La pace ha un prezzo, dobbiamo fare di più ed essere pronti a pagarlo

Non si può fare passare un altro anno sperando che il flusso ridotto di aiuti sia sufficiente e che dal Cremlino arrivi una improbabile svolta. Serve un’azione risoluta e unitaria di Europa e Stati Uniti
February 24, 2026
La pace ha un prezzo, dobbiamo fare di più ed essere pronti a pagarlo
La cerimonia di alzabandiera per commemorare l'anniversario della guerra in Ucraina all'esterno del Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) svoltasi a Bruxelles il 23 febbraio 2026/ ANSA
Nelle prime ore dell’invasione russa in Ucraina, quattro anni fa esatti, era stato doloroso fare una previsione rivelatasi esatta e ancora pesante come un macigno sulle trattative di una guerra che rischia di assumere una durata paragonabile a quella dei conflitti mondiali del Novecento. Una così palese violazione di sovranità e una condotta così irridente dei tentativi di dialogo – scrivevamo – non lasciano molti margini a breve per una ricucitura di questa ferita nel cuore dell’Europa che dal 1945, purtroppo con cedimenti dolorosi nei Balcani e nel Caucaso, ha cercato di uscire dalla logica di potenza e della guerra come strumento per dirimere le controversie. La retorica putiniana dell’impero nascondeva di fatto l’imperialismo. I richiami alla storia, alla cultura e alla religione hanno rappresentato un machiavellico abbellimento di un’aggressione senza vere giustificazioni. Sono passati 1.462 giorni, il “breve” è diventato un’eternità di violenza, di dolore e di morte. L’Ucraina resiste, dissanguata lentamente dagli attacchi di Mosca che l’hanno lasciata al gelo di un inverno rigido a Kiev quanto mite a Sud-Ovest. La differenza di temperatura si è tramutata in un allontanamento geopolitico più accentuato di quello climatico. E aumenta così il rischio che il Paese sotto costante attacco resti isolato o, quanto meno, veda affievolirsi quell’appoggio che finora ne ha impedito la capitolazione.
Come si vive oggi in Ucraina sotto le bombe l’hanno raccontato senza sconti gli inviati di Avvenire: torture ed esecuzioni di chi si opponeva nei territori occupati, ospedali presi di mira come altre infrastrutture civili, bambini rapiti e deportati, scuole ricollocate sottoterra per evitare i missili. Così come è stata documentata l’ulteriore involuzione della società in Russia, dove le voci di dissenso e di pace sono sempre più marginalizzate e represse, mentre dai campi di battaglia tornano nel silenzio decine di migliaia di caduti, feriti e mutilati. Dall’“operazione speciale” che doveva esaurirsi in poche settimane con la resa e la fuga del “nazista” Zelensky sono venuti soltanto mali, considerata qual era (e qual è ancora) la posta in gioco. Anzitutto la vita delle persone, soldati e civili ucraini, soldati russi. Insieme alla libertà e alla sopravvivenza di una nazione coraggiosa, democratica e, certo, anche imperfetta e non immune dalla corruzione. E poi gli equilibri nel Vecchio Continente, con la sfida del Cremlino all’ordinato funzionamento del prospero e stabile sistema Ue. Sono passati quattro anni ed è facile dimenticare come fino a poche ore prima di dare luce verde ai carri armati, Putin affermava che Mosca non avrebbe attaccato il Paese confinante su cui rivendicava comunque antichi diritti.
L’intelligence americana aveva preannunciato il blitz, nello scetticismo di molti. Non aveva però messo in conto la straordinaria risposta ucraina e la mobilitazione europea. Sicuramente quest’ultima poteva essere più coesa, più risoluta e forse anche più efficace, anzitutto sotto il profilo umanitario e diplomatico, poi militare. Ma l’Unione a 27 c’è stata e ci sono stati anche gli Usa. Lo scontro bellico ha vissuto tante fasi, e tante prospettive si sono alternate su di esso, senza una vera coerenza negli obiettivi. E poi, ovviamente, il fattore Donald Trump e la sua apertura di credito a Putin. Entrando nel quinto anno di ostilità, ripetere che serve arrivare a una tregua per trattare una pace giusta e duratura è più che un appello scontato, come hanno testimoniato ieri le parole accorate di Papa Leone XIV, sorrette dalla preghiera e dall’impegno diplomatico-caritatevole della Chiesa, mai mancato fin dal primo giorno, quando papa Francesco si recò personalmente dall’ambasciatore russo presso la Santa Sede a esprimere preoccupazione e proporre una mediazione. Ma diventa un semplice richiamo declamatorio da parte di tutti gli altri soggetti coinvolti se non si mette qualcosa in atto per fermare la carneficina, togliere spazio ai generali e ridarlo alla politica.Il nuovo corso della Casa Bianca ha scommesso sulla possibilità di riagganciare Putin e portarlo a un tavolo negoziale. L’eccesso di sicurezza di Trump, gli errori di inviati improvvisati e poco esperti, la sottovalutazione complessiva della determinazione dello Zar hanno di fatto indebolito le difese ucraine senza fare recedere l’offensiva dell’Armata di Mosca. Oggi l’Ungheria del premier Viktor Orbán si è messa di traverso sul prestito Ue di 90 miliardi che serve a mantenere operativi i servizi pubblici ucraini e a un ulteriore pacchetto di sanzioni, riducendo gli strumenti di pressione. Se le Forze armate di Kiev continueranno a reggere sulla prima linea, la prospettiva è in ogni caso di altri mesi o addirittura anni di guerra. Serve urgentemente che il fronte dei volenterosi si ricompatti e trovi altre vie economiche e diplomatiche per fare avanzare non i tank ma le proposte di pace. Preoccupa, in questo senso, la caduta di attenzione cui si assiste nell’opinione pubblica e nella crescente riluttanza delle forze politiche a impegnarsi sul fronte di una crisi decisiva per la casa comune europea. Simbolicamente, sarebbero confortanti sia un invito chiaro ed esplicito a Orbán, perché non stia con Mosca più che con Bruxelles, da parte degli esponenti di centrodestra che, legittimamente, lo sostengono nella sua campagna elettorale sia una visita di solidarietà della segretaria del Pd nella Kiev martellata quasi ogni notte. Non si può fare passare un altro anno sperando che il flusso ridotto di aiuti sia sufficiente e che dal Cremlino arrivi una improbabile svolta. Con un’azione risoluta e unitaria che riavvicini America ed Europa è possibile forzare almeno un cessate il fuoco. Ci sono le risorse e i modi per farlo. Si deve però volerlo e pagarne il prezzo, non solo economico, ciascuno per la propria parte, che sia la rinuncia a riavere Putin come partner commerciale o scontentare una parte del proprio alleato o dei propri alleati. Altrimenti, avremo solo lacrime di coccodrillo.

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