Al via anche il FantaSanremo: cos'è e come funziona il gioco che fa impazzire l'Italia
Un universo in cui non tifi solo la canzone: tifi per gli imprevisti. E scopri che una pacca sulla spalla, un bacio o una caduta possono valere più di una bella canzone.

Ogni anno, puntuale come una stecca che scappa al cantante di turno, torna lui: il FantaSanremo, cioè Sanremo… ma con l’ansia da fantacalcio. Un gioco parallelo, un universo in cui non tifi solo la canzone: tifi per gli imprevisti (quelli che solo Sanremo può trasformare in spettacolo). E scopri che una pacca sulla spalla, un bacio o una caduta possono valere più di una bella canzone. Il FantaSanremo è un fantagioco: tu crei una squadra composta dagli artisti in gara al Festival e poi, serata dopo serata, fai punti in base a quello che succede sul palco dell’Ariston (e talvolta anche fuori, perché Sanremo ormai è un ecosistema, non un semplice evento). È come se il Festival avesse una seconda sceneggiatura, invisibile ma ancor molto più gossippara: quella dei bonus e dei malus.
L’idea è semplice: ti iscrivi alla piattaforma del FantaSanremo (sito o app), scegli la tua lega — puoi crearne una con gli amici o unirti a una già esistente — e costruisci la squadra. Hai un budget (in “Baudi”, una delle monete più solide del Paese) e “compri” un certo numero di artisti. Poi nomini un capitano: scelta delicata, quasi mistica. Il capitano spesso moltiplica i punti: se imbrocca la serata, sei a cavallo. A quel punto aspetti Sanremo… e lo guardi come non l’hai mai guardato: con la stessa intensità di un VAR in area di rigore. I punti si ottengono attraverso bonus (azioni “virtuose” o semplicemente esilaranti) e si perdono con i malus (cadute, gaffe, drammi, inciampi vari). In generale, i punti possono arrivare da:
Performance e classifica (se l’artista va bene, tu vai bene…). Interazioni sul palco: ringraziamenti, battute, siparietti con il conduttore, momenti virali. Elementi imprevedibili: outfit memorabili, oggetti portati sul palco, gesti “fanta-friendly” (piccole mosse fatte apposta per il FantaSanremo). Comportamenti puniti: ritardi, problemi tecnici, uscite infelici, cadute in zona Ariston (la vita vera entra e ti toglie punti).
Il bello è che il FantaSanremo ti educa a una nuova unità di misura: la micro-azione televisiva. Prima guardavi una canzone. Ora guardi anche: come entra, cosa dice, se saluta, se scherza, se inciampa, se improvvisa un balletto, se cita qualcuno, se fa succedere qualcosa.
La strategia vincente è un mix di cuore, cervello e un pizzico di superstizione. Ma ci sono due scuole di pensiero: da una parte i calcolatori, che studiano tendenze, personalità, propensione al gioco e storico di “momenti” in diretta; scelgono artisti che hanno buone chance di fare punti perché sanno stare in scena, parlare, improvvisare (gente che, se cade, si rialza facendo una gag). Dall’altra i romantici, che scelgono con l’orecchio e con l’affetto: “Io lui lo metto perché mi piace”. Poi perdono, ma con dignità. Una dignità che dura fino alla prima classifica della lega.
Ma perché il FantaSanremo piace così tanto? Perché è un modo geniale di trasformare Sanremo in un’esperienza ancora più collettiva. Non stai solo commentando: stai giocando. Ogni serata diventa una partita interattiva. Dopo un po’ ti accorgi che stai guardando l’Ariston come un naturalista in spedizione alle Galápagos: “Ecco, ora il cantante si avvicina al conduttore… sta per dire qualcosa… no, niente, peccato. Sarebbero stati punti.” Sanremo resta Sanremo. Ma con il FantaSanremo diventa anche un grande romanzo comico nazionale, dove l’epica passa per una frase detta bene al momento giusto.
In fondo il FantaSanremo è una piccola trovata geniale: prende un rito nazionale e lo trasforma in un gioco di comunità. Ti costringe a guardare meglio, a ridere insieme, a vivere il Festival come una storia collettiva — con i suoi eroi, i suoi inciampi, i suoi colpi di scena. E quando cala il sipario non resta soltanto una classifica: resta l’impressione che, per una settimana, abbiamo parlato tutti la stessa lingua. Una lingua fatta di canzoni, certo, ma anche di dettagli minuscoli. Quella in cui una nota stonata può essere una sconfitta… oppure una valanga di punti.
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