«Basta favori ai mercanti di armi»: l'appello del fronte ampio della pace
Riparte la mobilitazione della società civile contro lo svuotamento della legge 185 che vigila sulla trasparenza dell’export di armamenti.
Vignarca: «Il ddl governativo rischia di rendere opachi i controlli sui fondi». Rispoli (Libera): «No a modifiche che calpestano la storia»

«Basta favori ai mercanti di armi», è l’appello che risuona nel comunicato diramato ieri dalla Rete Italiana Pace e Disarmo che riapre ufficialmente l’omonima campagna per bloccare lo «smantellamento» della 185/90. Si tratta della legge che disciplina l’esportazione, l’importazione e il transito di armamenti in Italia, imponendo controlli rigorosi ispirati alla trasparenza e al rispetto dei diritti umani. Secondo le organizzazioni promotrici o aderenti alla campagna – rispettivamente oltre 80 e 150, molte del mondo cattolico – sarebbe proprio questa limpidezza a essere messa a rischio.
A spiegarci le ragioni della nuova mobilitazione su una questione che va avanti da almeno tre anni è Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo. «In questi giorni corrono rumors su un’accelerazione parlamentare nei prossimi mesi. Il governo punterebbe a sfruttare la finestra tra marzo e maggio, riaprendo il dibattito alla Camera sul Ddl governativo già approvato al Senato che andrebbe a stravolgere la Legge 185. Così si intende arrivare in tempi rapidi a un’approvazione, prima che la sessione di bilancio e le scadenze elettorali blocchino l’iter», spiega, sottolineando come le segnalazioni di una ripresa dei lavori già trapelate nella stampa non siano state finora smentite. Il disegno di legge che intende modificare la 185 era stato approvato in Consiglio dei ministri nel 2023 e in prima lettura al Senato a febbraio del 2024. All’inizio del 2025, l’iter alla Camera era stato però ostacolato dall’opposizione. Le modifiche colpirebbero la trasparenza su più fronti: «Innanzitutto il disegno cancellerebbe dalla relazione annuale al Parlamento la tabella delle “Banche armate”, cioè l’elenco degli istituti di credito che finanziano e traggono profitto dall’export di armi. Questo è l’unico strumento che permette al cittadino di sapere se la propria banca partecipa al business delle armi e di agire concretamente». La campagna chiede dunque che questa modifica peggiorativa della legge non passi e, al contrario, proprio mentre crescono le spese militari, vengano rafforzati i meccanismi di controllo e di trasparenza sul commercio di armamenti. In questo contesto, continua Vignarca, l’aspetto più grave è che inoltre nel disegno non sia stato inserito un riferimento esplicito al Trattato internazionale sul commercio delle armi (Att), «norma ratificata dall’Italia che obbliga dal 2014 a stoppare le vendite laddove vi sia anche solo il rischio di violazione dei diritti umani e non la prova accertata come invece chiede la 185». Infine, se il disegno di legge passasse così com’è, «il baricentro decisionale sull’export delle armi si sposterebbe dal piano tecnico e amministrativo che valuta caso per caso a quello politico che decide a priori sulla base di presunte necessità e dello spauracchio di uno “svantaggio competitivo” che nella realtà non esiste, dato che tutte le aziende europee del settore sono sottoposte alla posizione comune della Ue e i dati dimostrano che negli ultimi anni l’export italiano è rimasto sempre alto».
La deriva che si rischia con questi allentamenti sulla vigilanza e la trasparenza, conclude Vignarca, «è che una volta che sarà aumentata la produzione di armi e sarà chiusa la finestra dei finanziamenti per il riarmo e quindi della domanda interna, si finisca per abbassare ulteriormente i controlli per spingere l’export verso Stati non europei, con il pericolo di finire in Paesi che violano i diritti umani». Al contrario, i promotori della campagna chiedono che il ruolo degli organismi interministeriali non si trasformi in una semplificazione a favore delle autorizzazioni ma resti fondato su valutazioni politiche e tecniche stringenti; che la relazione annuale al Parlamento venga resa più completa con i dati relativi ai Paesi destinatari, alle tipologie di materiali, alle autorizzazioni e ai servizi; che non venga eliminata la parte relativa ai rapporti tra sistema bancario e industria militare e che vengano preservati gli strumenti di coordinamento e monitoraggio pubblico, nonché la possibilità di acquisire informazioni sul rispetto dei diritti umani anche da parte di organismi indipendenti della società civile.
Contro la deriva prospettata si è schierato un fronte ampio che unisce mondo sindacale e associativo, laico e cattolico. In prima fila c’è per esempio Libera, che la battaglia per la 185 l’ha inserita anche nella lista dei 10 punti prioritari per l’associazione, stilata per il suo trentennale. «La 185 non è un semplice testo tecnico – ricorda la vicepresidente di Libera, Francesca Rispoli –, ma è nata da una spinta dal basso enorme partita alla fine degli anni ‘80. Una qualunque modifica non può avvenire calpestando questa storia senza un lavoro di tessitura con le parti civiche». Libera, ci spiega, non aderisce solo perché «chiaramente è contro il mercato di morte che le armi rappresentano», ma anche per mettere in guardia su come «l’opacità verso questo settore può diventare l’anticamera per flussi finanziari illegali». Le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia hanno inoltre evidenziato negli ultimi anni un incremento dei sequestri di armi, comprese armi da guerra, riconducibili a contesti di criminalità organizzata, sottolinea Rispoli: «Questi fatti documentano una realtà, le organizzazioni mafiose mantengono una capacità strutturata di reperire, custodire e utilizzare armamenti, anche di elevata potenza offensiva. È evidente che tali gruppi operano fuori dal perimetro legale. Tuttavia, proprio per questo, occorre evitare che si creino “zone grigie” nei circuiti autorizzativi, nelle intermediazioni o nella tracciabilità dei flussi internazionali».
Un’economia che si orienta alla guerra preoccupa anche il mondo del lavoro, afferma infine Pierangelo Milesi, vicepresidente delle Acli, anch’esse coinvolte nella campagna: «A pagare è sempre il lavoro in termini di diritti, sicurezza e coesione sociale. L’economia di guerra, magari, fa una fiammata di Pil sul breve termine, però a lungo andare rende più fragili i posti di lavoro, crea un’economia più instabile, legata appunto all’instabilità politica». Tornando invece sull’ipotesi che si riduca la tracciabilità dei flussi finanziari legati all’esportazione delle armi, Milesi avverte: «Così diventerebbe impossibile ogni confronto serio su innovazione civile e riconversione industriale».
La mobilitazione, concludono le organizzazioni, non resterà confinata ai palazzi romani. Le Acli, per esempio, annunciano campagne di informazione capillare sui territori per rendere i cittadini consapevoli dei rischi. «La battaglia per la 185/90 non è una bandiera ideologica. L’obiettivo è difendere il controllo democratico», conclude Milesi. Così, insieme agli altri membri della campagna, spera infine di difendere il diritto dei cittadini e delle cittadine a conoscere i dettagli su un commercio che impatta su guerre e popoli, nonché il ruolo del Parlamento nel controllo delle scelte dell’Italia verso la pace.
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