Facce e storie meravigliose: ecco cosa sono stati i Giochi
Dal pattinatore che ha imparato in un centro commerciale alla studentessa che ha chiesto via mail al professore il permesso per partecipare: stasera a Verona la cerimonia di chiusura

Questa sera, quando saranno dichiarate finite, si potrà chiedere a loro cosa sono state le Olimpiadi Invernali 2026 di Milano Cortina. Loro che le hanno fatte, abitate, vissute, amate, centellinate nell’acido lattico dei loro muscoli, frullate nella testa. Loro, quelli che sanno che l’Olimpiade è un’avventura, e che è come leggere l’Odissea. Si parte per un viaggio e si compie un tragitto durante il quale succedono le cose: c’è chi arriva alla fine più felice e c’è anche chi non riesce a farsene una ragione. O almeno a fingere che va bene così, che sarà per un’altra volta.
Cosa sono state queste Olimpiadi, chiedetelo a Flora Tabanelli, 18 anni, nata nelle montagne dell’Appennino modenese, prima medaglia italiana nella storia dello sci acrobatico. «Io e miei fratelli – ha raccontato - siamo cresciuti nella natura, senza la tv, il primo smartphone l’ho ricevuto in regalo quando facevo il liceo. Ai tempi mi faceva strano non avere quello che avevano tutti gli altri, ma adesso capisco il perché. Per andare a scuola partendo dal rifugio a 1.800 metri che gestiscono i miei genitori, prendevo la seggiovia. Da piccola piangevo all’idea di dover camminare ogni giorno per tornare a casa. Ho imparato a conquistarmi ogni cosa, e questo mi ha forgiato…».
Storie, persone, umanità. Qualcosa che dura un attimo lunghissimo. Solo un’Olimpiade regala tanto. Riempie, sazia fino alla prossima. Un viaggio senza illusioni, non vincono sempre i buoni e spesso non perdono i cattivi. Ma c’è tanta vita dentro, c’è un senso, una speranza più alta di un podio. Se non è così, chiedilo a Atle Lie McGrath, norvegese, 25 anni, nato nel Vermont da papà americano. In testa nella prima manche dello slalom speciale di sci alpino, è il favorito netto per la medaglia d’oro. Il nonno materno è scomparso il giorno della cerimonia inaugurale: per quel lutto ha sofferto, in pista è sceso pensando a lui. Ma inforca un paletto nella seconda discesa. Si rialza, disperato: il sogno è andato in mille pezzi, la sua Olimpiade finisce qui. E allora, senza sci ai piedi, fugge. Esce dalla pista, cerca rifugio nel bosco, si nasconde tra gli alberi. «Volevo allontanarmi da tutto e tutti, pensavo che avrei trovato un po’ di pace, avevo solo bisogno di un po’ di tempo per me stesso invece non è stato possibile, perché sono arrivati i fotografi e la polizia». Lo hanno recuperato con una motoslitta e portato a valle.
Non si fugge dalle Olimpiadi. E non ci si abitua. Quando arrivano non puoi mancare. Non importa dove. Non conta come, né quando. Interessa solo perché. Chiedete a Madeline Schizas, pattinatrice artistica canadese, che ha postato su Instagram la mail inviata al suo professore di sociologia alla McMaster University. Aveva un esame da fare ma chiedeva di avere una proroga sulla consegna del compito. La motivazione? «Sto gareggiando alle Olimpiadi invernali», con tanto di link al comunicato stampa in cui si annunciava la sua partecipazione. Madeline la proroga l’ha ottenuta: il professor Victor Satzewich le ha risposto pubblicando una foto dove lo si vede seguire la competizione della sua giovane studentessa con la didascalia: “So proud of you Maddie!”, sono orgoglioso di te Maddie.
Ma possono anche essere crudeli i Giochi, non sono mai uguali per tutti. Chiedete a Donovan Carrillo, pattinatore messicano. A León, dove è nato, non esistono palazzi del ghiaccio. Ha imparato sulla piccola pista di un centro commerciale. Lì si è allenato per anni. Mentre provava tripli axel intorno a lui c'erano famiglie con i popcorn, bambini che imparavano a camminare sui pattini e musica rock a tutto volume. Non ha vinto, ovviamente, ma il pubblico si è alzato in piedi per applaudire i suoi costumi e la felicità che ha emanato in ogni gesto. «Ogni volta che scendo in pista – ha detto - porto con me tutti quei pomeriggi al centro commerciale. Mi hanno insegnato che non serve il palazzo del ghiaccio perfetto per puntare alle stelle».
C’è sempre un motivo per non mancare ai Giochi. E non è mai lo stesso. Partenze e arrivi, storie e colori. Quelli dei cerchi, anelli eterni da scalare, tondi perfetti cui aggrapparsi per dondolarsi sul mondo. E dire a tutti: eccomi, sono qui, guardatemi, ce l’ho fatta. Chiedete a Elana Meyers Taylor se non è così. Oro nel monobob femminile, 41 anni, è un'icona del Team Usa con cinque medaglie olimpiche conquistate in precedenza. Nel 2020 è nato Nico, che ha passato i primi 8 giorni in terapia intensiva e a cui è stata accertata la sindrome di Down e una sordità genetica: lei si è rialzata dal letto subito dopo il parto per poterlo assistere, un'altra sfida al limite dell'impossibile. Poi è arrivato Noah, nel 2022, anche lui affetto da sordità e figlio del Covid. Si è rimessa in pista, ha allattato durante le gare di Coppa del Mondo, è svenuta per la fatica, poi ha vinto argento e bronzo a Pechino con Nico in tribuna, accudito dal nonno. A Cortina ha vinto ancora, ha festeggiato abbracciando i suoi ragazzi: «Tutto molto bello, ma questa è stata una parentesi. Tra sei giorni devo portarli a scuola, la vita vera ricomincia...».
Puoi spremerli i Giochi, tiragli fuori l’anima, offenderli, pensare che non lascino effetti collaterali, congelarli nel ricordo di una sola, episodica, straordinaria impresa. Ma poi ritornano. A ricordarti cos’è lo sport, quello degli uomini e delle donne vere, quello che non ha colore perché li contiene tutti. E che allunga i confini di quello che gli altri chiamano fatica, sacrificio, ideale. Chiedete se non è così al fondista norvegese Johannes Klæbo. Ieri ha vinto la sesta medaglia d'oro nello sci di fondo a queste Olimpiadi su sei gare a cui ha partecipato. Con 11 ori olimpici in carriera, è l'atleta più vincente nella storia dei Giochi invernali. Negli ultimi anni i suoi allenamenti sono diventati maniacali, quasi da eremita: passa mesi in Utah, negli Stati Uniti, isolato da tutto e da tutti, perché lì non lo riconoscono e non ha distrazioni. «Sono fatto così. Per l’Olimpiade – ha detto – so di dover mettere in pausa la mia vita. E’ dura, ma non conosco altro modo per vincere. Presto però dovrò imparare la tecnica per stare al mondo, quella mi manca…».
Ci emozionano i Giochi, come nessun altro evento riesce a fare. Vedi versare ettolitri di lacrime, vedi ragazzi intelligenti mordere le medaglie sul podio senza una logica, perché si è sempre fatto così. È la ritualità di un evento che è bello così. Tutti per uno, ma senza tutti non si va lontano. Chi non ci crede, chieda a Kirsty Coventry, presidente del Comitato olimpico internazionale, una donna, per la prima volta nella storia. La frase più bella di questi Giochi è sua. L’ha detta durante la cerimonia d’apertura: «Sono nata nello Zimbabwe e noi, in Africa, abbiamo una parola che a me piace molto: ubuntu. Significa: io sono perché noi siamo».
Questa è l’Olimpiade, una famiglia allargata, un incrocio da guardare negli occhi, una sabbia antica sulla quale lasciare impronte nuove, per scavalcare drammi, piccole miserie, infelicità.
Facce e storie, ma anche nomi strani, impossibili. Quello di Issa Gachingiri Laborde Dit Pere, sciatore del Kenya, con ben 31 caratteri (spazi inclusi) è stato da podio. Una vera sfida per contenerlo tutto sui tabelloni elettronici. A Sydney 2000 c’era un John Travolta Paperino: sua madre, spiegò, amava ballare. E suo padre i fumetti. Trovarono un compromesso. A Parigi 2024 c’era un certo Ali Aghamirzaeijenaghrad. Iraniano, canoista. Il telecronista Franco Bragagna, risolse il problema così: «Per comodità, lo chiameremo Mario».
Anche questa è l’Olimpiade: per lei si piange, e ogni tanto si ride. Ti chiama, ti lascia davanti ai cerchi del mondo, ti mette accanto i più bravi, ti obbliga a stare diritto, a dosare il fiato. Non c’è un’altra volta, la prossima passa tra quattro anni, se passa. E non tutti hanno la possibilità di giocare. Addio Milano Cortina 2026. Da oggi si pensa a Francia 2030. Mancano 1.440 giorni. Chi non ha voglia di contarli, ha già perso.
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