hanno votato contro Clarence Thomas, Samuel Alito e Brett Kavanaugh, quest’ultimo il terzo dei togati voluti da Trump al tribunale, contribuendo alla solida maggioranza conservatrice attuale della massima Corte americana.
Per questo motivo si tratta di una battuta d’arresto rara per l’Amministrazione repubblicana davanti a una Corte che, dall’inizio del secondo mandato a gennaio, le era stata spesso favorevole. L’uscita evidenzia dunque un deterioramento dei rapporti tra il presidente e il tribunale, dopo un anno in cui la maggioranza aveva rappresentato per la Casa Bianca un argine alle tante contestazioni giudiziarie subite, soprattutto contro la sua stretta sull’immigrazione e la campagna di arresti e deportazioni di massa lanciata dal presidente.
Negli ultimi anni però la Corte aveva limitato l’uso unilaterale del potere esecutivo anche da parte dell’Amministrazione del democratico Joe Biden, bloccando ad esempio il suo piano di condono dei prestiti studenteschi sulla base della dottrina giuridica secondo la quale politiche di impatto nazionale devono essere chiaramente autorizzate dal Congresso. Nella sentenza sui dazi Roberts ha richiamato lo stesso principio.
Il verdetto apre una fase di incertezza anche sul piano diplomatico: molti accordi commerciali bilaterali conclusi negli ultimi mesi erano stati infatti costruiti sulla minaccia o sull’imposizione dei dazi ora giudicati illegittimi. La loro validità giuridica potrebbe essere rimessa in discussione.
Ma Trump non arretra. Ieri il presidente americano ha dichiarato che non intende chiedere un nuovo intervento del Congresso perché, a suo dire, «l’autorizzazione esiste già». Si è poi mostrato piccato, precisando che i giudici sono «ancora invitati» al prossimo discorso sullo stato dell’Unione, in programma martedì, «ma a malapena». Un segno che i confini dell’autorità esecutiva Usa rimangono incerti, e l’equilibrio dei poteri a Washington a rischio.
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