La polizia sa far pulizia, se la legge è uguale per tutti
Il caso del pusher ucciso da un agente a Milano sembra dire che, prima di commentare un fatto, sarebbe bene attendere la fine delle indagini rispettando il lavoro di giudici. La polizia ha saputo gestire la vicenda, ma con lo scudo penale cosa sarebbe successo?

La vicenda dell’agente di polizia arrestato con l’accusa di avere assassinato uno spacciatore nel “bosco della droga” di Milano si presta ad alcune considerazioni. Come è noto, ieri mattina, l’assistente capo della Polizia di Stato, Carmelo Cinturrino, è stato ammanettato dai suoi stessi colleghi, nel cortile del commissariato dove presta servizio, con l’accusa di avere ucciso uno spacciatore, Abderrahimm Mansouri. L’agente, nelle sue prime dichiarazioni, aveva disegnato un quadro in cui lo sparo era il risultato di un’azione di legittima difesa: lo spacciatore impugnava un’arma e l’aveva puntata contro di lui. Le sue parole, però, non hanno retto al controllo degli stessi colleghi della Squadra mobile e all’emergere di testimoni che hanno raccontato una versione diversa. Le analisi scientifiche, poi, che hanno escluso che la vittima avesse mai toccato la pistola trovata accanto al suo corpo (messa dall’agente), e hanno accertato che in mano, quando è stato colpito, aveva solo un sasso, hanno fatto franare in via definitiva la versione dell’agente e aperto per lui le porte del carcere. Nei primi momenti dopo la sparatoria, alcuni politici, in primis il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, e poi la stessa premier Giorgia Meloni, avevano difeso a spada tratta l’agente, manifestandogli tutta la loro solidarietà prima ancora di conoscere la dinamica dei fatti. Reazioni che, come spesso accaduto in questi anni, sembrano congegnate apposta per contestare l’azione legittima (e obbligatoria) della magistratura impegnata a fare luce sull’accaduto. E questo obbligo da parte dei giudici c’è sempre, anche quando si tratta di rendere giustizia a una persona che vive nell’illegalità e si guadagna da vivere in modo inaccettabile. Un atteggiamento più prudente e rispettoso del lavoro dei giudici avrebbe evitato, ieri, fastidiosi suoni di unghie aggrappate ai vetri per giustificarsi.
Il comportamento della Polizia è apparso irreprensibile. Da subito, quando la versione ha incominciato a mostrare le sue falle, gli uomini e le donne della Squadra mobile di Milano hanno condotto un’indagine accurata sotto la direzione del procuratore della Repubblica, Marcello Viola, e del sostituto Giovanni Tarzia. Controlli e approfondimenti portati avanti con precisione, con la verifica puntuale delle parole del collega. Indagini che sono giunte fino al punto di portare uno dei testimoni sul luogo della sparatoria, alla stessa ora del fatto, per appurare se dal luogo in cui si trovava potesse davvero vedere con nitidezza come si era svolta la scena. Interrogati poi gli altri poliziotti – presenti sul posto e che, in un primo tempo, avevano sostenuto la versione di Cinturrino – hanno spiegato cosa in realtà fosse accaduto. Una totale ricerca della verità che fa onore alle divise indossate da tantissimi uomini e donne, autentici servitori dello Stato che non hanno badato a logiche di corpo ma solo a fare fino in fondo il proprio dovere. Come ha sottolineato il questore Bruno Megale, la Polizia ha «gli anticorpi per far fronte a questo tipo di problematiche». I cittadini, infatti, devono essere convinti dell’onestà delle forze dell’ordine cui è demandata, all’interno di uno Stato di diritto, la sicurezza di tutti. Resta la domanda più importante: quanto avrebbe influito sull’operatività dei magistrati in questa vicenda lo scudo penale - con la non iscrizione “automatica” nel registro degli indagati (e il contemporaneo avvio degli accertamenti) - contenuta nel Disegno di legge sulla sicurezza appena varato dal Governo se fosse stato già approvato dal Parlamento? La libertà, si legge nel motto della polizia di Stato, è garantita dalla legge. Che, come si sa, è uguale per tutti, a garanzia di tutti. E così deve restare.
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