La capriola di Meloni su Rogoredo: cosa insegna questo caso alla politica degli slogan
La premier, Salvini e il Governo devono difendersi da chi gli chiede di "scusarsi". Il tentativo di uscire dall'imbarazzo: implacabili quando sbaglia chi indossa una divisa

Sul caso-Rogoredo il Governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vicepremier Matteo Salvini, il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi e l'intero stato maggiore di FdI, Lega e Forza Italia sono costretti, in queste ore, alla capriola più vistosa dell'intera legislatura. Non solo erano stati solerti, poco dopo l'uccisione di Mansouri, nel prendere le difese del poliziotto che aveva sparato - il cui nome ora è noto, Carmelo Cinturrino -. Ma avevano tirato fuori nel giro di mezza giornata l'intero armamentario prêt-à-porter che ben si prestava all'occasione: da un lato l'invocazione dello scudo penale per gli agenti, tema molto caldo a fine gennaio mentre si stava definendo il nuovo pacchetto sicurezza, dall'altro l'accusa alla magistratura di aprire fascicoli contro chi la legge la difende, argomento che calzava bene con la campagna in vista del referendum del 22-23 marzo.
Quanto è emerso negli ultimi giorni, proprio attraverso l'indagine della procura, ha evidenziato il grossolano e frettoloso errore di valutazione dell'esecutivo e della maggioranza. Sino a rendere asfissiante il pressing sulla stessa Meloni e su Salvini, i due che più si erano spesi nel "cavalcare" il caso (la premier, non per una mera coincidenza, a inizio Olimpiadi, ha voluto visitare proprio gli uomini in divisa al lavoro presso la stazione di Rogoredo). La richiesta alla premier e al suo vice leghista, avanzata prima timidamente e poi con maggiore determinazione dalle opposizioni, è quella di dire apertamente di essersi sbagliato, insomma di "scusarsi" per quanto detto dopo la morte di Mansouri.
A vincere l'imbarazzo la presidente del Consiglio ci ha provato ieri sera con una nota ufficiale di Palazzo Chigi, cui il sito del Governo si è premurato di dare un titolo dal sapore di autoassoluzione: "Uccisione di uno spacciatore nel boschetto di Rogoredo, la dichiarazione del presidente Meloni". Insomma, per quanto ci sia stato un errore, si tratta pur sempre di uno "spacciatore" e del famigerato "boschetto di Rogoredo". E il testo ribadisce: "Leggo con sgomento - scrive la presidente del Consiglio - gli ultimi sviluppi sull’uccisione di uno spacciatore nel noto 'boschetto della droga' di Rogoredo". Insomma, come se a tradire il Governo fosse stato il contesto. "Gli inquirenti - prosegue la nota della presidente del Consiglio - ipotizzano che questo crimine sia legato a dinamiche connesse allo spaccio di sostanze stupefacenti, nelle quali sarebbe coinvolto anche l’agente di Polizia che ha sparato. Se quanto ipotizzato trovasse conferma nel seguito delle indagini, ci ritroveremmo davanti a un fatto gravissimo, un tradimento nei confronti della Nazione e della dignità e onorabilità delle nostre Forze dell’Ordine". La capriola si completa quando la nota esprime i sentimenti della presidente del Consiglio rispetto a una vicenda che pochi giorni fa era stata letta in tutt'altro modo, quasi come un gesto di eroismo. "Provo profonda rabbia - dice Meloni - all’idea che l'operato di chi tradisce la divisa possa 'sporcare' il lavoro dei tantissimi uomini e donne che, ogni giorno, ci proteggono e difendono la nostra sicurezza, con abnegazione, sacrificio e senso delle Istituzioni. Servitori dello Stato nei confronti dei quali, invece, dobbiamo tutti essere riconoscenti. Come dobbiamo essere riconoscenti in particolare alla Polizia di Stato che, su delega della Procura di Milano, sta svolgendo le indagini sui propri agenti coinvolti in questa tragica vicenda, al solo fine di far emergere la verità. Chi indossa una divisa e rappresenta le Istituzioni ha il dovere di farlo con il massimo del rigore. E con chi sbaglia, a maggior ragione perché indossa quella divisa, occorre essere implacabili". Poi una chiosa finale polemica con cui la presidente del Consiglio prova a sminare le parole più pesanti che Governo e maggioranza avevano proferito dopo l'uccisione di Mansouri: "La giustizia - conclude la presidente del Consiglio - farà il suo corso e confidiamo che sia determinata, anche perché, a differenza di quello che leggo, non esiste alcuno scudo penale".
Non esiste uno scudo penale, in effetti. Ma proprio dopo il caso-Rogoredo la maggioranza e il Governo l'hanno invocato a viva voce. E una sua possibile attuazione rafforzata all'interno dei nuovi provvedimenti sulla sicurezza è stata al centro di trattative con il Quirinale, per arrivare infine a una formula che fosse sostenibile alla luce del nostro ordinamento. Probabilmente, proprio il caso-Rogoredo contribuirà ad archiviare da qui alla fine della legislatura ogni altra ipotesi di introdurre norme più 'strong'.
Il punto più critico, però, non è tanto lo scontro sullo scudo penale o sui fascicoli che le procure devono aprire formalmente per avviare un'inchiesta e provare ad arrivare a una verità. Il punto è la 'brutta figura' che fa una politica che straparla a caldo di fatti di cronaca pensando di ricavarne vantaggi elettorali, trasformando poi tutto in video emozionali, card, meme, battute caustiche, indicazione del bersaglio sociale e quanto di più semplicistico e cinico richiedono i social media. Un malcostume diffuso. Stavolta ci è caduto mani e piedi il Governo. Altre volte le opposizioni. Ma la lezione va imparata. Altrimenti si arriverà a un punto in cui saranno indistinguibili le parole di un politico, di una persona che abita i partiti e le istituzioni, da un qualsiasi influencer che lucra sulle visualizzazioni. Una lezione tutto sommato semplice: aspettare prima di pronunciarsi, capire prima di arrivare a una conclusione, fidarsi di chi su un fatto pubblico deve svolgere il proprio lavoro. C'è un costo da pagare, certo. Bisogna mettere da parte gli slogan, i messaggi di pancia, le scorciatoie mentali con cui ormai si vuole sostituire la nobile arte della persuasione. Ma doversi pentire di aver detto cose risultate completamente sbagliate è molto peggio.
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